Enpam, sindacati uniti per la riforma dell’Ente di previdenza dei medici. Gli investimenti della Cassa: uomini, luoghi e intrecci

Previdenza | Redazione DottNet | 19/03/2012 21:30

Anche i sindacati scendono in campo per chiedere la riforma dell’Enpam. Le sigle (Anaao Assomed, Cimo-Asmd, Arooi-Emac, Fp Cgil Medici, Fvm, Fassid (Aipac-Snr-Simet), Cisl Medici, Fesmed, Anpo-Ascoti-Fials Medici, Uil Fpl Medici, Snami, Smi, Intesa sindacale, Cipe) hanno siglato un documento unico: “Vista la scadenza perentoria della riforma dei regolamenti Enpam che determinano sia l’entità dei contributi sia l’età pensionabile e le prestazioni future – scrivono le organizzazioni sindacali – richiedono ai vertici dell’Ente provvedimenti immediati e l’identificazione fin da oggi di un percorso chiaro e condiviso per la prossima riforma dello Statuto”.

“L’Ente – prosegue il comunicato – è un patrimonio di tutti che va salvaguardato con la partecipazione democratica e non cooptativa di tutti i medici. Occorre una modifica sostanziale degli organi e delle modalità elettive degli stessi. In particolare va introdotto un sistema di elezione diretta su base proporzionale per tutti gli organi statutari. Tutto questo si deve raggiungere attraverso una riduzione del numero dei componenti di tutti gli organi statutari e introducendo un limite ai compensi individuali e collegiali”. Nel documento sono anche indicate le priorità:

 1) ripristino immediato della contribuzione ridotta su base volontaria di circa il 50 per cento dell’attuale quota A;

 2) mantenimento della contribuzione minima del 2 per cento sull’attività libero professionale dei dipendenti pubblici e pensionati;

 3) mantenimento dell’età pensionabile attuale per coloro che opteranno per il sistema contributivo puro;

 4) impegno dell’Enpam a favorire ogni forma di riconoscimento della contribuzione in quota A ai fini dell’anzianità contributiva complessiva e delle ricongiunzioni;

 5) autonomia del Fondo Generale con l’istituzione di una specifica consulta;

 6) apertura di un tavolo di confronto per una riforma del Fondo Generale, valutando le prestazioni assistenziali nell’interesse generale anche ai fini di articolare nuove prestazioni e servizi con equa ripartizione degli oneri fra tutti i fondi;

 7) perseguire forme di assistenza che presentino una tipologia di prestazioni alternative rispetto alle attuali e soprattutto competitive con la previdenza integrativa fiscalmente vantaggiosa;

 8) istituzione, ai fini di una riforma condivisa, di tavoli permanenti di confronto Enpam e organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative sia della dipendenza che della convenzione.

 

 

 

Claudio Gatti, del Sole24ore, ha condotto un’inchiesta sull’Enpam, la Cassa più “ricca” tra quelle private con i suoi 12 miliardi di patrimonio amministrato, un quarto del volume complessivo di tutte e venti le casse di previdenza italiane. Gatti ha approfondito la questione Enpam “Perché la sua storia coinvolge alcuni dei più noti membri del gruppuscolo di advisor protagonisti di questo mercato. E perché nel 2011 è stata al centro di un acceso scontro sulla gestione del suo patrimonio”. Ecco tutti i retroscena ricostruiti dal quotidiano economico che caratterizzano la storia finanziaria dell’Ente in una lunga descrizione che pubblichiamo per intero.

 

Cominciamo introducendo i protagonisti della storia. Il primo è Maurizio Dallocchio. Onnipresente e polivalente, Dallocchio non solo ha accumulato negli anni una cattedra di Finanza aziendale alla Bocconi e cariche o incarichi in una miriade di società, ma è sempre riuscito anche a trovare il tempo per coltivare lo sport (portiere di calcio, sciatore e maratoneta), la bella vita (Ferrari e Porsche) e le amicizie importanti (la famiglia Ligresti e Ignazio La Russa, che lo ha lanciato a suo tempo nella municipalizzata dell'energia di Milano Aem, sono tra le più strette e durature).  Nella sua carriera, Dallocchio non ha mai temuto di strafare. Anzi, verrebbe da dire che per quell'amore della sfida tipico di ogni buon sportivo, ha spesso scelto di arrivare fino al limite massimo. E anche di superarlo. Così è incappato non una, ma due volte in una sanzione amministrativa della Consob.  Il primo è stato adottato con la delibera n. 15725 del 9 gennaio 2007 a lui irrogata in qualità di consigliere di amministrazione di Interbanca Gestione Investimenti Sgr «in ragione della mancata adozione della procedura disciplinante i conflitti di interesse e dell'inidoneità della procedura successivamente adottata a ridurre al minimo il rischio di conflitti di interesse anche derivanti da rapporti di gruppo o da rapporti di affari propri o di società del gruppo e tra patrimoni gestiti».

