L’Enpam investe i fondi in una Sicar Lussemburghese controllata da ignoti. Oliveti, stiamo facendo le verifiche. Ecco che cosa si nasconde dietro la società di gestione. Novità anche dal fronte bilanci: Fornero dà più tempo alle Casse

Silvio Campione | 13/02/2012 19:05

Chi gestisce i soldi dei medici italiani? E’ la Ncp, una società di fondi in gestione lussemburghese, una cosiddetta sicar. Secondo quanto ricostruito da Il Fatto, L’Enpam (e anche l’Inpgi, l’ente di previdenza dei giornalisti) ha affidato alla Ncp una cospicua fetta dei propri accantonamenti per ricavarne un bel po’ d’interessi. Tuttavia, sempre secondo quanto riferito dal quotidiano, la società che gestisce Ncp risulta costituita da tre finanziarie con sede all'Isola di Man – uno dei tanti paradisi fiscali - e da un'altra di Madeira. Però a quanto pare solo il 25% della Ncp sarebbe nelle mani di un finanziere, Romain Zaleski, finito sull'orlo del crac un paio di anni fa. Resta, invece, oscuro chi sia il vero controllore della società lussemburghese che ha tuttora in cassa i soldi dei medici (e dei giornalisti) italiani.

Il vicepresidente vicario dell’Enpam Alberto Oliveti ha dichiarato di non saperne nulla anche perché è in carica da 18 mesi e che comunque ha dato il via ad una governance per fare tutte le verifiche del caso, oltre ai controlli che sta effettuando già da tempo la magistratura.

Novità dal fronte patrimoniale

Intanto ci sono novità per quanto riguarda i bilanci degli enti privati, tra cui l'Enpam: il ministro Fornero auspica, infatti, un passaggio complessivo al sistema di calcolo contributivo delle pensioni, scelta che alcuni enti potrebbero dover fare per garantire l'equilibrio di lungo periodo. Agli enti previdenziali privati è stato, infatti, richiesto un equilibrio tra entrate e uscite di 50 e non più di 30 anni. Le entrate saranno composte dai versamenti contributivi degli iscritti e dalle rendite del patrimonio, inizialmente escluse. Resta però al di fuori il patrimonio nel suo complesso. In caso di saldo negativo, gli enti che entro il 30 settembre 2012 (inizialmente la scadenza era prevista al 30 giugno) non si saranno riformati per rispettare il nuovo parametro di sostenibilità dovranno passare al calcolo contributivo con pro-rata e agli iscritti che risultano già in pensione sarà richiesto un contributo di solidarietà dell'1% per il 2012 e il 2013. La Camera ha accolto il 20 gennaio un emendamento (art. 29-comma 16/decies) al dl 216/2011 (cd. Milleproroghe) di Giuseppe Francesco Marinello (Pdl) che posticipa dal 30 giugno al 30 settembre 2012 la scadenza entro cui le Casse di previdenza professionali possono mettersi in regola con i saldi previdenziali e bilanci tecnici in equilibrio su 50 anni.

La struttura della Ncp

Ma facciamo un passo indietro e vediamo di capire che cos’è questa Ncp e soprattutto chi è Zaleski che ha in mano parte dei fondi dei medici. La Ncp sicar, come abbiamo detto, ha sede a Lussemburgo ed è un cosiddetto  fondo di fondi. È in sostanza un mezzo per raccogliere capitali per poi dirottarli verso altri fondi d’investimento che a loro volta partecipano al capitale di piccole aziende. La società non può certo definirsi un gigante con appena  100 milioni di euro di capitale e con solo  una mezza dozzina di clienti in Italia. Oltre all’Enpam e all’Inpgi ci sono anche alcune fondazioni bancarie tra cui quella di Alessandria. Come è costituita la Ncp e a chi appartiene il suo 25%  lo abbiamo precisato; quello che non è dato sapere è chi di fatto controlla davvero la società di Lussemburgo che ha visto affluire nelle proprie casse nel 2010  oltre 2 milioni di euro a titolo di management fee, cioè le commissioni versate come compenso per la gestione. A sua volta, come risulta dal bilancio, la Ncp lussemburghese ha dirottato quei soldi verso non meglio precisati beneficiari.

