Il comparto farmaceutico è in recessione. Cresce l’allarme. Ma le soluzioni ci sono

Aziende | Redazione DottNet | 25/03/2013 18:47

Il bilancio 2012 del mercato farmaceutico nazionale è da recessione: alla variazione negativa dei fatturati (-0,83%) e alla leggera frenata dell'export si aggiunge la performance negativa per il canale farmacia che ha registrato una diminuzione del giro d'affari del 5,3%. Sono i dati di Farmindustria diffusi al convegno 'Innovare per crescere' a Tirrenia (Pisa) e promosso da Asis, l'associazione studi sull'industria della salute.

 ''La crisi sembra aver preso il sopravvento - ha detto Marco Macchia, presidente Asis e del corso di laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche all'Università di Pisa - ma tutti gli interlocutori che hanno accettato di partecipare a queste giornate di studio sono invece convinti che il sistema Italia, e con esso il settore farmaceutico, possa ripartire. Il problema è riuscire a interpretare senza pregiudizi le sollecitazioni e il bisogno di cambiamento del comparto salute che sta già subendo drastiche trasformazioni e che costringerà  tutti i protagonisti ad adeguarsi''. Soffrono soprattutto le imprese del farmaco e per questo Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, ha sottolineato la necessità di puntare sull'innovazione (clicca qui per scaricare le slide presentate al Convegno): ''Qualità propria del settore farmaceutico che ha 6 mila addetti in ricerca, 1,2 miliardi di investimenti in questo campo e l'81% delle imprese con attività innovative. L'industria farmaceutica è un'eccellenza del manifatturiero italiano e può contare su un export del 65% . E' seconda, in termini di produzione, solo alla Germania''. La competizione mondiale, sempre più serrata e aperta ai Paesi emergenti, anche nel settore farmaceutico si vince puntando sull'innovazione. E' la ricetta di Asis, associazione studi sull'industria della salute, presentata nel corso del convegno 'Innovare per crescere' che si svolge fino a domani a Tirrenia (Pisa). ''Il mercato mondiale - sottolinea Sergio Liberatore, amministratore delegato di ImsHealth - mantiene tassi di crescita interessanti e nel 2016 dovrebbe toccare il valore di 1.200 miliardi di dollari ma a sostenere la crescita saranno principalmente i mercati emergenti, la farmaceutica specialistica e il segmento dei generici. Le Big Pharma dovranno continuare ad adeguarsi in un ecosistema sempre più complesso: la classifica delle prime 10 aziende sul mercato e' rimasta sostanzialmente stabile, ma la ricerca dell'equilibrio per le top ten è sempre più complessa: Nel 2004 assorbivano il 51% del mercato, nel 2012 sono scese al 47%''. Per Renato Ridella, della A.T.Kearney, in un mondo che cambia rapidamente occorre anche 'governare' i cambiamenti anche attraverso ''radicali innovazioni'': ''Come il possibile 'carve out del cronico', cioè un assetto in cui il paziente sia preso in carico nella sua patologia da un provider privato, con l'azienda farmaceutica potrebbe giocare un ruolo nuovo in questo scenario. Offerte 'capitared' (per-patient anziché pay-per-pill) sono già emerse come nuovi modelli di cooperazione nei Paesi emergenti ed e' interessante osservare che l'evoluzione dei sistemi sanitari potrebbe rivelarsi bidirezionale, con quelli evoluti/occidentali che riprodurranno in futuro alcune condizioni oggi proprie dei Paesi emergenti''.  Infine, Ridella, in un quadro globale difficile come quello attuale, suggerisce di ''abbandonare vecchi tabù per scongiurare il rischio di chiusura di migliaia di piccole farmacie'' aprendo ''il canale a società di capitali, nella convinzione che solo player industriali possano salvare i piccoli grazie a economie di scala e di scopo''. Tra i fattori da tenere sott’occhio figura, secondo Ridella, anche la crescente proattività del paziente che potrebbe, a stretto giro, indurre anche pesanti evoluzioni dello scenario distributivo e significativi cambiamenti nelle relazioni tra farmacisti e aziende farmaceutiche. “Nell’attuale panorama di stagnazione – afferma Ridella – si stima che tra qualche anno circa 2mila farmacie potrebbero rischiare la chiusura. Per scongiurare tale eventualità potrebbero cadere tabù come l’apertura del canale a società di capitali, nella convinzione che solo player “industriali” possano salvare i piccoli a rischio di chiusura  grazie a economie di scala e di scopo”.   Di cambio di relazioni e nuovi partenariati parla anche Giuseppe Recchia (direttore medico di GlaxoSmithKline) che nella sua relazione al convegno affronta un tema oggi cruciale per l’industria: “Lo sviluppo della ricerca farmaceutica dipende primariamente dalla capacità di innovare la terapia ad un costo proporzionato al valore aggiunto, contribuendo alla sostenibilità sia della propria ricerca che dei sistemi sanitari utenti dei prodotti di tale ricerca”, spiega. “Partecipare alle future attività di ricerca e sviluppo dei nuovi farmaci ed intercettare gli investimenti economici associati  è una sfida obbligata per l’Italia e la crisi potrebbe rappresentare un catalizzatore per promuovere ed in parte obbligare attori diversi, spesso con interessi di difficile conciliazione fino a pochi anni fa, a collaborare a tutti i diversi livelli della filiera della conoscenza ed in ogni fase dello sviluppo del farmaco”. La soluzione? “Lo sviluppo di un mercato della conoscenza tra imprese, università, enti regolatori, Fondazioni e Charities italiani –conclude Recchia – per condividere ed utilizzare la conoscenza prodotta dal sistema Italia e agevolarne il trasferimento verso il farmaco, collaborando con la rete ed il patrimonio globale di competenza ed esperienza dell’impresa farmaceutica internazionale”.