Il secondo con la delibera n. 17512 del 30 settembre 2010 a lui decisa in quanto consigliere di amministrazione e socio di Helm Finance Sgr, «per la mancanza di correttezza e diligenza di comportamento di Helm Finance SGR S.p.A. nell'interesse degli investitori gestiti, per essersi la società disinteressata (…) in ogni fase del ciclo di vita dello stesso». Fino all'estate del 2010, per ben 17 anni di fila, Dallocchio è stato "consigliere esperto" di Enpam, cioè il membro del Cda che ha ispirato e/o avvalorato gli investimenti. E anche qui è emersa la questione di possibili suoi conflitti di interessi. Ve la illustriamo passando dal linguaggio formale e inespressivo delle delibere Consob, a quello più espansivo usato dallo stesso professore in un incontro avuto con gli altri consiglieri nel 2009.

A chi gli aveva fatto notare che aveva avallato l'acquisto di quote di un fondo di Lehman Brothers, banca di investimento che finanziava la sua cattedra alla Bocconi, Dallocchio ha replicato così: «Accidenti Lehman! (…) Ricordo a tutti che per la sponsorizzazione è la Bocconi a ricevere i denari, non il professor Dallocchio! Lehman Brothers - scusate, solo per chiarezza e per completezza di informazione - a me non ha mai dato incarichi di alcun tipo né remunerazioni. Cosa da rimarcare, essendo io professionalmente vicino a moltissime realtà finanziarie. Solo a titolo di esempio ho rapporti professionali con Société Générale, JP Morgan, Morgan Stanley, Citigroup, Depfa. Tutte entità che dichiaro con trasparenza e sincerità».

Raggiunto telefonicamente da Il Sole 24 Ore, il professor Dallocchio ha negato di aver mai promosso uno specifico investimento piuttosto che un altro. «Proprio no», ci ha detto. Vuole dire, gli abbiamo chiesto per chiarezza, che lei non ha mai suggerito uno specifico prodotto o fondo su cui investire? «Nell'ambito del comitato investimenti, io ho sempre analizzato, quando veniva sottoposto, il portafoglio di investimenti, selezionato dalla struttura tecnica dell'ente», risponde. «Ma non è che ci sia accesso di un offerente nell'ambito della struttura del comitato. Questo non avviene mai».Beh, almeno una volta esembra essere avvenuto. A dirlo sono gli stessi atti citati sopra. A chi gli aveva fatto notare che un investimento da lui promosso in Enpam era stato l'acquisto di quote di Dgpa Capital, fondo da lui stesso creato, il professor Dallocchio ha ribattuto così: «Dgpa è la mia società di consulenza, che nasce nel 1991 con tre colleghi universitari, Girardi, Pieroni e Avanzini - la D sta evidentemente per Dallocchio. Si tratta di una società (…) che ha dato origine a un fondo di private equity che si chiama Dgpa Capital (…) Io ho rappresentato con molta chiarezza qual era la situazione, dicendo che la società era a me riconducibile e che ritenevo che si trattasse di un investimento interessante. Altrimenti non ci avrei messo i miei denari… Questa è una situazione che nel mondo bancario è del tutto normale perché quando Montepaschi di Siena dà denari a un senese o San Paolo Imi (quando esisteva) dava denari a un torinese che magari sedeva nel Consiglio di amministrazione, lo faceva nella contezza del fatto che si trattava di una persona ragionevolmente affidabile altrimenti non sarebbe stata membro di quel Consiglio. Vi fu un momento nel quale il presidente (Eolo Parodi ndr) mi disse «Maurizio, ma secondo te è una buona idea che Enpam investa in Dgpa Capital? Forse non è il caso di fare un passo indietro?» Risposi al Presidente: «Sono talmente convinto della correttezza, della solidità di quello che stiamo esaminando che se l'Ente in questo momento non facesse seguito al suo impegno di sottoscrizione, probabilmente sarebbe come ammettere di aver seguito un percorso non corretto. Vi assicuro che sotto il profilo formale e sostanziale, almeno sulla base della mia esperienza, un'operazione fatta in questo modo è corretta». Forte di questa sua assicurazione, Enpam ha impegnato 20 milioni in Dgpa Capital (investendone per ora circa 18).

