Medicina generale, come cambia la professione tra sanità elettronica e cooperative di professionisti

Medicina Generale | Redazione DottNet | 01/06/2012 15:20

Il medico di base sta cambiando: le nuove tecnologie stanno rivoluzionando il modo di fare il medico di medicina generale, ma anche le rivoluzioni nel mondo della sanità pubblica richiedono nuove professionalità e soprattutto nuovi approcci ad un sistema che nei prossimi anni subirà mutamenti epocali. Negli Stati Uniti, precursori di quanto in genere avviene nel vecchio Continente, è in atto una profonda e radicale trasformazione del Sistema Sanitario, che inevitabilmente coinvolgerà la Medicina Generale.

Il processo di informatizzazione in sanita' si sta consolidando, al punto che il 90% dei medici di famiglia utilizza oramai i certificati digitali.  A fare il punto sulla informatizzazione in sanita' e' stata la presentazione a Bari della ricerca ''ICT in sanita': standard e proposte'', promossa dalla Fiaso, la Federazione Italiana delle Aziende Sanitarie ed Ospedaliere.  L'informatizzazione sanitaria riscuote dunque sempre maggiore interesse tra i medici, che ancora stentano pero' ad utilizzare le nuove tecnologie nella prassi quotidiana. Secondo un'indagine del Politecnico di Milano, infatti, solo l'11% usa lo strumento del teleconsulto, l'8% utilizza la teleassistenza per i propri pazienti, mentre il fascicolo sanitario elettronico, che contiene la memoria sanitaria di ciascun assistito, e' consultato dal 34% dei camici bianchi.  La ricerca, evidenzia il Presidente Fiaso, Giovanni Monchiero, ''vuol essere l'occasione per fare il punto sui nostri Sistemi informatici e sulle strategie da seguire con i nostri tecnici, per pianificare e gestire la loro evoluzione, potenziandoli e rendendoli sempre piu' consoni alle esigenze dei nostri tempi''.

Così negli Usa

 In un report ad una conferenza tenutasi in USA nel maggio 2011, sponsorizzata dalla Fondazione Josiah Macy Jr, veniva stimata una riduzione di circa 100.000 medici statunitensi entro metà del prossimo decennio, che colpirà in modo particolare i General Pratictioners. Un altro report della Robert Wood Johnson Foundation, inoltre, viene evidenziata, a fronte di una riduzione dei medici di medicina generale nelle aree rurali, una crescita, stimata attorno al 9% per anno degli infermieri cosiddetti ‘di famiglia’ dal 1999 al 2005.

 

Troppa informatizzazione e burocrazia

 

C’è un punto, però, sul quale ci sono grandi similitudini con quanto accade in Italia da quando è stata introdotta la sanità elettronica: la dottoressa Christine Sinsky ed il dottor Thomas Bodenheimer, in un progetto teso a valutare il grado di soddisfazione ed appagamento dei medici nell’esercizio della loro professione, hanno notato che l’informatizzazione e l’eccessiva burocratizzazione della Medicina Generale hanno apportato un aumento delle attività non mediche tali da impiegare due terzi dell’attività professionale medica in lavoro d’ufficio. Abraham Verghese, professore della Facoltà di Medicina dell’Università di Stanford, è convinto che l’informatizzazione degli ambulatori di medicina generale, divenuta ubiquitaria in USA, abbia negativamente modificato il rapporto medico-paziente, riducendo il tempo che viene impiegato per l’esame obiettivo a fronte della necessità di registrare i dati nei computers, ed auspica che in futuro, durante gli anni di formazione clinica nelle scuole mediche, vengano previsti dei periodi di internato negli ambulatori dei General Pratictioner per permettere loro di apprendere la semeiotica direttamente sul campo. La riforma del sistema sanitario statunitense prevede un maggiore interesse per le patient-centered.

