Pronto un decreto legge per la nuova intramoenia. Subito a regime chi ha seguito l’indicazione legislativa, per gli altri si apre un periodo di prova

Sanità pubblica | Silvio Campione | 04/06/2012 19:19

Sull’intramoenia si stanno aprendo più fronti. L’ultimo in ordine di tempo arriva dai chirurghi che, attraverso il Collegio Italiano dei Chirurghi (CIC) hanno inviato una lettera con richiesta di audizione sul tema dell'Intramoenia allargata al ministro della Salute, Renato Balduzzi, e ai presidenti delle commissioni di Camera e Senato, Giuseppe Palumbo e Antonio Tomassini. Il nodo è la riforma che dovrebbe avere il via libera entro giugno.

Come abbiamo già anticipato per velocizzare l’iter si adotterà un decreto che, di fatto, renderà immediatamente operativa la legge. Tuttavia secondo i chirurghi, "la proibizione del ricorso alla cosiddetta 'intramoenia allargata', che permette l'esercizio della professione in luoghi diversi dall'ospedale in mancanza di adeguate attrezzature logistiche e tecniche nell'ospedale stesso, rende di fatto impossibile l'esercizio della professione chirurgica. E ciò potrebbe tradursi in un grosso danno a scapito dei pazienti". In tal senso il Collegio Italiano dei Chirurghi esprime "forte preoccupazione" in merito alla vicenda, chiede di conoscere "in tempi brevi i termini del provvedimento" e si dice "disponibile a esaminare assieme alle Istituzioni l'intera materia". Intanto il ministro Balduzzi assicura che "nelle prossime settimane si cercherà un confronto allargato e un'intesa con le Regioni”. Successivamente il nuovo testo sarà  presentato in tempi brevi ai professionisti della sanità che ne dovranno valutare l’applicabilità e la portata. Ma il ministro precisa anche che dopo il 30 giugno, con la scadenza del periodo di proroga, "chi ha saputo seguire l'indicazione legislativa per realizzare l'attività professionale secondo la legge, andrà a regime – spiega Balduzzi - per quanto riguarda chi per varie ragioni è rimasto indietro, la scelta è dargli una 'finestra'. Ma non una finestra di proroga". Si tratterà, piuttosto, di una “sperimentazione”, ma “a condizione che si metta in rete, che ci sia tracciabilità e trasparenza, e con sanzioni adeguate". Balduzzi ha anche sottolineato come, rispetto agli obiettivi che la legge si proponeva alla sua nascita, sia cambiato il quadro di riferimento. In particolare, grazie alle nuove tecnologie "che consentono in tempo reale di sapere cosa si fa in un'azienda, è meno delicato il problema del luogo dove si esercita la libera professione dei dipendenti. mentre invece rende decisivo sapere chi fa cosa, con quali volumi con quali procedure".

Le nuove tecnologie

Nuove tecnologie, dunque, ma secondo  il vicepresidente della Federazione italiana aziende ospedaliere (Fiaso), Giampiero Maruggi, ''c'è ancora molto lavoro da fare'' prima che le aziende sanitarie italiane abbiano una piattaforma informativa comune che permetta, attraverso l'uso dello stesso linguaggio, una agevole condivisione di servizi, una maggiore chiarezza nei bilanci e una razionalizzazione della spesa. Maruggi ne ha parlato  in occasione del congresso 'Sistemi informativi in sanita''. ''Il sistema sanitario - ha spiegato Maruggi - anni fa è andato verso l'aziendalizzazione e questo è un fatto positivo che ha il suo rovescio della medaglia, perché le aziende tendono al solipsismo per cui non si fa sistema, non si fa rete. A cominciare proprio dalla information technology: le aziende - ha rilevato - non hanno spesso una comune piattaforma informativa, il che è come due persone che non si capiscono perché parlano due lingue diverse''.''La conseguenza di questo - ha spiegato Maruggi - è l'impossibilità di lavorare in benchmarking perché non si conoscono le best practice del mondo delle tre aziende, non c'è una reportistica affidabile ma soprattutto non si possono portare avanti progetti in comune e mettere in comune pezzi di attività delle singole aziende''. ''Per esempio, in un sistema regionale - ha detto - ci sono molte aziende e alcuni servizi si possono mettere in comune: pensiamo alla formazione per citare un classico. Ma anche gli acquisti, gli ambulatori. Tutto questo però passa attraverso un linguaggio che deve accomunare le aziende ma anche abbattere queste barriere invisibili che poi possono cedere il passo all'autoreferenzialità per cui ogni azienda è gelosa della propria autonomia. Insomma, bisogna essere un po' più disponibili cominciando da un sistema informativo condiviso''. Per raggiungere questi obiettivi la strada è ancora lunga? ''Diciamo - ha sottolineato Maruggi – che  ci sono molti margini di miglioramento; c'è ancora molto da lavorare. Però si fa strada una consapevolezza che bisogna andare in una certa direzione. Se non bastasse l'autodeterminazione ci penserebbe il governo col pungolo del taglio della spesa pubblica: è una necessità come tante ne ha il nostro governo - ha rilevato - quindi sicuramente la scarsità deve aguzzare l'ingegno e l'ingegno significa razionalizzare''. Per quanto riguarda la chiarezza dei bilanci, Maruggi ha precisato che ''sistemi informativi non omogenei possono portare anche a una diversa rappresentazione dei fatti aziendali. E se i sistemi hanno delle diversità e non dialogano fra loro, la intelligibilità dei bilanci diventa un po' criptica, per cui bisogna adattarsi a quel modello per leggere correttamente''.