Ancora oggi, il professor Dallocchio non ritiene di aver fatto alcunché di inappropriato. Anzi. «Ricordo che nell'ambito delle fondazioni non c'è nessuna regola di controllo. Per cui, più trasparente e aperto di così non si poteva essere. E su quella decisione mi sono astenuto». Comunque sia, nel sottoscrivere quote del fondo Dgpa, Enpam si è indirettamente impegnata a pagare una management fee del 2,5% alla società di gestione del risparmio fondata dal suo stesso consiglier esperto. Come recita il contratto, in carico al fondo (quindi ai suoi sottoscrittori) sono inoltre «i costi relativi all'istituzione e promozione del fondo determinati forfettariamente in misura pari all'1% del totale del patrimonio (…) gli oneri relativi agli investimenti e ai disinvestimenti delle attività del fondo (…) i costi di stampa dei documenti destinati ai partecipanti (…) le spese di convocazione e tenuta delle riunioni dell' assemblea dei partecipanti e dell' Advisory committee (…) le spese di revisione della contabilità e dei rendiconti». Tutte commissioni o spese ritenute da addetti ai lavori consultati da Il Sole 24 Ore «estremamente elevate». Che nel 2010 hanno permesso a Dgpa di registrare "commissioni attive" per 3,3 milioni.

Durante i 17 anni di mandato di consigliere esperto del professor Dallocchio, Enpam ha realizzato una dozzina di operazioni in cui la svizzera Gdp ha partecipato in qualità di advisor delle controparti bancarie. Per un controvalore iniziale complessivo di 667 milioni di euro. Tra i direttori e soci di Gdp c'è Romano Binotto, ex presidente di Bell, la scatola lussemburghese che permise la scalata a Telecom da parte di "Chicco" Gnutti, il finanziere bresciano da sempre vicino a Maurizio Dallocchio (che è tra l'altro stato presidente del collegio sindacale di Fingruppo, il maggiore azionista di Hopa, la società fondata da Gnutti). «Non so chi sia Binotto… non ce l'ho in mente», ci dice oggi il professor Dallocchio.

 Un cognome che invece sicuramente conosce, e che è anche emerso nelle operazioni finanziarie di Enpam, è quello di Michele Calcaterra, suo allievo, amico e collega in Bocconi. La sezione "La famiglia di Dgpa", in cui il sito della società fondata dal professor Dallocchio presenta «quei professionisti che, avendo collaborato con noi per un periodo di tempo significativo, consideriamo parte della nostra storia», riporta anche il nome di Calcaterra. Dicendo: «Con Michele (…) la collaborazione è continuata dinamica e vorticosa fino a quando è stato chiamato a cariche di vertice (…) in E.Capital Partners». E quest'ultimo è un nome emerso anche in operazioni di investimento fatte dall'Enpam.

