Quindicimila morti ogni anno per le infezioni contratte in ospedale. E i pazienti rispondono meno ai farmaci

Sanità pubblica | Redazione DottNet | 18/04/2013 12:09

Entrare in ospedale per un banale intervento chirurgico e non uscirne vivi a causa di un’infezione contratta in sala operatoria. Succede molto più frequentemente di quanto si possa immaginare visto che ogni anno, in Italia, 15mila pazienti muoiono dopo essere stati operati. Nel 97 per cento dei casi la responsabilità sarebbe del chirurgo che non è riuscito ad affrontare una complicanza.

Nel 3 per cento per infezioni causate dagli impianti di aereazione, prima tra tutte quella provocata dal famigerato «Legionella Pneumophila», batterio-killer che provoca la morte nel quindici per cento dei casi.  Le infezioni più ricorrenti, che rappresentano da sole oltre l’80% sono quelle del tratto urinario, del chirurgico, dell’apparato respiratorio e infine quelle sistemiche (sepsi, batteriemie). Ma le infezioni del sistema urinario rappresentano il 30-35% di tutte le infezioni correlate all’assistenza. L’allarme arriva dall’Anmdo, l’associazione nazionale dei medici dirigenti ospedalieri che evidenzia quanto siano contaminate le sale operatorie e gli ospedali  e quindi a rischio infezioni.  L’Associazione Microbiologi Clinici Italiani sostiene, in un lavoro pubblicato in questi giorni, che ogni anno in Italia sono circa 700mila le persone che contraggono un’infezione durante la permanenza in ospedale Quelli che ci lasciano la pelle, su tutto il territorio nazionale, sono dirittura a 15mila, come detto. Dati che tradotti in danaro significano: una spesa aggiuntiva per il sistema sanitario nazionale di circa due miliardi di euro. Il costo per curare di una infezione ospedaliera in Italia è stato stimato, infatti, in circa novemila euro, secondo uno studio condotto dal Cergas della «Bocconi» di Milano. Ma ritorniamo ai dati sulla mortalità. Se in Italia sono 15mila i decessi vuol dire che, considerando quel tre per cento a cui abbiamo fatto riferimento prima, diventano 450 i morti per infezione in camera operatoria. Oltre un decesso al giorno, dunque. «La sicurezza in una sala operatoria – ha detto Zamparelli presidente di Anmdo Campania - dipende da vari fattori ambientali. In generale si possono considerare: quantità di gas erogati, concentrazione degli anestetici, cubature delle sale operatorie, numero dei ricambi di aria. Risulta, quindi, necessario adottare una serie di azioni che consentano un’efficace portata dell’impianto di condizionamento delle sale operatorie per garantire l’idoneo ricambio di aria in ogni condizione operativa; programmi di manutenzione per tutti i sistemi e impianti di verifica della loro applicazione; sorveglianza ambientale mediante monitoraggi per l’individuazione di situazioni anomale; formazione, infine, e sensibilizzazione del personale addetto».

I germi responsabili. Negli ultimi anni i maggiori responsabili sono i germi gram-negativi e gram-positivi, come lo stafilococco aureus, gli stafilococchi coagulasi negativi e gli eneterococchi e infezioni fungine. Un problema emergente in tutti i Paesi con elevati standard sociosanitario è quello della diffusione di germi che sviluppano una progressiva resistenza a molte classi di antibiotici (germi multi-drug resistant, Mdr). Questo problema, strettamente connesso all’utilizzo non sempre appropriato degli antibiotici, interessa sia le infezioni acquisite in ambiente ospedaliero sia quelle acquisite in comunità. Il rischio di contrarre un'infezione quando si è ricoverati in una struttura ospedaliera è collegato alla presenza di numerosi fattori: l' uso di tecniche diagnostiche e terapeutiche sempre più potenti e invasive; l’aumento di patologie croniche e di condizioni che superano la suscettibilità dei pazienti alle infezioni; la permanenza prolungata in ospedale; il non corretto utilizzo degli antibiotici; e l'aumento della complessità dei servizi e del trasferimento dei pazienti nei diversi settori assistenziali.

