Sul mercato nuove polizze per medici dipendenti. Sei strutture su dieci non sono coperte da assicurazione. Solo quattro regioni hanno un fondo proprio

Sanità pubblica | Redazione DottNet | 19/12/2012 08:46

Polizze ai medici ospedalieri a costi ridotti e tutele più ampie. La novità è emersa nel corso del convegno di Merqurio, organizzato a Roma con lo studio Cirese e col supporto di AstraZeneca, "Toghe in corsia". Attilio Steffano, esperto del settore, docente universitario  (clicca qui per vedere l'intervista che abbiamo realizzato) fa sapere che esistono sul mercato polizze, riservata ai medici dipendenti, dal costo di circa 800 euro l'anno con un massimale di 5milioni e un pregresso di 10 anni. "Un'opportunità che, per diverse compagnie, non esclude coloro che hanno già una sinistrosità alle spalle", precisa Steffano. Per i liberi professionisti, invece, il discorso cambia "perchè non ci sono ancora le condizioni per poter applicare gli stessi parametri".  Una piccola speranza per quanti hanno difficoltà a coprire adeguatamente i propri rischi.  

 

Sei strutture su dieci, tra Asl e aziende ospedaliere, non sono assicurate per coprire la eventuale colpa grave dei propri dipendenti. E' uno dei dati emersi dall'indagine sulle coperture assicurative condotta dalla commissione d'inchiesta sugli errori e i disavanzi sanitari, sulla base di 169 questionari compilati da altrettante strutture (il 55% del totale). Una ''anomalia'' che mette a rischio la possibilita' del cittadino di essere risarcito, visti i costi spesso insostenibili per il singolo operatore.

I dati dalle Asl. Intanto secondo la fotografia scattata nella relazione della commissione guidata da Antonio Palagiano, in media il premio assicurativo corrisposto dalle aziende sanitarie a livello nazionale e' aumentato, dal 2006 al 2011 del 35% attestandosi lo scorso anno in media sui 2,7 milioni di euro (contro i 2 milioni del 2006) passando dai 288 milioni di euro complessivamente versati nel 2006 a 354 milioni nel 2011. Ma, si sottolinea nella relazione, a fronte anche dell'aumento delle richieste di risarcimento, aumentate nello stesso lasso di tempo del 24% (quelle pervenute alle compagnie sono in media 13.702 l'anno), si sono pero' ridotti del 75% i risarcimenti effettivamente liquidati. Gli importi liquidati dalle assicurazioni sono passati ''dai 191 milioni del 2006 ai 91 milioni del 2011''. In particolare, si osserva, ''nel Nord Ovest i pagamenti sono scesi da 68 milioni a 11 milioni, arrivando a un sesto del valore di 5 anni prima''. Una chiave per ridurre i costi delle assicurazioni per Asl e ospedali sarebbe il Fondo regionale assicurativo, che pero', emerge dalla relazione, e' presente solo in 4 Regioni (20,7%). E' attivo in Toscana (16 aziende sanitarie, il 45,7%), Friuli Venezia Giulia (9 centri, il 25,7%) la Liguria (9 aziende, il 25,7%) e Basilicata (1 azienda, il 2,9%). Sono invece 122 le Asl (il 72,2%) che si affidano alle compagnie assicurative (con il settore sostanzialmente in mano a poche compagnie, dominato dalla Am Trust Europe, con cui si sono assicurate il 46% delle aziende sanitarie nel 2011-2012. Tra gli altri competitor Xl Insurance, Qbe Insurance, City Insurance, Llyod's of London, Generali Assicurazioni, Cattolica Assicurazioni. ''Diffondere l'utilizzo del Fondo regionale - ha sottolineato Palagiano - permetterebbe di ridurre la spesa pubblica per le assicurazioni'' e anche il ricorso alla medicina difensiva che costa ogni anno ''tra i dieci e i 14 miliardi di euro''.

Il commento di Palagiano. Per risolvere il problema della copertura assicurativa di asl e ospedali servirebbe ''un intervento centrale del ministero della Salute''. Lo auspica il presidente della commissione d'inchiesta sugli errori e i disavanzi sanitari Antonio Palagiano. Bisogna, spiega Palagiano, spingere a ''uniformare i vari sistemi regionali, indirizzandoli verso una sostanziale razionalizzazione della spesa assicurativa e dei numeri dei dipendenti''. Atto di ''fondamentale importanza in un momento di crisi e tagli alla sanita' come questo, in cui i bilanci in rosso delle aziende si ripercuotono pesantemente, come vediamo ogni giorno dalle cronache, sul diritto, costituzionalmente previsto, alla tutela della salute''.  Un ''primo passo'', ha detto Lucio Barani, componente della commissione, e' stato fatto con il 'decreto Balduzzi' che pero' non e' stato ''risolutivo''. Nel frattempo, ha aggiunto Palagiano, l'Italia e' rimasta ''l'unico Paese Ue, insieme alla Polonia (e al Messico extra Ue) a prevedere la perseguibilita' penale degli errori clinici. Cio' significa che l'atto medico, di fatto, e' equiparato a un atto di delinquenza comune''.  Intanto si registra ''una crescente e, spesso, pretestuosa conflittualita' medico-paziente'' con cause che si intentano ''sempre piu' spesso in modo anche pretestuoso'' facendo al contempo ''schizzare alle stelle i premi assicurativi mentre le aziende sanitarie che si assicurano subiscono un vero e proprio salasso, che serve a tutelarsi da quello che sembra, a tutti gli effetti un business''.