Una "lettera-esposto" inviata al Cda di Enpam da un medico di Lucca parla per esempio di fee riconosciute a una sussidiaria di E.Capital Partners in un'operazione sul titolo Xelo. Calcaterra è stato poi autore della "valutazione etica" dei titoli Anthracite, un veicolo finanziario garantito da Lehman Brothers finito nell'occhio del ciclone dopo il fallimento della banca d'investimento newyorkese. «Non sapevo neanche che Calcaterra avesse fatto la valutazione di Anthracite», ci dice il professor Dallocchio. E subito aggiunge:«Anthracite mi risulta sia un investimento fatto da molti operatori. E non mi risulta che sia stato particolarmente negativo come risultati complessivi». Beh, dipende che cosa si intende per "particolarmente negativo": su 45 milioni investiti, Enpam ne ha infatti persi dieci.  L'affiatamento tra Dallocchio e l'Enpam comincia a venire meno proprio in occasione della crisi scoppiata dopo il crack di Lehman, lo sponsor della sua cattedra alla Bocconi. Qualcuno in Enpam comincia allora a notare un fatto fino a quel momento ignorato: che l'altro consulente di Enpam a cui era affidata l'analisi ex post degli investimenti, Mangusta Risk, aveva spesso storto il naso su alcune scelte avallate da Dallocchio. Anche Mangusta ha però i suoi detrattori. Insomma, critiche a destra e critiche a manca, improvvisamente sembra si possano aprire i giochi sulla gestione dei miliardi dell'Enpam.  Non è una questione solo "tecnica". È anche politica. Che mette a repentaglio l'ennesima riconferma dell'ultraottantenne presidente Eolo Parodi nelle elezioni del Cda del giugno 2010. È in questo contesto che entrano in gioco due altri protagonisti del gruppetto di advisor delle casse - Giulio Gallazzi e Daniele Pace. I due hanno un alleato interno nel dottor Giancarlo Pizza, presidente dell'Ordine dei medici di Bologna, la città di Gallazzi.

Parte così una straordinaria guerra. La prima salva è sparata da Pizza il 26 febbraio 2010 in un discorso al consiglio della Federazione Nazionale Ordini Medici Chirurghi e Odontoiatri. Pizza è un medico, non un consulente finanziario, eppure il suo intervento presenta un'analisi altamente tecnica dei metodi di gestione del portafoglio mobiliare di Enpam. Che punta il dito sull'«eccessiva esposizione a titoli credit-linked» e sulla «presenza di titoli con profilo dei pagamenti particolarmente complesso».

Insomma, allarme rosso sulla gestione del patrimonio mobiliare. Fortuna che lui ha già pronto un rimedio. Ventuno giorni dopo, in una lettera al presidente Parodi, propone l'ingaggio di Giulio Gallazzi e del suo team di Sri Capital Advisers, con il supporto di Daniele Pace, e la sua Consulenza Istituzionale.  Parodi sta al gioco. E su sua iniziativa il 28 maggio 2010 il Cda delibera «di affidare alla società Sri Group Capital Advisers Ltd per un compenso pari ad € 70.000,00 l'analisi del portafoglio mobiliare dell'Ente (…) e l'individuazione di eventuali criticità presenti nel portafoglio».

Pizza è accontentato. Tant'è che alla vigilia delle elezioni annuncia pubblicamente di non essere «più così preoccupato per il domani, perché vedo attenzione da parte del Consiglio di Amministrazione e da parte dei Consiglieri Nazionali e condivido il loro ottimismo».

Il 9 dicembre 2010, Gallazzi presenta il suo "rapporto finale", 78 pagine fitte di analisi e dati. Con interi paragrafi identici, parola per parola, a quelli dell'intervento di Pizza del 26 febbraio - a partire dal passaggio che criticava «l'eccessiva esposizione a titoli credit-linked». Il nome di Dallocchio non viene mai fatto, ma sono evidenziate svariate operazioni con commissioni agli intermediari ritenute eccessive e ingiustificate.

Dallocchio, che spera di essere ancora confermato da Enpam, risponde inghiottendo il rospo. Anzi, tentando il tutto per tutto e sposando le critiche di quello che a quel punto capisce essere un ex amico. In una nota di commento al rapporto Sri scrive a Parodi che «l'analisi condotta ha il pregio di mettere in evidenza delle aree di miglioramento che Enpam potrà certamente decidere di perseguire. Per esempio: eccessiva complessità dei titoli… operazioni chiuse in assenza di gara… problematiche relative agli interventi di ristrutturazione». Come se per 17 anni non fosse stato lui a fare da "consulente esperto" per gli investimenti mobiliari di Enpam.  In ogni caso Enpam ha deciso di chiudere il rapporto pluridecennale con il professore della Bocconi. Motivo? «Il nuovo consiglio di amministrazione - ci spiega la cassa - ha deciso di non nominare consiglieri esperti, ritenendo superata questa figura. Al tempo stesso, ha dato il via alla riforma della governance degli investimenti».