I farmaci: negli ultimi tre anni, solo in Italia, la percentuale di pazienti che non rispondono ai farmaci più potenti per le infezioni da Klebsiella pneumoniae - un microrganismo responsabile a livello ospedaliero di gravi casi di setticemie - è passata di colpo dal 15 al 27 per cento. I dati a riguardo lasciano poco spazio alle interpretazioni: negli ultimi 15 anni il mondo farmaceutico è riuscito a produrre un unico nuovo antibiotico attivo contro la classe dei Gram negativi. Non solo, la situazione è così difficile che per combattere Klebsiella ed Escherichia coli - altro microrganismo coinvolto nelle più comuni infezioni ospedaliere - è stato rispolverato il vecchio farmaco colistina, abbandonato intorno negli Anni 70 a causa delle difficoltà di somministrazione. Intanto, in attesa del cambio di rotta, qualche buona notizia arriva dal fronte della ricerca. Uno studio pubblicato poche settimane fa sulle pagine del «New England Journal of Medicine» ha mostrato come una piccola ma semplice precauzione possa aiutare a ridurre l’incidenza delle infezioni ospedaliere. Lavando quotidianamente i malati con salviettine imbevute di clorexidina - un disinfettante ampiamente utilizzato - le infezioni causate dai microrganismi resistenti agli antibiotici si sono ridotte del 23%. Un buon «tampone» nella speranza che nel prossimo futuro vengano sviluppati nuovi antibiotici, più potenti di quelli attuali. 

Indennizzo per emodialisi: Via libera all'indennizzo per le infezioni contratte con l'emodialisi. L'ok arriva dalla Cassazione che, sposando una pronuncia della Corte Costituzionale del 2002, inverte la giurisprudenza in base alla quale finora non era previsto un indennizzo per chi contraeva l'epatite da emodialisi fatto salvo il risarcimento da contagio a carico della struttura ospedaliera. In particolare, la terza sezione civile ha respinto il ricorso del ministero della Salute che si era opposto al risarcimento nei confronti di una signora di Cagliari il cui marito, affetto da insufficienza renale cronica trattata fino dal 1974 con dialisi, aveva contratto in seguito alla terapia dapprima l'epatite B, quindi, una epatopatia cronica che ne aveva causato la morte il 17 ottobre 1996.  La consorte si era vista negare l'indennizzo dal Tribunale di Cagliari sulla base del fatto che secondo il giudice il contagio avvenuto attraverso questa tipologia di trattamento non era riconducibile alla "fattispecie legale giustificativa dell'indennizzo richiesto relativa all'emotrasfusione". Ora la Suprema Corte ha bocciato il ricorso del ministero e ha evidenziato che "il rischio per cui si prevede l'indennizzo comprende anche l'ipotesi in cui il contagio sia derivato dalla contaminazione del sangue proprio del contagiato durante un'operazione di emodialisi, a causa di una insufficiente pulizia della macchina per emodialisi dalle sostanze ematiche lasciate da altro paziente, con la conseguenza che al contagiato compete l'indennizzo" previsto dalla legge 210/92. In Appello la Corte di Cagliari (luglio 2006) aveva accordato alla vedova un assegno una tantum in base alla medesima legge. Ora il sì definitivo all'indennizzo. 

Pochi studi sui nuovi antibiotici. Nonostante la minaccia crescente che viene dai batteri resistenti ci sono solo sette antibiotici in questo momento allo studio da parte delle aziende farmaceutiche mondiali contro i microrganismi piu' pericolosi. Lo afferma uno studio pubblicato dalla rivista Clinical Infectious Diseases. ''C'e' stato qualche progresso, ma non e' minimamente sufficiente, e dobbiamo accelerare - afferma Henry Chambers della Infectious Diseases Society of America che ha curato il rapporto -. Siamo in un precipizio che ci potrebbe riportare all'epoca buia prima che gli antibiotici permettessero operazioni chirurgiche sicure, chemioterapie senza rischi e la terapia dei forti prematuri''. Il rapporto si basa su interviste alle aziende e altre ricerche sul tema, ed e' concentrato sui cosiddetti 'superbatteri Gram negativi', fra cui l'Escherichia Coli e gli Enterobatteri resistenti ai Carbapenemi (Cre), definiti 'i batteri da incubo' in un recente documento del Cdc. Delle sette molecole in fase di test clinici di fase 2 o 3, sottolinea il rapporto, uno rischia di vedere interrotto anzitempo l'iter per l'approvazione perche' l'azienda produttrice ha richiesto le procedure per la bancarotta. Anche la multinazionale AstraZeneca, titolare di due delle ricerche, ha dichiarato che tagliera' il budget per questo settore della ricerca

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Fonte: Anmdo Campania, Clinical Infectious Diseases

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