Export farmaci: è guerra tra Federfarma e distributori

Redazione DottNet | 17/06/2013 19:42

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Il caso è scoppiato a Salerno ma in breve tempo si è esteso a tutta l’Italia. Nel mirino di Federfarma il fenomeno dell’esportazione illegale dei farmaci che avrebbe coinvolto decine di grossisti e farmacisti con l'accusa di “rastrellare” dal mercato grandi quantità di farmaci per poi aggregarle e esportarle in mercati dove i prodotti vengono commercializzati a costi più elevati.

 Sono medicinali cosiddetti contingentati e quindi introvabili in gran parte delle farmacie italiane: Clexane, Cymbalta, Questran, Requip, Seroquel, Sinemet, Tegretol, Xeristar. Il sospetto che si sta facendo strada è che i farmaci vengono dirottati sul mercato parallelo e quindi esportati nei paesi esteri, dove il prezzo è più alto. Il fenomeno è stato portato alla luce da diversi farmacisti, ma solo di recente ha raggiunto livelli così estesi e preoccupanti, tanto da allarmare le Case produttrici, ovviamente poco inclini ad accettare l’export di prodotti. E così molte aziende hanno varato il cosiddetto “microbrik”, ovvero la suddivisione rigorosa del territorio italiano, con un fabbisogno massimo determinato. In sostanza, il farmaco viene immesso sul territorio in piccole quantità predefinite, stabilite per grossista o per singola farmacia. Un tentativo infruttuoso, dal momento che un numero preoccupante di grossisti e farmacie si starebbe dedicando a rastrellare dal mercato medicinali in quantità per poi spedirli all’estero. Va tuttavia precisato che in questa pratica non c’è nulla d’illegale visto che la norma che l’autorizza è contenuta nel cosiddetto “Decreto Bersani”, varato con altre finalità ma che alla fine sta determinando un danno al mondo della farmaceutica tradizionale. L’export di farmaci può infatti essere esercitato grazie a un’autorizzazione disponibile fin dal 2006, cioè da quando è stata cancellata la norma che stabiliva il divieto di cumulo fra l’attività farmaceutica vera e propria e quella di grossista. Col risultato che un numero sempre maggiore di farmacisti si sono dati al commercio all’ingrosso, rastrellando sul mercato nazionale quei medicinali che risultano contingentati, e quindi scarsamente reperibili dai produttori o dai grossisti istituzionali.  Farmacie di questo tipo, spiegano gli esperti del settore, sono di solito in contatto con operatori commerciali che acquistano lotti di medicinali per poi esportarli in paesi stranieri dove il prezzo lievita esponenzialmente. Il che significa fare utili in grandi quantità, ma nel contempo ridurre la disponibilità di certi medicinali in Italia. “Tale attività – spiega un articolo pubblicato sulla rivista “Nuovo collegamento” dell’Utifar – per quanto non espressamente vietata, appare quantomeno estranea alla tradizionale funzione della farmacia e tale da fare ipotizzare comportamenti che dovrebbero essere valutati sotto il profilo deontologico in quanto capaci di incidere negativamente sull’assistenza farmaceutica garantita dalle farmacie come pure sul loro ruolo sociale”. IN definitiva il primo a risultare danneggiato da queste attività è il sistema farmaceutico italiano, con i farmacisti “tradizionali” che vedono ridursi drasticamente gli approvvigionamenti, restando in costante carenza di taluni medicinali. In secondo luogo, vengono danneggiati gli utenti. Molti prodotti arrivano infatti nelle farmacie tradizionali ad intermittenza. Secondo la rivista “Nuovo collegamento”, sarebbero oltre 200 le farmacie italiane che “avendo ottenuto l’autorizzazione regionale al commercio all’ingrosso di medicinali per uso umano, contribuiscono al rastrellamento, anche pezzo su pezzo, di confezioni contingentate dall’industria nel tentativo di limitare il fenomeno che incide fortemente sui loro bilanci”.  Intanto le lamentele di farmacisti tradizionali e cittadini fioccano. In alcune province in Nas hanno avviato le prime indagini sul fenomeno. In caso di mancanza dei requisiti di legge, i “farmacisti-grossisti” rischiano sanzioni da tremila a diciottomila euro. Mentre per autocertificazioni fasulla, scatta il reato di falso ideologico che prevede due anni di reclusione.

