Presidi delle facoltà di Farmacia: al lavoro per il numero chiuso. Intervista con Ettore Novellino

Redazione DottNet | 05/04/2013 15:20

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Ci sono anche i presidi delle facoltà di Farmacia tra coloro che hanno applaudito alla sentenza con cui l’altro ieri la Corte europea per i diritti dell’uomo ha “salvato” il numero chiuso nelle università italiane. Perché in cima ai programmi della Conferenza dei direttori delle scuole di Farmacia (ossia i presidi di facoltà dopo la riforma Gelmini) c’è proprio l’istituzione dell’accesso programmato nei corsi di laurea che “sfornano” farmacisti. Se ne sta occupando da qualche settimana il nuovo presidente della Conferenza, Ettore Novellino, la cui intervista è stata pubblicata sul sito di Federfarma, che sul tema ha avuto un primo incontro con la Fofi e a breve si vedrà anche con i vertici di Federfarma. Per poi avviare un confronto con i Ministeri competenti forte del supporto di tutta la professione.

 Novellino, perché volete il numero chiuso a Farmacia?

 E’ evidente che oggi la richiesta di occupazione proveniente dai laureati in uscita dalle università non è più commisurata alla capacità di assorbimento delle farmacie del territorio, per tradizione il settore dove si indirizza la maggior parte della domanda. Senza una programmazione degli accessi, non riusciremo più a garantire ai nostri laureati prospettive d’impiego a medio termine.

 In sostanza a che cosa puntate?

 Vogliamo gli stessi meccanismi oggi applicati alle facoltà di Medicina: ogni anno Ministeri, professioni e Regioni indicano le necessità di laureati per gli anni a venire e sulla base di tali stime si individuano i posti disponibili nelle università.

 Ottenerlo è complicato?

 Basterebbe un provvedimento amministrativo, ma prima dobbiamo innescare una rivoluzione culturale nei nostri interlocutori. Occorre cioè convincere che il farmacista non è un fornitore di beni strumentali che opera sul mercato, ma è un professionista inquadrato a pieno titolo nel Ssn che eroga servizi. Senza questa ricollocazione sarebbe impossibile ottenere il numero chiuso, perché sarebbe incompatibile con le dinamiche del mercato.

 Invece nell’altro modo…

Riusciremmo a collocare il farmacista tra le figure dell’area sanitaria. E scatterebbero meccanismi simili a quelli che oggi valgono per i medici: Regioni e Ministeri calcolano quanti professionisti usciranno dal sistema, quanti ne serviranno in base alla popolazione e definiscono le disponibilità negli atenei. Nel caso dei farmacisti, il parametro di riferimento sarà dato dal quorum e dalle farmacie in attività.

 E gli altri spazi occupazionali?

 Se ne potranno prevedere di nuovi all’interno del Ssn, ma io sono convinto che quella rivoluzione culturale di cui dicevo potrà alla fine fornire un argomento anche a favore della farmacia dei servizi e – a cascata – alla riforma della remunerazione. Sindacato, Ordine e università possono lavorare assieme per collocare la farmacia in quella territorializzazione dell’assistenza che il Ssn considera sempre più impellente. 

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Fonte: Federfarma