Gli investimenti della società

Entriamo ancora di più nei meandri della Ncp: la società possiede – siamo nel giugno 2011 -  un giardinetto fatto di Eni, Santander, Roche, Allianz. E qui rientra il ballo il finanziere franco-polacco Zaleski che da una parte  ha ottenuto dalle banche creditrici una sostanziosa rinegoziazione dell'indebitamento della sua Carlo Tassara (una società nell’orbita Ncp), da un’altra  continua le sue ben note scorribande borsistiche. E’ tutto scritto nel  bilancio chiuso a metà agosto del 2010 e depositato otto mesi fa  da Società Camuna di Partecipazioni, controllata dalla Tanagra Holding Bv di Zaleski. Ma dove è stata fatta la campagna acquisti in Borsa? Si nota  alla voce immobilizzazioni finanziarie che schizza da 27,26 milioni del 12 agosto del 2009 a 40,54 milioni del controvalore del giardinetto. Gli ulteriori acquisti di titoli quotati per 13,62 milioni hanno riguardato: Eni (2,62 milioni di euro), Banco Santander (341.142 euro), Roche (540.567 euro), ArcelorMittal (1,69 milioni), Saipem (2,99milioni), Edf (1,34milioni), Vallourec (1,23 milioni), Saint Gobain (489.437 euro), Bhp Billiton (1,42 milioni), Allianz (418.883) e Mediobanca (514.822 euro). I nuovi acquisti si aggiungono a 27,23 milioni di controvalore della quota detenuta nel gruppo di costruzioni francese Vinci, anch’essa già nel portafoglio di Zaleski. A questo punto è lecito chiedersi se l’operazione è stata indovinata. Vediamo: la nota integrativa registra che sugli asset sono state effettuate minimali svalutazioni per un totale di 447.728 euro e peraltro su un valore di carico di 40,41 milioni le immobilizzazioni finanziarie evidenziavano a inizio dello scorso novembre una plusvalenza di quasi 4 milioni. Ciò detto nel portafoglio di Società Camuna di Partecipazioni ci sono anche attività finanziarie non immobilizzate per 14,19 milioni, lievitate dai 10,57 milioni dell'esercizio  investimenti nei fondi chiusi Ncp (Sicar e Mezzanove Capital Sica) mentre la nota spiega l'assenza di indebitamento bancario vista la liquidità di 15,5 milioni più che dimezzata dai 34,57 milioni del bilancio precedente. Con un patrimonio netto di quasi 77 milioni, il veicolo di Zaleski ha però dovuto chiudere in perdita per 1,72 milioni, rinviata a nuovo. Perché il rosso? Hanno pesato 2,6 milioni di svalutazioni su 7 opzioni su indici borsistici che erano state comprate per un controvalore di 3,1 milioni «facendo affidamento - spiega la relazione - su quella che appariva una probabile crescita degli indici borsistici che ad oggi non si è peraltro materializzata». Insomma è andata male.

La Ncp in Italia

Come si muove in Italia la Ncp? A Milano c’è una Ncp srl, che sta per Network capital partners. Zaleski è, manco a dirlo, un socio. Gli altri sono Carlo Baravalle, Marco Lippi e Marco Taricco. Baravalle ha un ruolo di primo piano perché, secondo alcune fonti, sarebbe proprio lui il gestore del fondo ed è colui che  tiene i rapporti con fondazioni e casse previdenziali (Enpam e Inpgi). Anche Taricco, altro socio, è una figura di spessore scrive Il Fatto: è uno dei principali dirigenti in Italia della banca d’affari americana Jp Morgan Chase, ovvero un gigante della finanza internazionale che fa affari praticamente con tutte le istituzioni finanziarie del nostro Paese. Taricco, in qualità di manager della banca Usa, negli anni scorsi ha avuto rapporti con la Fondazione Cassa di Alessandria. Allo stesso tempo, però, sempre Taricco ha personalmente promosso un fondo finanziato dalla fondazione piemontese. Per finire va segnalato che fino al 2009 tra i soci della Ncp italiana compariva anche il commercialista Daniele Pittatore, il quale sostiene di non aver mai avuto niente a che fare con il fondo. Suo padre Gianfranco, però, scomparso ad agosto del 2009, era il presidente della Fondazione Cassa di Alessandria che ha investito in Ncp sicar. Quella di Lussemburgo. Con i soci off shore.

