Cresce il peso economico dell’industria farmaceutica italiana

Redazione DottNet | 22/06/2013 11:57

Il settore farmaceutico è trainante per l’economia italiana e per questo motivo va posto al centro della politica industriale in modo da renderlo uno dei mezzi per avviare una crescita ancora più incisiva.

Un esempio arriva dall'Emilia Romagna che con quindici aziende, 3.300 addetti con un export secondo solo al settore alimentare e meccanico resta tra le regioni leader in Italia nonostante creschino, e non poco, i segnali di rischio.  I numeri sono stati presentati durante la tappa parmigiana del tour di Farmindustria ''Produzione di Valore. L'industria del farmaco: un patrimonio che l'Italia non puo' perdere''. Patrimonio italiano, patrimonio ancor di piu' emiliano-romagnolo dove il settore rappresenta l'11% dell'export complessivo e ben l'85% di quello hi-tech. Bologna e Modena le province maggiormente interessate anche se il record spetta a Parma che, grazie alla presenza degli stabilimenti di Chiesi e GlaxoSmithKline, e' tra le prime dieci realta' italiane a presenza farmaceutica. Tutto questo in un contesto che vede in Italia la spesa farmaceutica pubblica inferiore, in termini procapite, del 26% rispetto agli altri paesi europei e con segnali di rischio evidenti come, ad esempio, gli investimenti, diminuiti nel 2012 per la prima volta in dieci anni, o i gravi ritardi dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione (in media di quasi 250 giorni, con punte di oltre 600, per un credito totale vantato dalle imprese di 4 miliardi di cui 1,7 relativo a contratti firmati da inizio 2013). "'Il nostro e' un paese che con la farmaceutica non e' mai stato tenero - ha sottolineato Massimo Scaccabrozzi, presidente di Farmindustria (nella foto) - Nonostante sia un settore ben regolamentato, in salute, con i conti in ordine e' spesso oggetto di tagli di spesa da parte dei governi. Negli ultimi dieci anni, ad esempio, abbiamo avuto 44 manovre e per chi deve fare un piano industriale e soprattutto ricerca e' molto difficile poter programmare, fare investimenti''.  Cosa chiede all'ora il mondo della farmaceutica? ''Un patto di stabilita' di almeno due, tre anni - ha risposto Scaccabarozzi - E' quello che ci serve per poter programmare. Se non facciamo questo passo rischiamo davvero di perdere il nostro ruolo in Europa, che e' un ruolo ancora di primaria importanza''. Prospettive di stabilita' richieste anche Albert Chiesi, presidente di Chiesi Farmaceutici e dal sindacato. ''Serve una inversione di tendenza da parte del governo ed un passo decisivo verso la tutela dell'occupazione - ha spiegato infatti Paolo Pirani, segretario generale Uiltec - Oggi sono infatti a rischio nel nostro settore e nell'indotto ben diecimila posti''. ''In regione stiamo facendo investimenti sia in ricerca che attraverso i poli tecnologici su settori che strategicamente incrociano l'industria farmaceutica - ha invece spiegato il presidente della regione Emilia-romagna Vasco Errani - C'e' bisogno pero' che anche a livello nazionale la politica faccia un salto innovativo, dentro naturalmente ad un sistema sanitario che continua ad essere sottofinanziato''.

