Medico di base, infermiere, specialista e assistito insieme per l’equipe sanitaria, l’ultima frontiera dell’assistenza primaria. Cure palliative, ancora fermi e pochi hospice

Sanità pubblica | Redazione DottNet | 18/04/2012 10:33

Nasce l'equipe sanitaria che unisce il medico di base, l'infermiere come care manager, lo specialista e l'assistito: Il 'Disease and Care Management' rappresenta infatti un modello multiprofessionale per la cura delle malattie non trasmissibili. Il tema centrale del Convegno 'Assistenza primaria tra innovazione e sostenibilità', promosso dall'Associazione Parlamentare per la Tutela e la Promozione del Diritto alla Prevenzione con il supporto di Pfizer Italia, ha analizzato le nuove frontiere dell’assistenza sanitaria in Italia.

 Un modello, quello della equipe sanitaria, che porta risultati concreti, come dimostrato da alcuni progetti presentati al convegno. II coinvolgimento diretto del paziente nel seguire la propria cura richiede l'individuazione di opportune strategie che tengano conto dell'efficacia, della sostenibilità e dell’equità delle cure. Tutto ciò non può che migliorare lo stile di vita per tutti i pazienti, a prescindere dalle caratteristiche demografiche e culturali del paziente stesso.” Ha spiegato il Senatore Antonio Tomassini, Presidente della 12a Commissione Igiene e Sanità del Senato e Presidente dell’Associazione Parlamentare per la Tutela e la Promozione del Diritto alla Prevenzione. Il Progetto Michelangelo PREVASC, modello nell’ambito della medicina territoriale della Regione Lazio, ha mostrato come le condizioni cliniche e gli stili di vita siano notevolmente migliorati. “Il Progetto Michelangelo Prevasc, ha sperimentato nel territorio della ASL RME in collaborazione con la Cardiologia dell'Ospedale Santo Spirito, un innovativo modello assistenziale per la prevenzione cardiovascolare, basato sulla responsabilizzazione dell'Assistito al proprio stato di salute e sulla creazione di una Equipe Assistenziale costituita dall'Assistito stesso, dal Medico di Medicina Generale, dal Cardiologo e dall'Infermiere (Care Manager). I risultati sono stati particolarmente rilevanti sia in termini di performance organizzativa che clinica: dopo i 12 mesi di intervento, si è osservata una riduzione significativa di tutti i fattori di rischio cardiovascolari e un miglioramento delle variabili comportamentali studiate. Il progetto ha riscosso una valutazione positiva da parte di tutti gli attori coinvolti”. Ha sottolineato Roberto Ricci, Primario UOC Cardiologia, Ospedale Santo Spirito di Roma e Responsabile del Progetto Michelangelo. Durante l’evento sono stati messi a confronto altri due modelli organizzativi – nati da partnership pubblico/privato - per la prevenzione e promozione della salute in ambito cardiovascolare: il Progetto Raffaello (Regione Marche) e il Progetto Leonardo (Regione Puglia). “Il progetto Raffaello, cofinanziato dal Ministero della Salute e da Pfizer Italia e coordinato dalla Regione Marche, ha studiato 900 pazienti con fattori di rischio cardiovascolare. I risultati hanno dimostrato l’efficacia e l’economicità dell’intervento di Disease e Care Management nel riportare sotto controllo il diabete e l’ipertensione e nel ridurre il rischio cardiovascolare”. Ha raccontato Alberto Deales, Responsabile Area Qualità dei Processi Assistenziali e Reti Cliniche, Agenzia Regionale Sanitaria Regione Marche e Responsabile del Progetto Raffaello. “In Puglia si sta estendendo il modello di presa in carico e gestione delle cronicità sperimentato con il Progetto Leonardo, facendo leva sull'organizzazione della medicina generale, sull'integrazione con il Distretto e sull'inserimento di nuove funzioni professionali attraverso il Care Manager. L'obiettivo è la riorganizzazione dell'assistenza primaria per la sostenibilità dei sistemi di cura". Ha detto Ambrogio Aquilino, Direttore Medico Area Accreditamento, Qualità e Ricerca, Agenzia Regionale Sanitaria Puglia e Responsabile del Progetto Leonardo. “Esigenze di natura economica, a livello italiano ed europeo, incidono sempre di più sulle risorse destinate alla sanità, a fronte di una domanda crescente di salute da parte del paziente e delle problematiche emergenti, legate, ad esempio, all’invecchiamento della popolazione. In qualità di azienda leader, Pfizer Italia ha ritenuto di dover rinnovare il modello di collaborazioni esterne attraverso l’avvio di Partnership con le Regioni, mettendo a fattore comune il know-how della componente privata, scientifica, istituzionale ed il terzo settore per un obiettivo unico: migliorare la qualità del sistema e sperimentare nuovi modelli nei quali si riconosca la centralità del paziente". Ha tenuto a precisare Ugo Cosentino, Amministratore Delegato Pfizer Italia.