Sicilia, il doppio dei medici per ogni letto. Ogni 10 posti letto la Sicilia ha il doppio di dipendenti medici rispetto a Regioni del centro-Nord come le Marche o il Friuli Venezia Giulia. E' uno dei dati emersi da una indagine della Commissione d'inchiesta sugli errori e i disavanzi sanitari focalizzata sulle assicurazioni ma che ha raccolto le risposte in merito a dipendenti e posti letto di 162 aziende sanitarie. I posti letto effettivi sono 98.296, il 33,3% nel nord-ovest, il 21,6% nel nord-est, il 20,8% nel centro e il 24,3% nel sud e nelle isole. Mentre i camici bianchi dipendenti nelle stesse 162 aziende sono 82.363 e si trovano per il 27,1% nel nord-ovest, per il 19,2% nel nord-est, per il 22,7% nel centro, mentre la percentuale piu' alta si concentra nel sud e nelle isole, con il 31%. La concentrazione di medici ogni dieci posti letto effettivi, si nota nella relazione, ''aumenta in maniera spropositata andando da Nord a Sud''. E' chiaro, si sottolinea, ''che se per far funzionare lo stesso numero di letti ci sono realta' regionali che usano risorse umane doppie cio' non potra' che far lievitare in modo esorbitante la spesa sanitaria senza aggiungere niente in termini di appropriatezza ed efficacia delle cure''.

L’allarme dei neonatologi.I tagli alla sanita' previsti dalla legge di Spending review ''aggravano una situazione gia' critica in molti reparti di neonatologia, soprattutto nelle regioni meridionali in vari casi sottoposte a piani di rientro''. Il rischio, infatti, e' che possano essere ulteriormente ridotti i posti nelle terapie intensive neonatali, gia' ora ''insufficienti'' in molte Regioni. A richiamare l'attenzione sulla situazione dei circa 100 reparti di neonatologia italiani sono gli esperti, che ricordano come lo standard previsto internazionalmente di un posto di terapia intensiva neonatale ogni 750 nati sia ancora un obiettivo lontano in varie Regioni.  ''C'e' una situazione di sofferenza dappertutto - sottolinea il pediatra Mario De Curtis dell'Universita' di Roma La Sapienza, in occasione di un incontro sulla nutrizione parenterale in terapia intensiva neonatale promosso dall'azienda farmaceutica Baxter - anche se le differenze regionali sono marcate: se in Lombardia, ad esempio, si registra un posto di terapia intensiva neonatale ogni 650 nati, il rapporto e' di un posto ogni mille nati nel Lazio e la situazione peggiora al Sud, dove anche il tasso di mortalita' infantile e' piu' alto rispetto a quello medio nazionale, pari a 3,3 per mille nati''.  Va detto, avverte l'esperto, che spostare un neonato in condizioni gravi per raggiungere una terapia intensiva esterna ''raddoppia il rischio di mortalita'''. Ma non e' tutto: ''Con i tagli si rischia - afferma De Curtis - di non riuscire piu' a sostituire il personale mancante, ed in varie neonatologie gli infermieri gia' ora fanno turni di 14-17 ore di seguito''. Altro nodo e' quello dei medici precari: ''Nella neonatologia del Policlinico Umberto I di Roma, che dirigo - rileva - ci sono 13 medici, di cui 7 precari. Se i loro contratti non venissero rinnovati, a causa dei tagli, il reparto di terapia intensiva 'salterebbe'''. Certamente, osserva l'esperto, ''e' giusto ridurre il numero dei punti nascita, dal momento che su 562 centri, 170 registrano una natalita' inferiore a 500 parti l'anno e questo li rende strutture con un piu' alto rischio. E' pero' necessario garantire maggiori risorse ai centri rimanenti''. Tante, dunque, le criticita', anche se l'assistenza neonatale in Italia registra luci ed ombre, e non mancano realta' di eccellenza. E' il caso della terapia intensiva neonatale dell'azienda ospedaliera di Ancona, dove una politica di 'accentramento' ha consentito di ottimizzare le risorse ed i servizi: ''Investire nella neonatologia - afferma il direttore della Neonatologia dell'ospedale di Ancona, Virgilio Carnielli - significa, infatti, anche notevoli risparmi in termini di prevenzione di complicanze e gravi patologie a lungo termine''.

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