La suprema Corte tedesca ammette il comparaggio. Per la Cassazione è corruzione e condanna i medici del Servizio pubblico: le due sentenze. Qual è la vostra opinione?

Redazione DottNet | 04/07/2012 12:03

In Germania i medici del Servizio Sanitario Nazionale possono ricevere regali da parte delle industrie farmaceutiche senza essere accusati di corruzione. Lo afferma una sentenza della Corte di Giustizia Federale tedesca di Karlsruhe, equivalente alla nostra Corte di Cassazione. La nostra Suprema Corte ha invece condannato alcuni medici di Pisa per aver accettato omaggi dalle case farmaceutiche. Il giudizio dei magistrati tedeschi è stato formulato sul caso di un medico a cui erano stati pagati 10 mila euro per dei seminari mai tenuti in cambio di maggiori prescrizioni di un certo farmaco. Un caso simile a quello italiano.

 "I dottori si devono considerare come dei lavoratori freelance - afferma la sentenza tedesca - quindi questo genere di casi non ricade sotto la legge ma al codice di condotta della Associazione Medica Tedesca". La decisione ha provocato l'ira della Gkv, la principale compagnia di assicurazione sanitaria tedesca, secondo cui l'effetto della sentenza e' "che il paziente non sapra' piu' se una prescrizione e' stata fatta perche' necessaria o sulla spinta di una strategia di marketing". D'accordo con la sentenza invece le compagnie farmaceutiche e l'associazione dei medici, che pur condannando la pratica di fare regali ai medici hanno affermato che "la decisione preserva l'indipendenza dei medici", e che "le regole esistenti sono piu' che sufficienti a scoraggiare questa pratica".

La sentenza italiana che condanna i medici del Servizio Sanitario Nazionale

Il Tribunale di Pisa, come c’informa l’avvocato Anna Teresa Paciotti, dichiara responsabili del delitto di corruzione continuata per atti contrari ai doveri d’ufficio alcuni medici, per avere, nella loro qualità di medici convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale, prescritto ai pazienti farmaci segnalati da promotori di ditte farmaceutiche dietro compenso di somme di denaro. La Corte di appello di Firenze, in riforma della sentenza impugnata, derubrica il delitto in corruzione per atti d’ufficio, dichiara la prescrizione dei reati, confermando la condanna al risarcimento dei danni in favore delle parti civili. Gli imputati promuovono ricorso per Cassazione. La Suprema Corte si pronuncia a sua volta con la Sentenza n. 1207/2012, accogliendo il gravame per la parte relativa alle statuizioni civili. Quanto alla configurazione giuridica del reato, le parti ricorrenti ritengono che il reato sarebbe quello , contravvenzionale, previsto dall’art. 123 del decreto legislativo n 219/2006, ai sensi del quale nel quadro dell’attività di informazione e presentazione dei medicinali svolta presso medici o farmacisti è vietato concedere, offrire o promettere premi, vantaggi pecuniari o in natura e medici e farmacisti non possono sollecitare o accettare alcun incentivo. La Corte osserva che il giudice di appello ha configurato correttamente il reato. La condotta presa in esame dalla disposizione citata deve ritenersi “prodromica” rispetto a quella, denominata di “comparaggio” di cui agli artt. 170-172 r.d. 27 luglio 1934, n. 1265, dato che in questa è contenuto l’ulteriore elemento dello scopo dell’agente di «agevolare la diffusione di specialità medicinali»; per cui, è stato bene messo in rilievo in dottrina, il rapporto tra le due fattispecie che si configura secondo lo schema del c.d. reato necessariamente progressivo, che rende applicabile solo la fattispecie di maggiore ampiezza.

Arresto o ammenda

Le norme citate dispongono che il medico o il veterinario che ricevano, per sé o per altri, denaro o altra utilità ovvero ne accettino la promessa, allo scopo di agevolare, con prescrizioni mediche o in qualsiasi altro modo, la diffusione di specialità medicinali o di ogni altro prodotto a uso farmaceutico, sono puniti con l’arresto e con l’ammenda e se il fatto violi anche altre disposizioni di legge, si applicano le relative sanzioni secondo le norme sul concorso dei reati (art. 170); le pene stabilite nell’ artt. 170 si applicano anche a carico di chiunque dà o promette al sanitario o al farmacista denaro o altra utilità (art. 172). Ciò chiarito, in rapporto alla fattispecie di corruzione impropria ravvisata dal giudice di appello, va considerato, in primo luogo, che quella di “comparaggio” di cui all’art. 170 citato, prevede che “se il fatto violi anche altre disposizioni di legge, si applicano le relative sanzioni secondo le norme sul concorso dei reati”; per cui, se la stessa condotta è inquadrabile anche in quella di altra fattispecie incriminatrice, nel caso, in quella della corruzione, in deroga ai principi che regolano il concorso di norme, e in particolare il principio di specialità, sono applicabili entrambi le fattispecie penali. Ma, sarebbe configurabile in ogni caso il reato di corruzione, stante la qualità soggettiva di pubblico ufficiale rivestita dai medici, in quanto inseriti nel Servizio Sanitario Nazionale, che costituisce elemento specializzante, sotto il profilo della qualità dell’agente, rispetto al reato di “comparaggio”, che ha quali destinatari tutti coloro che esercitino una professione sanitaria. Ma, i ricorrenti hanno censurato la sentenza impugnata, anche quanto all’erronea applicazione della legge in punto di conferma delle statuizioni civilistiche e, la censura è fondata. Infatti, la sentenza è gravemente carente in punto sia di conferma della responsabilità civile sia della individuazione del danno conseguente alle condotte contestate. Quanto al primo aspetto, va rilevato che il giudice di appello, dopo avere sbrigativamente riassunto gli elementi di prova a carico degli imputati e avere dichiarato la prescrizione dei reati, previa loro riqualificazione, si è limitato a osservare che non sussistevano i presupposti di evidente innocenza per il proscioglimento. Ora, va ribadito il principio reiteratamente affermato dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui, il giudice dell’appello, nel prendere atto di una causa estintiva del reato verificatasi nelle more del giudizio di secondo grado, è tenuto a pronunciarsi sull’azione civile: deve quindi necessariamente compiere una valutazione approfondita dell’acquisito compendio probatorio, senza essere legato ai canoni di economia processuale che impongono la declaratoria della causa di estinzione del reato quando la prova della innocenza non risulti “ictu oculi”. Il giudice del rinvio, esaminate approfonditamente le censure degli imputati in punto di responsabilità per le condotte loro addebitate, dovrà anche, subordinatamente all’accertamento della responsabilità civile, affrontare il punto relativo alla quantificazione dell’eventuale danno, tenuto conto della derubricazione della originaria imputazione, che esclude la contrarietà ai doveri di ufficio delle rispettive condotte.

Per partecipare al sondaggio clicca qui

I Correlati

I Correlati

Widget: 91798 (categoria) non supportato