Cure palliative

La rete di cure palliative e terapie del dolore sta prendendo forma, ma e' ancora lontana dall'essere pienamente sviluppata e funzionante in tutte le regioni italiane. Gli hospice attivati sono ancora inferiori rispetto al fabbisogno e a quanto previsto dalla legge, cioe' 166 invece di 201. E' questo uno degli elementi che emerge dalla relazione al Parlamento 2012 del ministero della Salute sull'accesso alle cure palliative e la terapia del dolore. Il documento, che contiene dati riferiti al 2011, evidenzia come siano ancora poche le regioni con una struttura di coordinamento regionale per le cure palliative: l'hanno attivata solo Piemonte, Sicilia, Liguria, Veneto, Lazio, con la Liguria e il Veneto che avevano istituito organismi simili negli anni precedenti la legge. Per quanto riguarda il numero di hospice attivati, la realizzazione del programma non e' ancora completa. Con i fondi stanziati dalla legge del '99 era stata programmata la realizzazione di 201 strutture con 2.232 posti letto, mentre ne sono state attivate solo 166, di cui 120 con fondi statali e 46 con finanziamenti regionali o privati. Circa l'utilizzo dei finanziamenti, sebbene la percentuale totale di utilizzo sia dell' 88,28%, la Sardegna ne ha impiegati solo il 15,91%. La regione con piu' hospice e' la Lombardia (23), seguita da Emilia Romagna (16), Toscana (13), Veneto (12), Piemonte (11) e Sicilia (10). Anche se la maggioranza degli italiani e' a favore della somministrazione dei farmaci oppiacei nella terapia del dolore, di fatto i medicinali piu' prescritti e impiegati in questo ambito continuano a rimanere i non oppiacei. E' quanto emerge dalla relazione al Parlamento 2012 del ministero della Salute sull'accesso alle cure palliative e la terapia del dolore, che verra' presentata oggi e contiene dati riferiti al 2011. Per quanto riguarda i farmaci oppioidi (o oppiacei) forti, nel 2011 si e' registrato, rispetto ad altri paesi europei (che comunque hanno livelli medi molto piu' alti del nostro), un aumento rilevante nei consumi, pari a 1,17 euro pro-capite. I valori piu' elevati sono quelli di Valle d'Aosta, Friuli Venezia Giulia e Liguria, mentre al di sotto di un euro di consumo ci sono Lazio (0,89), Campania (0,73), Basilicata (0,73) e Calabria (0,75). Il consumo e' maggiore nelle donne rispetto agli uomini. Andamento simile anche per gli oppioidi deboli, dove il valore medio italiano di consumo pro-capite e' di 0,78 euro, e la Toscana e' in testa con 1,74 euro. I farmaci non oppioidi rimangono pero' i medicinali piu' prescritti nel nostro paese, con un valore pro-capite 11,7 volte maggiore rispetto a quello degli oppiacei deboli e 7,8 volte maggiore degli oppiacei forti. I valori massimi si osservano in Sardegna (12,19 euro) e Sicilia (11,28). Nel 2011 si sono resi disponibili inoltre nuovi medicinali, associazioni e nuove molecole, entrati a far parte delle terapie farmacologiche a disposizione dei medici per contrastare il dolore severo dei pazienti. Nel primo semestre del 2011 e' entrata in commercio l'associazione ossicodone-naloxone, e nel secondo semestre 2011 la nuova molecola tapentadolo, gia' lanciata in altri Paesi ed in commercio in Italia a partire dal IV trimestre del 2011. Non sono invece piu' commercializzati alcuni medicinali gia' impiegati nella terapia del dolore.

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