Tra i candidati regna la confusione sul concorso straordinario. I commenti dei farmacisti che invocano chiarezza e rispetto della professionalità

Redazione DottNet | 09/01/2013 17:00

Il concorso straordinario per farmacie veleggia nel mare del caos e della confusione. Abbiamo visto nei giorni scorsi a che punto sono i bandi regionali (e molte ancora non hanno pubblicato nulla), con tutto ciò che concerne in termini legali. Tanto che sono state numerose le interrogazioni al Ministero da parte di senatori e deputati che richiedono lumi sulle modalità del concorso e sui criteri di valutazione delle Commissioni.  Il forte segnale che ha voluto dare il legislatore in termini di liberalizzazioni probabilmente non ha tenuto conto dell’impatto che le modifiche introdotte dalla normativa potrebbe avere sul territorio col rischio di avviare una serie di contenziosi dall’esito dubbioso.

A farne tuttavia le spese sono i farmacisti che si trovano di fronte ad una disposizione complicata e che crea forti dubbi. Ad aggravare le cose ci pensa poi la pubblicazione differenziata dei bandi che non dà al candidato la possibilità di scegliere con calma e oculatezza la sede più consona. Su Facebook di sprecano i commenti dei potenziali interessati, come Carlo Loreti: “Dovevano essere 5000 (le sedi) saranno 3000 di cui 1500 improponibili.  Alla fine forse il 5% di tutti noi riuscirà a raggiungere la meta. Sembra una grande illusione architettata da un branco di corrotti, dal primo cittadino, al titolare amico, all'ordine alla asl di turno”. E Marco Panico aggiunge riferendosi alla possibilità di vendere i farmaci in fascia C liberamente: “E' molto probabile che la liberalizzazione della fascia C arriverà prima dell'assegnazione delle farmacie a concorso, per cui si potrà scegliere in gran libertà”. Secondo Roberto Cristaldi “per salvare la figura del farmacista bisogna tutti uniti chiedere che la titolarità degli esercizi abilitati alla vendita di farmaci, sia una prerogativa del farmacista e non del capitale e della grande distribuzione”. L’intervento di Giuseppe Montenero è più politico: “ Piccole lobby crescono, vecchie e nuove, ricche e povere, ma tutte con il proprio interesse particolare. Sempre in campo sanitario nessuno si lamenta se il capitale crea catene di cliniche, ambulatori, centri riabilitazione, laboratori analisi o altro, perchè? Forse perchè i dipendenti qualificati guadagnano quanto e più che nel settore pubblico (chiedete ad un medico di un IRCCS clericale quanto guadagna)”. A Roberto Cristaldi, invece, non interessa “se il proprietario della Parafarmacia sei tu o la Coop. A me interessa che il responsabile sia un Farmacista assunto con contratto sanità e non con contratto commercio qualifica B o C (magazziniere) cosa che avviene sia alla Coop che nella tua parafarmacia che nella farmacia. In altri paesi Europei (vedi Germania) le farmacie sono libere, non esiste quell'obbrobrio assurdo ed umiliante che è la parafarmacia, eppure non aprono farmacie in ogni dove anzi! Perché? perché in tanti preferiscono fare i dipendenti giacché guadagnano da professionisti. Fai guadagnare il farmacista collaboratore quanto il farmacista ospedaliero, e vediamo se le Coop se li possono permettere (me lo auguro), e vediamo se quei titolari continuano ad essere ricchi e a lamentarsi anche”. Un commento che coglie l’assenso di Renato Gialluca che tuttavia attacca la Fofi: “guidata con miopia e grettezza dai titolari”. Anche Maria Zullo dà ragione al collega Montenero precisando però “che i farmacisti non titolari sono poco e male rappresentati, hanno poca coscienza del loro valore e, contrattualmente, accettano tutto. Io vivo ogni giorno questa realtà ed è molto deprimente soprattutto da parte dei giovani laureati: lavorare sì, ,ma  essere dignitosi e determinati a farsi valere. Non siamo titolari ma, nemmeno farmacisti di serie B come amava apostrofarci il prof Brescia alla facoltà di Napoli”.

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