Farmacie, vincitori e vinti. Parafarmacie le vere sconfitte

Farmacia | Redazione DottNet | 30/01/2012 20:01

Farmacie, chi ha vinto e chi ha perso (momentaneamente) la battaglia per le liberalizzazioni? Secondo un articolo apparso su La Repubblica la scorsa settimana, la prima impressione è che abbiano perso tutti. Basta leggere i comunicati per capire che siamo di fronte ad un lamento generale. Inoltre chi è esperto di liberalizzazioni sostiene che il governo ha sostanzialmente scelto una strada mediana, per non scontentare troppo i farmacisti titolari, rappresentati da Federfarma, per i quali la paura maggiore era la possibilità di vendere i medicinali di fascia C – su ricetta e a pagamento per il cittadino – anche nei supermarket e nelle parafarmacie. E proprio queste ultime sembrano le più deluse dalle decisioni prese, che comunque dovranno essere ratificate dal Parlamento. Ma vediamo nel dettaglio la situazione.

 

GOVERNO. In un primo momento sembrava che la scelta fosse quella di lasciare la libertà di vendita della fascia C anche alle parafarmacie e alla grande distribuzione. Ma in una intervista tv il presidente del Consiglio ha detto che c’è stato un errore di trascrizione e dunque il pacchetto di riforma non comprendeva questo punto. Sarà. Però il ministro della Salute in una intervista all’Avvenire solo due settimane fa aveva detto di essere favorevole alla presenza delle farmacie nei centri commerciali: “Anche questo dà respiro. E lo faremo. Il governo ha preso un impegno chiaro”. L’impegno chiaro è stato mantenuto in altro modo. Forse sarebbe stato meglio – per il discorso sul risparmio per i consumatori – prevedere un numero minore di farmacie in più e l’allargamento alle Parafarmacie.

 

FARMACISTI TITOLARI. Sono sul piede di guerra, perché erano favorevoli ad un aumento complessivo del numero (2000/2500 in più) di esercizi, ma non di 5 mila circa come prevede il Decreto legge. Secondo Federfarma si tratta di un numero spropositato. Sarà. Tuttavia secondo le rilevazioni del ministero delle Finanze, che si riferiscono all’anno fiscale 2009, alle farmacie viene attribuito un ricavo medio di 1,2 milioni di euro annuo e un reddito imponibile di circa 110 mila euro a impresa. E’ ovvio che si parla di media, perché alcune farmacie incassano anche il doppio, altre meno della metà. In generale, la media è più che dignitosa. Con un aumento di circa 5 mila farmacie, il ricavo annuo scenderebbe sotto il milione di euro, e i penalizzati sarebbero soprattutto i grandi esercizi. I piccoli e periferici dovrebbero riuscire a mantenere la loro quota di mercato. Comunque non è passata la proposta (vera e/o presunta) sulla fascia C né è stata eliminata l’ereditarietà. Ai titolari va riconosciuto che svolgono un servizio essenziale, che pagano tutte le tasse e che per essere rimborsati dalla Regione spesso aspettano 6 mesi e oltre (scandaloso). Però perché altri farmacisti non possono essere messi in condizione di svolgere lo stesso lavoro?

 

PARAFARMACIE. Per loro nessun passo avanti. E forse molte chiuderanno. Non hanno ottenuto la possibilità di vendere medicinali su ricetta a pagamento e, pur essendo a tutti gli effetti farmacisti, restano dei laureati di serie b, con lo svantaggio di non poter esercitare in pieno la loro professione né di commercializzare i prodotti venduti nelle farmacie, mentre a loro non è consentito il contrario: appunto vendere anche i medicinali.

 

CITTADINI. Vedremo che cosa apporterà questo cambiamento. Come risparmio ben poco: alcuni giornali hanno scritto che l’utente spenderà 42 euro in meno all’anno, altri appena 18 euro. Non mi sembra che per il consumatore ci sia un grande guadagno. Intanto questa è la fotografia di una situazione che è comunque difficile da sbrogliare. Il sistema farmaceutico italiano presenta troppe anomalie: somiglia ad un albero con tanti rami e profonde radici. Non si può né si deve sradicare l’albero, ci mancherebbe, però l’attuale potatura non è stata fatta nel migliore modo possibile.

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