Giulio Gallazzi, un omone da un metro e novanta e 120 chili, è fondatore e proprietario del gruppo di consulenza, Sri-Npv. Non è noto come tecnico della finanza, ma nel 2010 l'Enpam si rivolge a lui per analizzare il patrimonio mobiliare. E al suo amico Daniele Pace, che invece è consulente di svariate casse. Da quella dei commercianti, l'Enasarco, a quella dei periti industriali, l'Eppi. Passando per l'ente previdenziale dei giornalisti, l'Inpgi. Semplice amicizia o compagni d'affari? «Sinergia» e rapporti nel private equity  «La forza di Gallazzi sono le relazioni personali», ci dice un suo ex collaboratore. Per anni è stato legatissimo allo stesso Dallocchio, presente anche al suo matrimonio. Altrettanto forti i legami con il Vaticano: la sua Sri ha avuto a lungo la gestione della raccolta pubblicitaria dell'Osservatore Romano e delle cosiddette grandi affissioni sulle facciate o le impalcature delle chiese.  Ma con Dallocchio i rapporti si deterioreranno proprio per via dell'Enpam. Mentre a rivelare suoi supposti problemi con la Santa Sede è la lettera scritta l'8 maggio 2011 dall'attuale nunzio apostolico a Washington arcivescovo Carlo Maria Viganò e resa pubblica da Giancarlo Nuzzi in una puntata del programma de La7 "Gli Intoccabili". Nella sua nota di denuncia di presunte disfunzioni in Vaticano, Viganò accusa un monsignore, Paolo Nicolini, di «comportamenti gravemente riprovevoli per quanto si riferisce alla correttezza della sua amministrazione». E spiega: «Risulta una partecipazione di interessi del medesimo monsignore nella Società Sri Group, del Dott. Giulio Gallazzi, società questa attualmente inadempiente verso il Governatorato per almeno due milioni 200mila euro (…) Tabulati e documenti in mio possesso dimostrano tali affermazioni e il fatto che Mons. Nicolini è risultato titolare di una carta di credito a carico della suddetta Sri Group, per un massimale di 2.500 euro al mese». «Il rapporto con monsignor Nicolini era molto stretto: è stato lui a sposare Gallazzi e a introdurlo presso il Governatorato», ci dice una fonte ben informata che su quei due milioni e 200mila euro menzionati da Viganò spiega: «Sri aveva gestito la raccolta della pubblicità che copriva i ponteggi del colonnato di Piazza San Pietro durante il restauro ma al momento della scrittura della lettera Sri non aveva versato il dovuto alla Santa Sede».

A Il Sole 24 Ore Gallazzi ha chiarito così: «Il Governatorato ha emesso fattura nei nostri confronti a fine dicembre, e tale fattura è stata pagata a maggio. Una o due settimane dopo quella lettera». E il fatto che il Monsignor Nicolini sia stato titolare di una carta di credito a nome della Sri? «Questo è totalmente falso. Monsignor Nicolini non ha mai avuto una mia carta di credito», risponde.  E un'automobile? «Tantomeno. Mai dato un'automobile al Monsignor Nicolini». Eppure a Il Sole 24 Ore risulta che fino alla primavera del 2007, don Paolo, come veniva chiamato monsignor Nicolini, ha usufruito di una Audi A6 (targa: CW 493 SW) messa a disposizione da una società di Gallazzi, la Fin.Com. Srl.  Gallazzi ha tra l'altro una lunga storia di improvvise rotture con suoi stessi soci (oltre che amici). Il cofondatore e comproprietario di Sri, Egidio Maggioni, è oggi in causa con lui. «Non c'era più accordo, né possibilità di continuare a lavorare insieme», si limita a dire quando gli chiediamo spiegazioni. Stessa cosa è avvenuta con i tre soci co-fondatori di Npv, l'altro ramo del suo gruppo. Nel 2008 tutti e tre hanno preferito sganciarsi. Una curiosità aggiuntiva: i vertici di Sri sono stati condannati penalmente per non aver versato l'Iva entro il termine previsto sugli anni 2005 e 2006. Per un totale di quasi 700mila euro. Le condanne a sei mesi di reclusione, inflitte il 27 ottobre 2009 e il 3 settembre 2010, sono state sostituite da pene pecuniarie di cui è stata disposta la "non menzione" (ma Il Sole 24 Ore ha la documentazione che le prova). Veniamo a Daniele Pace: arriva dalla Cgil, è stato in Assoprevidenza e poi nel consiglio della Covip, l'ente di vigilanza dei fondi pensione. È lì che si è costruito quella rete di relazioni nel settore che gli ha poi permesso di diventare consulente di fondi pensioni e casse di previdenza. Gallazzi ci ha detto che, a parte una breve collaborazione nel 2008, con Pace non ha «mai lavorato insieme». Insistendo: «Nessuna collaborazione». In un'email Pace ha confermato: «Con il Dr. Gallazzi non condivido attività economiche». Ma Il Sole 24 Ore ha trovato evidenze del fatto che tra loro c'è stato un rapporto di vera e propria sinergia professionale. Perlomeno nel 2010/2011 (vedi articolo a fianco). Inoltre, come abbiamo scritto nella puntata precedente di questa inchiesta, nel 2010 i due entrano insieme sulla scena dell'Enpam. Con uno sponsor interno: il presidente dell'Ordine dei medici di Bologna, dottor Giancarlo Pizza che, alla vigilia delle elezioni del Cda della cassa, spinge il presidente dell'Enpam Eolo Parodi a ingaggiare la Sri di Gallazzi per fare «l'analisi del portafoglio mobiliare dell'Ente» e individuare «eventuali criticità presenti nel portafoglio».

