Balduzzi, il modello Puglia è vincente per la formazione dei manager pubblici sanitari. Le cifre sulla spesa sono fantasiose, ma tremila primari saranno tagliati

Redazione DottNet | 16/05/2012 19:22

L'esperienza, unica in Italia, del corso di formazione manageriale in materia di sanita' pubblica e di organizzazione e gestione sanitaria, avviata in Puglia spinge la regione ad essere un vero e proprio modello. Lo ha spiegato il ministro della Salute, Renato Balduzzi, in una conferenza stampa al Forum Pa. ''La Regione Puglia - ha detto Balduzzi - ha avviato una sperimentazione volta a selezionare in maniera nuova i direttori generali delle Asl. E' un intervento da valutarsi positivamente per due ragioni: perche' viene incontro ad un problema di buone relazioni tra politica e sanita' e perche' lo fa con un approccio culturalmente ampio, non solo di dimensione tecnico-burocratica. In ordine a questa specifica questione mi sembra, quindi, che si possa parlare di modello Puglia''.

 “Già da tempo avevo parlato di ‘modello Puglia’ riferendomi a questa interessante sperimentazione organizzativa che nasce in un contesto di difficoltà, non solo nazionale a causa della crisi, ma anche territoriale visti i limiti fissati dal Piano di rientro. Questa vera e propria scuola di formazione e l’approccio culturalmente stimolante su cui questa si basa, sono valori aggiunti che rendono questo modello ripetibile anche in altre Regioni”.  Il progetto pugliese è iniziato nel 2010 con la selezione di 33 persone ammesse al corso per futuri manager. Dopo sei mesi di lezioni in 30 sono risultati idonei, e il 49% di questi ricopre già incarichi dirigenziali nelle Asl pugliesi. Per Balduzzi, “nonostante permangano delle criticità relative al Piano di rientro della Regione, questo passo è importante per creare quella revisione di metodi e mentalità che, soprattutto in tempo di crisi, contribuiscono a creare innovazioni volte a mantenere alta quella qualità che caratterizza sia il nostro Sistema sanitario nazionale che quelli regionali”. Sull’argomento interviene il presidente della Regione, Nichi Vendola. “All’inizio del mio mandato ho fatto, in questo campo, una scelta basandomi su una mia conoscenza empirica, quasi dozzinale, per tentare di restare in qualche maniera al riparo dall’accusa di essere un lottizzatore, visto che la gran parte dei manager che vennero scelti provenivano dai ranghi dell’'ancien regime' - ha detto il governatore - questa scelta tuttavia non si è rivelata sufficiente e, a fronte di questo problema, abbiamo deciso di sperimentare una risposta innovativa”. Da qui è nata l’idea di una “iperselezione in senso meritocratico che tenesse conto dei titoli, delle competenze e delle attitudini; accompagnata da una vera e propria scuola di formazione basata su di una formula di full immersion”, ha spiegato Vendola.  La formazione è diventata in questo senso un percorso lungo il quale si sono articolati tutti quei segmenti disciplinari che il manager, “lavorando con ago e filo”, come spiegato dal governatore, “deve saper cucire e tenere insieme dentro un quadro di cognizione globale del sistema sanitario”. “Abbiamo voluto produrre un modello non solo innovativo ma anche trasparente, bonificato da quell’ombra di affarismo e malcostume che accompagna troppo spesso l’organizzazione sanitaria - ha proseguito Vendola - abbiamo deciso di avviare questa esperienza anche sulla base di suggestioni culturali, bussando alla porta di personalità quali Edgard Morin e Zygmunt Bauman, e interpellando la scienza dell’organizzazione dei modelli complessi”. Questo lavoro, come precisato dallo stesso governatore “è stato fatto con una premessa ben chiara: la complessità da affrontare non può tramutarsi in una paralisi come talvolta accade, né si può invocare il carattere neutro di una decisione meramente tecnica, perché le decisioni che vanno assunte riguardano l’esercizio del diritto alla salute, talvolta inibito da modelli di disorganizzazione o da un dimagrimento dei fondi che alimentano il Sistema sanitario nazionale”. Il ruolo centrale svolto dalla formazione nel nuovo modello organizzativo è stato sottolineato anche dall'assessore alle Politiche della Salute, Ettore Attolini, per il quale questa “non serve solo ad acquisire conoscenze e competenze, ma deve servire anche a far maturare capacità organizzative, capacità di adattarsi ai continui mutamenti di sistema. E tutto questo avviene nell’ambito di un processo di modernizzazione avviato dalla giunta regionale, che parte dal paradigma della semplificazione per arrivare a quello della complessità”. Balduzzi risponde infine sulla questione tagli alla sanità: “Le cifre che circolano sui tagli alla sanita' che deriverebbero dalla spendig rewiew sono ''frutto di fantasia''. “Stiamo lavorando alla spendig rewiew - ha affermato Balduzzi - in questo momento non abbiamo la possibilita' di dare un'indicazione precisa sui tagli. Le cifre che stanno girando appartengono alla fantasia. I risultati del nostro lavoro ci saranno in tempo brevissimi''. ''La revisione della spesa è riuscire a riorganizzare, riqualificare i servizi - ha aggiunto il ministro - Non è un taglio lineare, ma la capacità di intervenire sui fattori che producono la spesa stessa. Sotto questo profilo anche la sanità farà la sua parte''.

