Procreazione, petizione per fermare il ricorso contro la sentenza della Corte dei diritti umani di Strasburgo che boccia la Legge 40

Ginecologia | Redazione DottNet | 15/10/2012 17:58

Non presentare ricorso contro la sentenza della Corte dei diritti umani di Strasburgo dello scorso 28 agosto con cui ha bocciato la legge 40 del 2004 per quanto riguarda l'impossibilità per una coppia fertile ma portatrice sana di fibrosi cistica di accedere alla diagnosi preimpianto degli embrioni. Lo chiedono 29 persone di impostazione laica, che hanno inviato una lettera al premier Monti, e da ieri attivato un blog e una petizione. ''Innanzitutto, presentarlo - scrivono i 29 - potrebbe far credere che in Italia non si possono effettuare, in base alla legge 40, le diagnosi preimpianto''.

 Di fatto, ricordano, ''diagnosi del genere - ricorda - vengono praticate alla luce del sole da una dozzina di strutture specializzate diffuse sul territorio nazionale (con la copertura dell'art.2 della Costituzione)''. Nella lettera i 29 laici parlano poi di ''indubbia contraddizione evidenziata dalla Corte di Strasburgo tra il disposto della legge 194/1978 e quello della legge 40/2004. E' assurdo vietare la diagnosi preimpianto ai portatori sani di malattie genetiche, considerato che la legge 194/1978 stabilisce che la diagnosi di malconformazione fetale, quando determina un rischio per la salute psicologica della madre, autorizza la scelta di interrompere la gravidanza''. In terzo luogo, ''il fatto che il giudizio della Corte Europea dei Diritti non sia nella fattispecie mosso da un precedente pronunciamento della magistratura italiana - concludono - costituisce un significativo e concreto passo verso il principio che i diritti umani vengono garantiti in ambito europeo senza il bisogno dalla preventiva intermediazione dei singoli stati, una intermediazione che obiettivamente e' un freno concettuale e temporale nei confronti della cittadinanza europea''. Tra i 29 laici firmatari dell'appello al premier Monti ci sono medici, bioeticisti, giuristi e politici, come Raffaello Morelli, Giulio Giorello, Carlo Flamigni, Maurizio Mori, Marilisa D'Amico e Franco Grillini.

Il commento della Roccella. Per la parlamentare Pdl Eugenia Roccella''Non ricorrere creerebbe un precedente gravissimo: ogni governo infatti, tecnico o politico che sia, dovrebbe difendere le leggi nazionali votate dal proprio Parlamento'':  Roccella ''ricorda che la scadenza temporale per evitare che questo avvenga è vicina: il Governo deve decidere, in tempi rapidi, se presentare il ricorso contro la sentenza di primo grado della Corte Europea sulla legge 40, entro il 28 novembre''. Roccella afferma che ''in questo caso, inoltre, si tratta di una legge confermata da un voto popolare: l'astensione di massa al referendum del 2005 indica un assoluto disinteresse popolare per il quesito posto, e quindi la migliore conferma per le scelte legislative del Parlamento sul tema. Nonostante la ricorrente pressione per smontare la legge 40, attraverso ricorsi e sentenze, ci sembra che l'unico modo realmente democratico e trasparente di farlo sia una battaglia politica e parlamentare che non cerchi scorciatoie''.

Le società scientifiche: E' legittima, nel quadro generale della giurisprudenza italiana, la diagnosi preimpianto per la fecondazione assistita, e la legge italiana e' incoerente: e' quanto in sintesi sostengono in un documento inviato al presidente del Consiglio Mario Monti e al ministro della Salute Renato Balduzzi, la Societa' Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) e le Società Scientifiche di Medicina della Riproduzione (SIFES, SIDR, CECOS e SIOS) commentando la sentenza Corte Europea che ammesso il test vietato in Italia.  ''La decisione è fondata sull'art. 8 della Convenzione Europea - ricordano i medici - che riguarda il diritto al rispetto della vita privata e familiare''. Il documento delle societa' scientifiche arriva a poche settimane della decisione che il governo dovra' prendere se ricorrere o meno contro la sentenza europea. La Corte di Strasburgo afferma, sulla base della propria giurisprudenza, che a fondamento della questione non c'è il desiderio da parte di una coppia di avere un figlio sano, possibilità che tecnicamente la diagnosi pre-impianto non consente, ma la decisione sulla propria vita e la limitazione delle ingerenze da parte degli Stati nella vita personale delle persone. ''Ciò che è in gioco è il diritto alla decisione sulla propria esistenza sulla base della concezione etica e personale e tale diritto è protetto dall'art. 8 della Convenzione e si fonda anche sui rischi all'integrità psicofisica della coppia e in particolare della donna che possono seguire a una interferenza in tale sfera personale''. La mancata possibilità di accesso alla diagnosi pre-impianto della Legge Italiana ''oltre a ledere la vita personale dei soggetti, rischia di determinare un impatto all'integrità psicofisica costringendo di fatto la donna e la coppia a decisioni più gravi e dannose come ad esempio l'interruzione della gravidanza. La legge Italiana è in questo senso incoerente con altre norme dell'ordinamento giuridico che consentono di poter evitare la nascita di un figlio malato mediante il ricorso all'interruzione di gravidanza''.

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