 

Intramoenia, il commento di Ignazio Marino su L'espresso

 

Mai più visite in studio per i medici dei nostri ospedali. Adesso con la libera professione si fa sul serio. Non ci saranno altre proroghe". Sono le parole del ministro della Salute, Renato Balduzzi, che lo scorso febbraio ha chiarito la volontà di mettere ordine in un settore in cui regna l'anarchia. L'annuncio ha messo in fibrillazione il mondo della sanità che da tredici anni attende, di proroga in proroga, una riorganizzazione. Ma niente paura, nella proposta del ministro c'è l'immancabile proroga: nulla cambierà fino a novembre, in attesa di un passaggio graduale verso nuove regole.
A dire il vero una norma che riorganizza l'attività libero-professionale dei camici bianchi esiste già (legge 120 del 2007), ma non è mai entrata in vigore, vittima anch'essa del regime delle proroghe. Perché non applicarla subito? Perché ricominciare a negoziare con i medici, i sindacati, le Regioni, il Parlamento, con la certezza di non arrivare a nulla prima delle elezioni del 2013?
Facciamo un passo indietro. Nel 1999 venne data la possibilità ai medici di svolgere l'attività privata all'interno degli ospedali, sperando di porre fine al dirottamento dei pazienti nelle case di cura. Dopo più di dieci anni da quella riforma il risultato è modesto: tante aziende sanitarie non hanno adeguato gli spazi da destinare agli studi dei medici, molti dei quali hanno continuato a visitare e a operare nelle cliniche, nonostante abbiano accettato il rapporto di esclusività con il Servizio sanitario nazionale e il relativo aumento di stipendio. Una soluzione sarebbe a portata di mano: basterebbe applicare la legge del 2007 che prevede la libera professione all'interno dell'ospedale, ma al di fuori dell'orario di lavoro, e obbliga ad assicurare un numero di prestazioni nel pubblico non inferiore a quelle del privato. Ciò significa che se un medico esegue cento visite al mese a pagamento, ne deve eseguire almeno cento anche nel pubblico. Una proporzione che garantisce guadagni elevati ai professionisti, riduce le liste d'attesa e tiene conto delle esigenze degli ammalati, senza discriminare i meno abbienti. Inoltre, se il medico lavora solo all'interno del suo ospedale, un paziente che viene operato di mattina e ha una complicazione il pomeriggio, sarà più tranquillo perché il suo chirurgo è lì, non è corso in clinica e si prenderà cura di lui. L'organizzazione caotica di questi anni ha creato anche terreno fertile per alcune situazioni di illegalità inaccettabile. Su 704 posizioni di medici valutate in un'indagine dei Nas nel 2011, ben 356, ovvero la metà, hanno dato origine a una denuncia.
E' ora di dire basta: si premino i medici diligenti e onesti e si puniscano i furbi, coloro che non rilasciano le fatture ed evadono le tasse, che privilegiano le visite allo studio privato trascurando il lavoro in ospedale, e quelli che in ospedale non ci vanno proprio ma si fanno timbrare il cartellino da colleghi compiacenti. I disonesti sono una piccola minoranza ma danneggiano la stragrande maggioranza di quegli operatori sanitari che, responsabilmente, ogni giorno si dedicano ai pazienti, spesso in condizioni difficili e con strumenti limitati. E soprattutto basta proroghe. Se si vuole cambiare, si faccia sul serio e si ponga fine una volta per sempre a quell'anomalia tutta italiana che garantisce a un medico il posto fisso a vita permettendogli allo stesso tempo di svolgere la libera professione, quasi sempre senza controlli. Si scelga invece di separare i percorsi, da una parte il privato puro, dall'altra il pubblico introducendo incentivi salariali e di carriera significativi, con premi economici per chi lavora meglio e con valutazioni periodiche dei risultati. Insomma, si punti a fidelizzare una classe medica finalmente motivata e gratificata, che voglia crescere nel pubblico e che sia orgogliosa di contribuire con idee, tempo e impegno a rafforzare e rendere sempre migliore un'istituzione fondamentale per la vita di tutti noi

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