Troppi primari in Italia

In passato bastava un padrino politico per diventare primario. Oggi la vita di coloro che aspirano alla massima carica sanitaria si è fatta più difficile, anche per quanti sono in servizio. Secondo i piani del ministero dovranno essere tagliate 3 mila poltrone per eliminare ogni esubero e soprattutto per abbattere i costi. Oggi i primari tra Asl ed ospedali sono 19 mila per cui andranno via circa 1.100 primari negli ospedali e circa 1.800 primari delle organizzazioni territoriali. Il criterio da seguire è quello di almeno 17,5 primari nelle aree dove vivono almeno 13.500 persone. Il piano prevede l’accorpamento dei reparti ad un altro primario. Il documento si pone come obiettivo il “contenimento dei costi” e la razionalizzazione, e servirà soprattutto alle 8 Regioni quali Campania, Lazio, Molise, Abruzzo, Puglia, Calabria, Piemonte e Sicilia dove i coni della sanità sono in rosso. In Campania sono 795 i primari in eccesso, mentre nel Lazio sono 241. Entro il 31 dicembre 2012 le direttive prevedono di “contenere il numero delle strutture semplici e complesse (i reparti, ndr) entro i limiti previsti dagli standard”. Per esempio, in Toscana ci sarebbero circa 90 primari in più negli ospedali e altri 300 sul territorio. "Il documento manda un segnale positivo, dà una buona scossa anche al nostro sistema - spiega il direttore del dipartimento alla salute Edoardo Majno - Da tempo la Toscana indica alle Asl di ridurre i reparti analoghi all'interno delle stesse aziende. Adesso questo lavoro verrà accelerato, partendo da un monitoraggio preciso della situazione. Il mandato è di arrivare a una semplificazione organizzativa che riunisca le unità operative delle stesse discipline".  In Campania la situazione è al limite del paradossale con  800 primari di troppo. I dati, relativi al 2010, sono chiari: in Campania sono 2048, infatti, le strutture complesse (ovvero i reparti, ciascuno dei quali retto da un primario o da un facente funzioni): il 60 per cento di queste sono ospedaliere, le restanti fanno capo alla medicina territoriale. Solo la Lombardia ha un numero maggiore di primari (2413) ma con il doppio degli abitanti. Tutte le altre regioni, anche quelle di grandi dimensioni, hanno tetti notevolmente inferiori: è il caso ad esempio di Lazio (1774), Sicilia (1547), Veneto (1423), Emilia Romagna (1375). Emblematico, poi, il quadro delle strutture semplici: nel 2010 in Campania erano addirittura 9845, ovvero oltre il triplo di Lombardia (3072), Lazio (3061), Sicilia (2477), Veneto (2390) ed Emilia Romagna (1643). Da qui la necessità, secondo i tecnici del ministero, di far calare la scure: a conti fatti la struttura commissariale, guidata dal presidente Stefano Caldoro e dal vice Mario Morlacco con il supporto del senatore del Pdl Raffaele Calabrò, deve rinunciare al 40 per cento di strutture complesse e all’80 per cento delle semplici. In base, dunque, al testo del Governo le regioni i cui bilanci sono in pari dovranno, a partire dal 2012, “relazionare in merito alle iniziative adottate ai fini di adeguamento graduale ai predetti standard”, ma non avranno un termine obbligatorio di adesione. E se la Campania dovrà tagliare in maniera drastica i primari, in regioni come la Lombardia con i nuovi standard sarà necessario assumere.  Massimo Cozza, segretario di Cgil medici, afferma: “È inaccettabile ‘azzeramento automatico di migliaia di strutture con criteri ragionieristici, senza tenere conto delle prestazioni essenziali per i cittadini e senza un confronto sindacale. Certamente non sono più tollerabili unità operativa complesse con pochi letti, come accade nei policlinici universitari, né che la maggioranza dei medici di qualche reparto abbia incarichi di struttura semplice a discapito economico e professionale di altri colleghi che fanno lo stesso lavoro. Non vorremmo inoltre che per salvaguardare le baronie si lascino in vita piccole strutture, aumentando i numeri di altre per rispettare la media di 17,5 letti a primario”. Aggiunge Giovanni Monchiero, presidente di Fiaso, la federazione delle Asl: “Può darsi che ci siano troppi primari. In qualche caso si è cercato di accontentare le persone più che organizzare in modo opportuno gli ospedali. Non bisogna però attaccare la categoria, che ha qualche privilegio e grandi responsabilità”. Nel mirino delle considerazioni di Monchiero finiscono i policlinici: “Con la necessità delle facoltà di Medicina di dare posizioni apicali ai professori si sono creati molti reparti. Per risparmiare davvero bisognerebbe fare un’altra cosa: tagliare gli ospedali”.

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