Chi è Zaleski

L'ultima volta, l'estate del 2005, si sono dati appuntamento in Ucraina. Nella prestigiosa cornice di un castello affittato per l'occasione, è andato in scena il gran raduno della famiglia Zaleski. Hanno risposto all'appello decine di parenti sparsi in mezzo mondo. Tutti insieme appassionatamente, compreso il più ricco e famoso del clan, scriveva l’Espresso all’indomani del grande meeting. Ovvero Romain Zaleski, classe 1933, di professione finanziere. Anzi, raider, autore di clamorose e ricchissime speculazioni in Borsa. Prima Falck, poi Compart-Montedison, infine Edison. Un filotto di successi che gli ha fruttato più di un miliardo di euro pronti da spendere. Magari, come scommette la Borsa, nel riassetto azionario del 'Corriere della Sera' o di Telecom Italia, due partite in pieno svolgimento. In effetti Zaleski, un ingegnere minerario di origini polacche, francese per nascita e italiano di adozione, recita da sempre il ruolo dello scalatore di successo. Un duro dall'aria dimessa che in tempi di furbetti ha avuto l'accortezza di girare al largo dal quartierino. Non traffica in immobili e come banchiere di riferimento, per dire, si è scelto l'inossidabile Giovanni Bazoli di Banca Intesa, al posto della meteora Gianpiero Fiorani. Il finanziere franco-polacco da 20 anni ha messo radici tra Milano e Breno, in Valcamonica. Anche lui, però, come molti altri raider ama la navigazione offshore. Le sue holding sono piazzate in Paesi dal fisco leggero, come il Lussemburgo e l'Olanda. E, a ben guardare, nonostante la fama dello scalatore solitario, anche il gruppo di Zaleski è un affare di famiglia. Meglio, di famiglie. In cima a tutto c'è la Zygmunt Zaleski stichting, una fondazione con base ad Amsterdam in cui probabilmente confluiscono gli interessi di altri rami della dinastia. In Lussemburgo troviamo una seconda holding, la Argepa. Anche qui il raider non è solo. Pacchetti importanti, complessivamente circa il 40 per cento del capitale, risultano intestati ai due figli Konstantin (Kosty per gli amici) e Wladimir, soprannominato Wlady. Oltre il 20 per cento della finanziaria lussemburghese fa invece capo alla famiglia Tassara, per la precisione a Giuseppe Tassara e a sua moglie Carla Dufour. Sono loro gli eredi di una dinastia di pionieri dell'acciaio partiti da Genova quasi due secoli fa per approdare in Valcamonica. Zaleski comparve all'orizzonte nel 1984 come manager del gruppo. Riuscì a rilanciarlo, salvo poi prenderne il controllo e usarlo come piattaforma per le sue fortunate incursioni in Borsa. Sempre con l'appoggio sostanziale, sotto forma di generosi prestiti, di Banca Intesa. Argepa invece, nata nel 2000, è diventata la cassaforte societaria che custodisce i pacchetti azionari di controllo delle due aziende italiane: la Carlo Tassara spa e la Società Camuna di partecipazioni. Quest'ultima, è il caso di dirlo, naviga letteralmente nell'oro. Grazie all'Opa lanciata dai francesi di Edf, la scommessa su Edison ha fruttato profitti netti per oltre un miliardo di euro, accantonati come riserve nelle casse della Società Camuna di partecipazioni, che fino a pochi mesi fa si chiamava

I Correlati

I Correlati

Widget: 91798 (categoria) non supportato