 

La querelle tra Federfarma Salerno e Adf:  il sindacato provinciale aveva scritto all’Associazione distributori per chiedere che i grossisti riportassero nella Ddt o nella fattura l’elenco delle specialità mancanti e la motivazione; in tal modo, si legge nella lettera, i titolari possono «dimostrare di aver agito nel rispetto della normativa vigente, che impone al farmacista di reperire il farmaco entro 24 ore o nel più breve tempo possibile» e allo stesso tempo «effettuare ordini diretti alle aziende produttrici» secondo le modalità indicate dall’articolo 105 del d.lgs 219/2006. Ieri la replica di Adf, cortese nel tono ma “spigolosa” nelle puntualizzazioni. L’associazione, infatti, non si limita a ricordare che su fatture e Ddt è già oggi riportata l’indicazione “prodotto mancante”, in modo da tenere informate le farmacie. Fa anche presente che – in base ai dati anagrafici del Ministero – in Campania risultano in attività «104 siti logistici autorizzati al commercio all’ingrosso di medicinali per uso umano», ossia «il 10% del totale delle autorizzazioni concesse in Italia». Di questi 104 siti, prosegue la lettera, soltanto sedici sono associati ad Adf, mentre tra gli altri 88 si contano una cooperativa aderente a Federfarma Servizi, 32 titolari di farmacia e «55 soggetti di diversa ragione sociale». Le cifre servono ad Adf per ritirare in ballo la questione delle esportazioni parallele, sebbene nella lettera di Federfarma Salerno non se ne facesse menzione: «Le 16 aziende associate» recita la missiva «hanno come loro fondamentale core business la fornitura prioritaria alle farmacie del territorio e, pur volendo ammettere che in taluni casi esse svolgano una parziale attività di export parallelo (pratica per inciso assolutamente legittima), è lecito affermare che in nessun caso ciò avvenga a discapito del servizio alle farmacie. Sarebbe opportuno, pertanto, focalizzare l'attenzione sull'intera realtà regionale in ambito distributivo e non solo sulle aziende aderenti ad Adf».

L’associazione, in sostanza, torna a suggerire una relazione di causa-effetto tra il fenomeno delle farmacie che sempre più spesso ottengono l’autorizzazione al commercio all’ingrosso, la crescita delle esportazioni parallele e il fenomeno dei mancanti nella filiera del farmaco. Esattamente le stesse considerazioni avanzate nell’incontro del 7 giugno all’Aifa, sempre sul tema contingentamenti. Ed è anche la stessa la risposta che arriva da Federfarma. «Quello dei mancanti è un problema serio» spiega il segretario nazionale del sindacato, Alfonso Misasi «e il modo più serio per affrontarlo è che ogni attore della filiera intervenga sulle cause che si ritrova in casa propria, senza stare a chiedersi negli occhi di chi sta la trave e in quali la pagliuzza. Siamo perfettamente coscienti del fenomeno delle farmacie che si mettono a fare commercio all’ingrosso, anche perché lo monitoriamo da tempo. E non stiamo solo a guardare: l’anno scorso avevamo inviato a tutti gli assessorati regionali alla Sanità una lettera in cui chiedevamo la dovuta accuratezza nei controlli per il rilascio delle autorizzazioni all’ingrosso dei medicinali. E nel Consiglio di presidenza di mercoledì prossimo valuteremo la possibilità di altri interventi». 

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Fonte: Utifar, Federfarma, adf