Dall'Espresso: caccia alle staminali cattive

Oncologia | Redazione DottNet | 25/10/2008 13:06

Le grandi rivoluzioni scientifiche sono il frutto di un duro lavoro che si protrae per anni, e procedono per tappe quasi impercettibili ai più. Questa volta, invece, le cose sembrano andare diversamente. Sono bastati un paio d'anni per spingere anche i più cauti a dichiarare che 'la' cura del cancro, è lì, dietro l'angolo. E potrebbe davvero essere risolutiva, esattamente come è successo per gli antibiotici con le infezioni.

 

Per capire di che cosa si tratta bisogna partire dalla definizione di cellule staminali, parole inflazionate e utilizzate non sempre a proposito. Spiega Giuseppe Testa, responsabile gruppo di Epigenetica delle cellule staminali dell'Ifom di Milano: "Una staminale è una cellula che, per motivi noti solo in parte, rimane a uno stadio di immaturità tale che le consente, in un secondo tempo, qualora ve ne sia la necessità, di evolvere e di specializzarsi". Le staminali, grazie a queste caratteristiche, costituiscono l'indispensabile riserva di cellule pronte a rimpiazzare quelle che vanno perse, o da far entrare in gioco via via che procede la maturazione di un tessuto. Spiega Testa: "Questo è vero nella stragrande maggioranza dei tessuti sani, ed è vero anche in quelli tumorali: anche in essi, infatti, esistono cellule con questo tipo di caratteristiche, che per comodità vengono chiamate staminali, anche se non sono identiche a quelle dei tessuti sani. Nei tumori, infatti, le staminali non si limitano a un ruolo di riserva, ma costituiscono la vera forza trainante di tutto il sistema, ciò che consente al tumore di vivere e crescere: per questo è così importante identificarle (sono pochissime, nella totalità della massa tumorale) e colpirle".

Negli ultimi anni si sono accumulate molte osservazioni che hanno portato i ricercatori a presupporre un ruolo cruciale delle staminali nel cancro. In primo luogo, i test sugli animali, poiché non sempre un tumore preso da un animale e impiantato in un altro cresce: forse perché è privo di staminali? Non solo: ci sono persone in cui, anche dopo la terapia, tutto lascia prevedere un ritorno del cancro ma che, invece, sopravvivono senza segni di malattia forse perché il loro tumore non contiene staminali; e altre persone che, pur senza che ve ne siano i presupposti, ricadono. Forse per cause opposte perché, anche se non lo si vede, qualche staminale è rimasta e ha ricominciato a crescere.

L'osservazione in laboratorio di tumori umani ha poi permesso di trovare cellule con le caratteristiche di staminalità. All'inizio i ricercatori le hanno trovate nel sangue, poi è stata la volta delle neoplasie della mammella, del cervello, del colon, del pancreas, della vescica, del polmone, dei sarcomi, dei melanomi, dei tumori della testa e del collo: una lista che cresce di mese in mese. Racconta Testa: "Il riscontro di queste cellule, avvenuto la prima volta nei tumori del sangue nel 1997, ha condotto a formulare due ipotesi: il tumore potrebbe nascere direttamente dalle staminali normali, dei tessuti sani, che perdono la regolazione e diventano neoplastiche. In alternativa cellule cancerogene già mature, specializzate, potrebbero tornare indietro fino a ridiventare staminali e sostenere la proliferazione. Le due ipotesi potrebbero anche essere valide entrambe, ma ciò che conta è che ci hanno portato a riconsiderare il sistema-tumore nel suo insieme: oggi non è più visto come una massa avulsa dall'organismo, ma come un tessuto che si comporta come tutti gli altri tessuti, cioè ha un inizio, un'evoluzione e una fine".

Oggi l'obiettivo degli scienziati è capire quali sono i passaggi che permettono a tale ciclo di procedere, e come bloccarli o farli andare nella direzione giusta. I gruppi di ricerca al lavoro su questo terreno cercano di identificare proteine e molecole che contraddistinguano in modo inequivocabile le staminali e che siano vitali per esse; lo stesso Testa insieme a Gioacchino Natoli, all'Ifom, ha identificato, nell'ambito di uno studio finanziato dall'Airc, un enzima che permette alle staminali del cervello di maturare e diventare neuroni. Questo fenomeno si blocca in alcuni tumori cerebrali, come il glioblastoma, per un'errata regolazione dei geni che controllano proprio l'enzima scoperto da Testa e Natoli.