I dati in Italia. L’appello lanciato nel corso del meeting tenutosi a Roma presso la sede I-Com, Istituto per la competitività è propedeutico alla ricerca dell’istituto, curata da Stefano da Empoli e da Davide Integlia, da cui emergono dati eloquenti. La farmaceutica conta l’1,5% del Pil, oltre il 4% dell’export e il 6,5% degli investimenti in ricerca e sviluppo.  Nel periodo 2000-2011 il peso della farmaceutica è cresciuto dall’1,8% al 2,7% della produzione e dal 3% al 3,5% del valore aggiunto del settore manifatturiero. La produzione farmaceutica italiana, che nel 2007 era al quarto posto in Europa, è salita nel 2008 al terzo e nel 2010 al secondo dopo la Germania, superando prima il Regno Unito e poi la Francia. E in termini di produzione e di valore aggiunto, l’industria farmaceutica vale nel 2011 rispettivamente il 46,7% e il 52,1% dell’hi-tech manifatturiero.  Una crescita notevole, concretizzatasi nonostante gli investimenti in ricerca e sviluppo siano inferiori alla media europea. Secondo un’elaborazione I-Com, l’aggancio degli investimenti R&D alla media europea porterebbe a un incremento di PIL quantificabile in 2 miliardi di euro, un aumento del gettito fiscale di 400 milioni e la creazione di 36.000 posti di lavoro aggiuntivi.  Per generare nuove opportunità di sviluppo, i nuovi investimenti non devono però limitarsi all’ambito della ricerca. Un aumento del 10% degli investimenti fissi, che generasse un incremento proporzionale della produzione, garantirebbe complessivamente, in via indiretta e grazie alla maggiore spesa attivata, 1,1 miliardi di valore aggiunto extra ogni anno, 19mila occupati in più e un gettito fiscale addizionale pari a quasi 300 milioni di euro.  I problemi e le questioni in campo sono però molteplici. Nel periodo 2001-2011 i prezzi dei farmaci, stabiliti dallo Stato, sono calati in termini nominali mediamente del 27,6%, segnando la peggiore performance tra i Paesi europei esclusa la Spagna. A questo dato si aggiunge poi la necessità di ricreare un equilibrio tra remunerazione dei farmaci innovativi e di quelli maturi e la costante instabilità normativa e regolatoria. “L’industria farmaceutica in Italia è un settore con ampi spazi di crescita, e che può dare nuovo slancio verso una reindustrializzazione del Paese in uscita dalla crisi economica -  ha commentato Stefano da Empoli, Presidente I-Com - Un settore, quello del pharma, ad alto tasso di innovazione e valore aggiunto e che soffre relativamente la concorrenza dei Paesi emergenti, il cui insediamento va favorito garantendo stabilità del sistema normativo, ma anche con azioni più mirate come l’innesco di un sistema di premialità per le aziende che convogliano risorse importanti sul nostro territorio”. Ed è proprio per cercare di sciogliere i nodi più urgenti, che nel corso del simposio gli studiosi si sono rivolti ad esponenti politici attivi nel settore. Giulia Grillo, deputata del Movimento 5 Stelle, ha sottolineato l’importanza di “riconoscere e valorizzare le realtà virtuose e in particolare quelle italiane. E’ quindi necessario costruire meccanismi che premino i soggetti che generano occupazione giovane e qualificata”. In quest’ottica servono “maggiori e migliori meccanismi di controllo per verificare efficacemente i risultati raggiunti, anche sulla base delle risorse a disposizione”. Altra questione aperta è legata alla semplificazione burocratica, “sempre più urgente per evitare che gli investitori vadano altrove. Una dinamica che riguarda soprattutto i protocolli di sperimentazione, che senza uno snellimento verranno effettuati all’estero”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Luigi D’Ambrosio Lettieri, senatore Pdl, che ha posto l’accento sulla necessità di “aiutare le imprese, nazionali e multinazionali, a non scappare dal Paese. Condivido pienamente l’importanza di semplificare l’iter di accesso ai farmaci su tutto il territorio”. E’ comunque necessario tener conto del quadro complessivo, dinamico e in costante mutamento, “che ha modificato la base dell’attività produttiva e di ricerca, che non è più italiana come un tempo. Su questa dinamica hanno inciso anche le scelte politiche degli ultimi quindici anni, spesso colpevoli di aver allontanato gli investitori dal comparto”. Serve quindi “una svolta, perché l’industria farmaceutica ha tutte le carte in regola per fungere da traino per il nostro sistema economico”. 

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Fonte: I-com

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