Il principio di complementarita' nell'organizzazione biologica strutturale

Enrico Venga | 02/07/2012 12:29

Nel Congresso Internazionale dei Fisici del 1927 tenutosi a Como, Niels Bohr enunciò questo principio che descrive il duplice aspetto – corpuscolare e ondulatorio - dei fenomeni che avvengono a livello atomico e subatomico.

Tale principio sostiene che un fenomeno non può mai essere osservato contemporaneamente in tutte le sue dimensioni, per cui in meccanica quantistica gli oggetti possono comportarsi sia come particelle sia come onde.

Questa contraddizione – o si osserva un aspetto o un altro aspetto – ha caratterizzato non poco il percorso della ricerca, alimentando la diatriba tra la rappresentazione corpuscolare e ondulatoria dei fenomeni atomici e subatomici.

A nostro modesto avviso, tale deduzione ha in sé non il principio di contraddizione, ma la rappresentazione di un solo ed unico aspetto fenomenico nella sue differenzazioni-diversificazioni.

Infatti, un fenomeno può essere, e non potrebbe essere altrimenti, rappresentato secondo le nostre dimensioni percettive, al di là dell’essenza fenomenica.

Ovvero, una substantia adimensionale, differenziata nell’organizzazione fenomenica, assume i vari parametri per la stessa rappresentazione fenomenica.

Heisenberg Werner, in The Physical Principles of Quantum Mechanics,(1930), scrive:” Anche se esiste un corpo di leggi matematiche “esatte”, queste non esprimono relazioni tra oggetti esistenti nello spazio-tempo; è vero che approssimativamente si può parlare di “onde” e “corpuscoli”, ma le due descrizioni hanno la stessa validità. Per converso, la descrizione cinematica di un fenomeno necessita dell’osservazione diretta; ma poiché osservare significa interagire, ciò preclude la validità rigorosa del principio di causalità”.

A livello biologico strutturale non possiamo che rappresentare le dimensioni fenomeniche per la rappresentazione fisiologica e sono queste rappresentazioni che vengono elette ed etichettate a livello nosografico.

Questo iter induce (ed ha indotto) un cosiddetto cammino evolutivo della ricerca medica nella mera illusione di poter debellare le fisio-patologie rappresentative, che soltanto la riorganizzazione strutturale può trasformare.

Nella dinamica rappresentiamo la Funzione, poiché  a livello strutturale vi sono i presupposti per la induzione fisiologica o fisiopatologica che dir si voglia.

Naturalmente, nella stessa organizzazione – di qualsivoglia natura – non possono che esservi parametri delle rappresentazioni  cosiddette dimensionali.

Tuttavia,bisogna tener ben presente che ciò che caratterizza un fenomeno non sono le dimensioni antropomorfiche che riguardano soltanto la pseudo-conoscenza fenomenica, anche perché un elemento non può avere la conoscenza di un altro elemento, e questo anche e soprattutto perché la conoscenza a livello atomico-subatomico non è né necessaria né essenziale per il sapere scientifico, ma è necessaria ed apparentemente utile soltanto alla razionalizzazione della Logica Umana.

Quindi, l’etichettare una funzione o un fenomeno, di qualsivoglia origine, non dovrebbe indurci nell’errore dimensionale o contraddittorio o dicotomico.

Soltanto se riusciamo a cogliere l’essenza adimensionale possiamo spiegarci come certe fenomenologie possono verificarsi, non soltanto nel mondo dell’organizzazione microscopica, ma anche per tutte le organizzazioni macroscopiche e del mondo cosiddetto biologico.

A tal proposito,bisogna sempre meglio apprendere e rendersi pronti a comprendere che il microscopico non può divergere dal macroscopico: se ciò accade appartiene semplicemente alla nostra condizione fenomenica e non certamente alla essentia della Natura.

 

                                                                                   Venga Enrico