Sul cervello lavora anche Silvia Marino, 40 anni, professore ordinario di Neuroncologia sperimentale presso l'Institute of Cell and Molecular Science del Barts and London School of Medicine and Dentistry, dove studia prevalentemente i meccanismi genetici che mantengono le staminali del cervello adulto e dei tumori cerebrali in uno stadio immaturo. Spiega: "È noto che certi tumori cerebrali contengono cellule con caratteristiche staminali, ma anche con differenze rispetto a quelle dei tessuti normali. Queste differenze potrebbero essere sfruttate per identificare nuovi farmaci in grado di distruggere solo le cellule staminali tumorali. La buona notizia è che, recentemente, sono stati compiuti considerevoli progressi nell'identificazione di queste cellule, il che rende più facile studiarne le caratteristiche".

Un altro gruppo che ha identificato un marcatore delle staminali è quello di Luca Sigalotti, del Centro di riferimento oncologico (Cro) di Aviano che, sempre nell'ambito di un progetto finanziato dall'Airc e in collaborazione con altri gruppi di ricerca italiani e statunitensi, ha scoperto che una proteina chiamata Cta (Cancer Testis Antigen) è presente sulle staminali di melanoma e può essere usata come marcatore. Spiega Sigalotti: "Avere un marcatore specifico delle staminali permette di seguire il destino del tumore dopo una certa terapia e verificare se le staminali sono state o meno colpite da essa". Sigalotti ha percorso una delle possibili vie per annientare un tumore, al momento considerata tra le più promettenti: quella che punta a sfruttare le difese naturali dell'organismo, risvegliandole e rendendole più attive. I risultati ottenuti confermano che, selezionando i pazienti anche grazie al marcatore Cta, questo tipo di cura può essere davvero risolutiva perché agisce sia sulle cellule tumorali che su quelle staminali.

E questo sembra dare ragione a un'interpretazione ampia, che il ricercatore di Aviano fa sua: "Probabilmente colpire le staminali è indispensabile per avere una remissione dalla malattia, cioè la scomparsa dei sintomi, ma potrebbe non essere sufficiente. Tutto ciò che è stato fatto negli ultimi decenni, e che ha portato a una drastica diminuzione della mortalità, dimostra infatti che intervenire sulla massa serve, perché le cellule tumorali non staminali hanno una molteplicità di azioni, e non possono essere lasciate nei tessuti". Quello che si prospetta è quindi un cocktail di terapie, un insieme di interventi che agiscano sulle diverse cellule tumorali. Come commenta Silvia Marino: "I tumori cerebrali devono comunque essere rimossi o trattati con la radio-chemioterapia; tuttavia farmaci in grado di colpire selettivamente le staminali tumorali potrebbero facilitare la completa eradicazione del tumore, oggi impossibile nella maggior parte dei casi".

Prove a favore di questo approccio sono giunte anche, negli ultimi mesi, da una scoperta inattesa che rappresenta un vero colpo di fortuna: alcuni dei farmaci più nuovi, quelli cosiddetti a bersaglio mirato, studiati per colpire le cellule tumorali, uccidono anche le staminali. È il caso, per esempio, del trastuzumab, l'anticorpo monoclonale che ha rivoluzionato la terapia di alcuni tipi di tumore mammario (quelli che esprimono una proteina nota come Her2), e di un altro farmaco (non anticorpo) attivo contro lo stesso bersaglio, il lapatinib. Come è il caso dell'erlotinib, una molecola utilizzata nel tumore del polmone.

Ma oltre alle sostanze che, quasi per caso, agiscono sulle staminali, ne esistono già molte altre in studio, progettate appositamente per questo scopo. La multinazionale Merck, per esempio, sta puntando su MK0752, un composto nato per curare l'Alzheimer che blocca un gene fondamentale per la maturazione delle staminali e che è al momento in sperimentazione, insieme alla chemioterapia classica, in malate di tumore al seno. Da parte sua la Osi Pharmaceutical (che produce l'erlotinib) sta indagando su alcuni farmaci che bloccherebbero la transizione delle staminali a cellule specializzate, mentre i ricercatori del Rochester Medical Center di New York stanno compiendo studi minuziosi sul partenolide, un derivato vegetale che sembra annientare le staminali di alcune forme di leucemia, lasciando inviolate quelle dei tessuti sani. "In ogni caso", conclude Testa, "questo immenso sforzo ha già portato a un risultato fondamentale: una comprensione molto più veritiera del fenomeno cancro nel suo insieme, che non potrà non avere ricadute positive per tutti i malati".
 

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