Il "Principio Terapeutico" nell'organizzazione biologica strutturale

Enrico Venga | 18/12/2012 10:32

L’organizzazione biologica strutturale è la base da cui si organizzano e si inducono le Funzioni per l’espletamento della stessa organizzazione.

Le Funzioni, quindi, esprimono anch’esse un’organizzazione per esigenza strutturale di base, per cui non possono che riverberare la stessa organizzazione strutturale.

 

Se tutto ciò è vero dobbiamo allora intendere come possiamo noi inibire o attivare, mutare o trasformare una Funzione.

L’espletamento della Funzione deve essere a sua volta supportata da un corredo biochimico per potere rappresentare una qualsiasi morfologia. E, quindi, lo stesso corredo biochimico deve essere funzionale alla Funzione che si rappresenta.

Se è vero questo, dobbiamo allora chiederci che possibilità abbiamo di interferire sulla bio-chimica che esprime una Funzione.

Possiamo agire sulla morfologia biochimica per destrutturare una Struttura?

La destrutturazione potrà essere selettiva? e non coinvolgere tutta l’organizzazione biologica strutturale da cui deriva la Funzione?

E’ da precisare che determinati accorgimenti biochimici sono al servizio della Struttura e non diversamente, altrimenti ci dovremmo affidare al “caso” e non alla Struttura. Infatti, posto che il caso interviene allorchè non vi è conoscenza dell’organizzazione strutturale, lo stesso artificio biochimico o anche non biochimico casuale non potrà certamente determinare il progresso scientifico, poiché ci troveremo sempre di fronte alla casualità di un nuovo Evento.

Quindi, per avere l’illusoria certezza, dovremmo ignorare gli elementi costituenti della stessa Materia-Energia.

A tal uopo è interessante chiedersi: ammesso che a livello recettoriale troviamo la disponibilità recettiva, possiamo dire che modifichiamo-mutiamo-trasformiamo biochimicamente una Funzione ? o ci troviamo ad interferire nella stessa Funzione con l’ aspettativa della mutazione-trasformazione ?

 In tal senso, la Funzione dovrebbe avere la possibilità biochimica di mutare-trasformare la struttura che la sottende. Ma è idonea la cosiddetta “terapia” a ristrutturare la morfologia atomica-molecolare?

E se è vero questo, oltre a correre l’alea di una Ristrutturazione,quale Struttura possiamo ipotizzare, dato che non conosciamo la stessa formazione della Materia-Energia che rappresenta l’organizzazione Strutturale?

Naturalmente,sappiamo anche che una Struttura non alimenta soltanto una Funzione, ma tutte le Funzioni.

Noi sappiamo che se una Funzione è “fisiologicamente” alterata, per i nostri criteri sintomatologici-diagnostici, la denominiamo Disfunzione.

Tuttavia, anche le altre Funzioni sono necessariamente coinvolte, per lo stesso concettualità  strutturale, poiché una Struttura non può alimentare soltanto una Funzione o generare una Funzione non compatibile alla stessa organizzazione strutturale.

Allora, per il “principio terapeutico” noi dovremmo tener presente non soltanto la Funzione, ma tutte ciò che coinvolge o ha coinvolto quella Funzione, per cui la cosiddetta modifica-trasformazione di una unità funzionale potrebbe essere motivo non  sufficiente a farci comprendere la reale o apparente modifica o trasformazione di quella stessa unità Funzionale.

 Non soltanto, ma lo stesso “pharmacon” rappresenta un’organizzazione strutturale che evidenziandosi nella sua Funzione biochimica dovrebbe andare a modificare-trasformare un’ altra Funzione biochimicamente supportata.

Dunque,se per ipotesi ammettiamo che una qualsiasi molecola che già esprime una propria organizzazione atomica  abbia la capacità di trasformare- modificare l’organizzazione, comunque atomica-molecolare di una Funzione,  non sappiamo se la trasformazione o modificazione della Funzione-Disfunzione possa essere compatibile, a livello strutturale, con le altre Funzioni-Disfunzioni. In tal caso, conseguenzialmente e senza avvedercene, avvieremmo altre Funzioni-Disfunzioni come meccanismo di  reazioni cosiddetto a catena.

I tentativi biochimici coi relativi effetti, giustamente denominati collaterali, non sono pochi e non del tutto conosciuti; non soltanto,. Tuttavia, dobbiamo anche tener presente le trasformazioni strutturali che possono avvenire e avvengono nella dinamica rappresentativa della materia-energia, al di là ed a prescindere da ogni nostro artificio biochimico.

Allora ci chiediamo: possiamo noi ipotizzare e formare molecole idonee alla modifica e alla  trasformazione di una Funzione?

Ed ammesso che riusciamo a modificare-trasformare una Funzione in senso obiettivo, abbiamo la certezza scientifica di aver definitivamente risolto la Disfunzione della Funzione ? o è soltanto la remissione sintomatologica rappresentativa  che soddisfa l’illusione terapeutica e  non tiene presente la eventuale e silente formazione asintomatica differenziata, poiché qualsiasi sintomo “deve” avere la propria formazione-organizzazione sintomatica per potersi rappresentare?

Oppure abbiamo l’illusione di procrastinare un Evento, che se non è già determinato nella Struttura non può comunque verificarsi ? 

In tal caso, anche l’ Evento cosiddetto terapeutico è il risultato (risultante) di un momento che rappresenta e racchiude un cammino illusoriamente scientifico che “deve” essere comunque rapportato alla Struttura, senza nessuna altra presunzione terapeutica risolutiva.

 

                                                                                            Venga Enrico

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