 

L’associazionismo in Italia

 

In Italia la medicina di base per il momento la rivoluzione la sta conoscendo sotto forma dell’associazionismo. Si fanno strada, infatti, le cooperative di medici generici che in Italia sono ormai più di 200. Il vantaggio è una copertura oraria maggiore, che riduce la corsa agli ospedali:  il 10% dei medici di base del nostro Paese lavora in forma associativa, con un picco del 24% in Lombardia. Sono per  lo più  cooperative messe su da professionisti che mettono insieme i fattori di produzione del reddito, riducendo quindi i costi e fornendo diversi vantaggi ai pazienti a  partire da una copertura oraria maggiore, che riduce la corsa al pronto soccorso e agli ospedali. Mentre la prestazione medica classica resta individuale e ogni camice bianco continua a ricevere i pazienti nel suo studio, nella forma cooperativa l’attività viene gestita in comune tra i diversi soci. Sedi e strutture, personale, attrezzature e organizzazione vengono condivisi. La forma giuridica è quella della cooperativa di servizi socio-sanitari, diversa dalla società cooperativa di lavoro, che garantisce la redistribuzione degli eventuali utili in servizi per la professione e la condivisione della progettualità e degli obiettivi. In Italia, i primi riferimenti legislativi in tema di associazionismo in medicina generale risalgono al 1992. Il modello sono il "Centro Attencion primaria" spagnolo e le "Community of general Practitioner" inglesi. Successivamente, con un decreto legislativo del 1999, viene identificato il distretto come struttura essenziale al sistema sanitario nazionale, riconoscendo quindi l’importanza del medico di medicina generale come responsabile della “territorializzazione” dell'assistenza. Nel 2000, poi, il regolamento dell’accordo collettivo nazionale per la disciplina dei rapporti tra i medici di base ha favorito per la prima volta nuove forme organizzative con l’obiettivo di migliorare l’assistenza di primo livello e decongestionare quindi le strutture pubbliche. E i piani sanitari nazionali successivi hanno continuato a puntare sulla «promozione del territorio quale primaria sede di assistenza e di governo dei percorsi sanitari e socio sanitari». La medicina generale, in questo modo, non viene più concepita come un semplice filtro tra paziente e sistema sanitario, ma come punto di riferimento territoriale per i problemi di salute dei pazienti. Se questo permette di aumentare la qualità dei servizi, implica anche cambiamenti nell’organizzazione del lavoro. All’approccio singolo del medico, va quindi sostituita una visione associazionistica tra diverse professionalità sanitarie, che permette di migliorare le competenze dei medici di base e la qualità dei servizi offerti. Oltre al medico generico, infatti, nelle strutture cooperative lavorano anche pediatri, infermieri e medici specialisti. E i servizi offerti non sono più "generalisti", ma specializzati e tecnologicamente attrezzati.

 

I vantaggi delle cooperative

 

Ma quali sono i vantaggi per i medici? Oltre che meno dispendiosa, che dividono tra loro i costi d’affitto e le bollette degli studi, questa soluzione risulta quindi anche vantaggiosa per il paziente. A partire proprio dalla continuità assistenziale garantita per l’intero arco della giornata e per tutti i giorni della settimana. Per esempio alcune cooperative fanno orari che vanno - 6 giorni su 7 -, dalle 9 alle 20. Ogni paziente continua ad avere il suo medico di riferimento, però, perché il rapporto fiduciario con il proprio dottore resta fondamentale. Ma il paziente sa comunque di poter trovare sempre un altro medico a qualsiasi ora. Alla creazione delle prime cooperative, dalla fine degli anni Novanta è stato affiancato anche un sistema informativo che consente di condividere i dati clinici dei pazienti. A Milano, l’amministrazione comunale ha siglato un accordo con i consigli di zona 1 e 9, perché venga fatto un inventario degli immobili in disuso che potrebbero essere riutilizzati come sedi di cooperative socio-sanitarie. Come accaduto per il palazzo di via Palermo a Milano, uno spazio abbandonato nel retro dell’ufficio di igiene appartenente all’ospedale Fatebenefratelli. Dopo più di dieci anni, sembra che qualcuno  si sia interessato al progetto per la creazione di un centro polifunzionale di zona gestito dai medici di medicina generale.

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