Farmindustria. Dopo questa crisi, niente sarà più come prima. Meglio quindi che la filiera lavori di comune accordo per gestire tutti assieme il cambiamento. Questo l’invito che arriva dalla seconda giornata di lavori del meeting organizzato a Pisa da Asis, l’Associazione studi sull’industria della salute. Tema portante della sessione, le formule per far ripartire il sistema Italia. E assieme il comparto farmaceutico, che rimane l’area di maggiore competitività del Paese. Lo ha ricordato il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi: «Il 9% degli investimenti in ricerca e sviluppo fatti in Italia vengono da noi. Siamo tra i settori che più esportano, il 65% della nostra produzione va all’estero e negli ultimi tre anni le nostre esportazioni sono cresciute del 30%». Per quanto competitiva, l’industria del farmaco non trova però in questo Paese condizioni che le consentano di crescere: «I nostri prezzi sono sempre più bassi» ha ricordato Scaccabarozzi «fatto cento per l’Italia la media dei primi cinque paesi Ue è 115. La nostra spesa farmaceutica, poi, è inferiore del 26%». Per gli esperti, i problemi da superare per rimettere in moto la nostra economia sono gli stessi di sempre: bassa competitività, burocrazia pervasiva, scarso sostegno all’innovazione. Per Ornella Barra, chief executive della divisione Pharmaceutical Wholesale di Alliance Boots, la prima cosa da fare è però mettere da parte pessimismo e vittimismi. «Basta lamentarsi e piangersi addosso» ha detto «smettiamo di pensare che per superare questa crisi dobbiamo attendere che siano altri a tirarci fuori. La filiera deve lavorare insieme per il cambiamento: nel comparto la crescita sarà trainata sempre più massicciamente dai farmaci specialistici, per terapie avviate in ospedale ma poi gestite nel territorio. La farmacia deve seguire questo flusso, dobbiamo cogliere qui le nostre opportunità». Gestire il cambiamento è l’approccio da seguire anche per la presidente di Federfarma, Annarosa Racca: «A questo paese occorre una rivoluzione culturale» ha ricordato nel suo intervento «perché investire nella salute e sul farmacop in particolare può essere uno degli strumenti per il rilancio del paese. Anche noi perseguiamo l’innovazione, il nostro cambiamento si chiama riforma della remunerazione: la cerchiamo con insistenza da quasi tre anni, entro il 30 giugno dovrebbe essere definito il nuovo modello, speriamo di riuscire a chiudere la partita una volta per tutte. Un altro obiettivo è il rinnovo della convenzione, che servirà a dare finalmente luce verde alla farmacia dei servizi e allo sviluppo di progetti di pharmaceutical care nei presidi del territorio. Su questa strada, la collaborazione di tutte la filiera sarà vincente»

Api in ritardo. Le aziende farmaceutiche europee sono preoccupate  per la possibilità che arrivi il mese di Luglio e non siano ancora in corso per avere le API (certificazioni degli ingredienti farmaceutici attivi) di cui hanno bisogno per rendere i loro prodotti. Nel frattempo chiedono all’Unione europea di far slittare la scadenza. La nuova normativa ha lo scopo di evitare che le API minori entrino in Europa imponendo che tutte le spedizioni siano coperte dalla garanzia che il produttore è stato ispezionato dal suo paese d'origine e che i propri prodotti siano conformi alle norme UE. Ma i maggiori produttori di API in tutto il mondo, Cina e India, devono ancora ottenere una verifica sul posto. Per cui le aziende rischiano di non poter ottenere le API, e i reports in-Pharma Technologist. Nel frattempo, le aziende sono alla ricerca di rifornimenti alternativi, ma in alcuni casi non ce ne sono, ha detto l'EFPIA. "Anche se la scadenza del 2 luglio si avvicina, vi è ancora un alto livello d’imprevedibilità circa la disponibilità delle misure di esecuzione". Le regole permettono alla CE di concedere alcune eccezioni nei paesi purchè il loro controllo sia simile a quello europeo  e quindi i produttori API non avranno bisogno delle certificazioni. Ma finora, solo la Svizzera, sede di aziende come Roche e Novartis, ha ottenuto il sigillo d'oro di approvazione mentre  per l’Israele è stato respinto. L'EFPIA sostiene che i regolatori potrebbero convalidare gli USA e il Giappone per facilitare la situazione.  

Fonte: Farmindustria, Ims, Asis

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