Il "rapporto finale" di Gallazzi è di 78 pagine. Le 17 finali sono interamente dedicate all'operato di Mangusta Risk, la società di consulenza londinese che da anni svolge attività di controllo rischi e monitoraggio ex post degli investimenti mobiliari dell'Enpam. Mangusta viene duramente stroncata. Per il suo «mancato allineamento con gli impegni contrattuali» e per le «commissioni dello 0,15% per un'attività che sembra consistere nella preparazione di report di rischio (...) basati su informazioni e dati che già i gestori inviano all'ente». Secondo Gallazzi, quello di Mangusta sarebbe l'anello debole della catena di supporto professionale esterno creata da Enpam per gli investimenti mobiliari. La risposta di Mangusta arriva per via giudiziaria: con una procedura d'urgenza al tribunale di Roma intesa a ottenere rettifiche nella relazione, oltre che una citazione per concorrenza sleale e diffamazione. Ma la richiesta viene respinta. Nel frattempo Daniele Pace vede la possibilità di diventare advisor di Enpam al posto del "consigliere esperto" Maurizio Dallocchio. Il Sole 24 Ore ha trovato la copia di una brochure di una conferenza del settore tenutasi nell'autunno 2010 in cui Pace è presentato come consulente di Enpam. «Mi è stato richiesto, in tre distinte occasioni, di diventare consigliere esperto della Fondazione Enpam... Nelle prime due occasioni ho ringraziato ma rifiutato. Nella terza, per via dell'insistenza del presidente Parodi ho dato la mia disponibilità, ma per un breve periodo», chiarisce Pace. Da Enpam arriva però una smentita: «Non è mai stato offerto a Daniele Pace di diventare consigliere esparto. Anzi il nuovo Consiglio di amministrazione dell'Enpam, ritenendo superato questo ruolo, non ne ha nominato alcuno». A spingere in quella direzione dopo le elezioni del giugno 2010 è soprattutto Alberto Oliveti, vicepresidente vicario che dichiara voglia di cambiare. Non solo advisor e intermediari. Anche il loro modo di operare e la governance di Enpam. È lui a spingere il Cda a lasciare vacante il posto di consigliere esperto che per 17 anni è stato assegnato automaticamente a Dallocchio. E ad affidare a Mario Monti, all'epoca advisor di Goldman Sachs (oltre che presidente della Bocconi), il compito di analizzare i modelli organizzativi e di gestione degli investimenti dei maggiori fondi pensione europei per trovare un modello di governance a cui ispirarsi. Il 20 maggio 2011 Monti presenta la sua relazione. E il successivo 24 giugno il Cda approva un nuovo modello di riorganizzazione della governance. Bye bye consigliere esperto e nessuna delega sugli investimenti: a decidere sarà il Cda. In più, separazione tra chi decide gli investimenti e chi fa il monitoraggio del rischio, tracciabilità del processo decisionale, e soprattutto nessuna proposta di investimento "spontanea". Sarà l'Enpam a decidere che cosa vuole e quindi cercare le opportunità di investimento più consone a quella scelta. E se non risulteranno tali, sarà evidente chi ha deciso e fatto o guadagnato cosa. Almeno così si spera. Staremo a vedere.

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