Cassazione, la madre deve essere informata per decidere se praticare l’aborto terapeutico

Redazione DottNet | 12/09/2012 21:14

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La madre ha il diritto di «poter decidere liberamente, anche attraverso un'adeguata informazione sanitaria, la scelta dell'aborto terapeutico o di rischiare una nascita a rischio genetico». Se non viene messa in condizioni di poter decidere in tutta libertà con analisi adeguate che attestino la vitalità del feto, ha diritto, insieme al padre del nascituro, ad un maxi risarcimento.

Il caso. La Cassazione accogliere il ricorso dei genitori di una bimba nata con sindrome Down che chiedevano venisse dichiarata la responsabilità dell'Università la Sapienza di Roma perchè «non aveva informato la gestante della oggettiva inaffidabilità dell'esito della funicolocintesi e quindi sulla necessità di ripetere l'esame entro e non oltre la 24esima settimana», termine entro il quale la madre aveva la possibilità di scegliere l'aborto terapeutico. Alla coppia, la Corte d'appello di Perugia aveva riconosciuto 80 mila euro di danni morali (contro una richiesta di un miliardo e trecento milioni di lire, circa 700mila euro), condannando la Sapienza al pagamento della somma. I genitori della bimba Down hanno fatto ricorso con successo in Cassazione, chiedendo anche i danni non patrimoniali.  La Cassazione doveva decidere «nel caso di aborto terapeutico, a chi incombe l'onere probatorio che al momento dell'inadempimento del medico il feto non era in condizioni di condurre vita autonoma». Ha affermato che «la responsabilità dell'Università è di natura contrattuale», per cui «nel contratto di protezione tra la gestante e l'Università che effettua le analisi per escludere il rischio genetico, gli interessi da realizzare e tutelare attengono alla sfera della salute in senso ampio» visto che «l'inadempimento dell'università debitrice della prestazione è suscettibile di ledere i diritti inviolabili della persona e quindi anche della gestante e del padre, che pure è giuridicamente solidale al mantenimento, alla crescita e alla protezione del nato non sano». La responsabilità dell'Università è di inadempienza all'obbligo di protezione nel compiere la funicolocentesi, sia in ordine al principio di risarcimento integrale del danno non patrimoniale dei genitori della piccola handicappata, che risulta sottovalutato per entrambi i genitori, considerata la gravità del sacrificio personale e la permanenza dell'assistenza di una persona che abbisogna di continue cure, sorveglianza ed affetto». Ora la Corte d'appello di Perugia liquiderà alla coppia un danno maggiore.