I danni causati da Poggiolini all’industria del farmaco

Aziende | Redazione DottNet | 08/09/2013 10:57

E’ stato ritrovato nelle scorse settimane presso la Banca d'Italia un baule contenente un Tesoro del valore di 26 milioni di euro di proprietà di Duilio Poggiolini, il deus ex machina dello scandalo sui farmaci, in quanto direttore del servizio farmaceutico del Ministero della Salute e responsabile, in accordo col ministro, della fissazione del prezzo dei farmaci.

Vincenzo Atella ne ripercorre sull’Huffington Post, con particolare riferimento alla ricerca e alle ripercussioni sull’industria farmaceutica, l’iter di quella triste vicenda. Per dare un'idea delle dimensioni del fatturato prodotto da questa attività di corruzione, dice Atella, basti ricordare che, a seguito dello scandalo, in un solo anno il giro d'affari della farmaceutica pubblica (quella acquistata dallo Stato) diminuì del 35%, ovvero oltre 4.500 miliardi di lire dell'epoca. Ovviamente, Poggiolini e De Lorenzo (ministro della Salute dell'epoca) erano solo la punta di un iceberg di una vasta rete di corruzione e malasanità che riguardava un nutrito gruppo di persone, composto da medici, proprietari, manager e dipendenti di aziende farmaceutiche, direttori di Asl, professori universitari e consulenti di vario tipo. Insomma, un ampio spaccato di società civile italiana che per oltre un decennio ha munto una mucca che sembrava fornire latte all'infinito, senza fare troppi sforzi. Lo scandalo Poggiolini si inserì poi nel più ampio fenomeno di tangentopoli, e fu archiviato come un caso di corruzione e malasanità, uno dei tanti della storia di questi Paese. Ancora oggi, quando se ne parla, il focus è sullo sperpero dei soldi e sulle morti causate dagli emoderivati infetti. De Lorenzo, tra l’altro, proprio nei giorni scorsi ha plaudito all’imposizione della Ue di rimborsare i danni agli infettati da trasfusioni che egli stesso aveva causato. Ma torniamo ad Atella: a mio avviso, il vero danno creato da quella inopportuna e scellerata gestione va ritrovato nell'aver minato dalle fondamenta le capacità di innovazione dell'industria farmaceutica italiana in un momento in cui nel resto del mondo il settore cambiava pelle e nuove sfide si ponevano. Se per oltre 10 anni il profitto lo si era fatto semplicemente portando "mazzette" a chi deve autorizzare il rimborso di un farmaco o decidere del suo prezzo, a che serve investire in ricerca e sviluppo? Qualcuno forse ricorderà il caso Fidia, il cui fatturato era quasi interamente basato su un principio attivo (i gangliosidi), che successivamente allo scandalo la Commissione Unica del Farmaco definì al meglio "acqua fresca". Ma la Fidia non era l'unico caso. Tra i primi venti farmaci venduti, sei non avevano un'adeguata documentazione che provasse il loro ruolo terapeutico: gangliosidi, carnitina e acetilcarnitina, timopentina, citicolina, timostimolina, ubidecarenone. Da soli questi sei principi attivi superavano i 2 mila miliardi di lire: circa un sesto del totale della spesa farmaceutica in Italia.  I vari sistemi di determinazione dei prezzi che si sono succeduti fino alla metà degli anni 90 in Italia non hanno certo aiutato il sistema farmaceutico in un contesto di lungo periodo. Il sistema di corruzione che si era determinato intorno a questo meccanismo ha generato danni incalcolabili per il sistema farmaceutico italiano. A parte il costo puramente finanziario che la collettività ha dovuto subire dovendo acquistare per anni medicinali a prezzi gonfiati, il vero costo è stato quello di aver abituato un sistema farmaceutico italiano a fare profitti in modo sbagliato, distruggendo così molte delle "competences" relative all'attività di ricerca e sviluppo che erano state accumulate negli anni.  Quest'ultimo aspetto è tanto più grave se si considera che chi ha veramente perso sono solo le imprese italiane, mentre le imprese estere hanno regolarmente continuato a fare ricerca in quanto impegnate su mercati globali molto più competitivi. Per le imprese estere, il mercato italiano degli anni '80 ha quindi rappresentato un mercato "facile", dove si potevano aumentare i profitti semplicemente aumentando il prezzo dei farmaci che erano poi spesso reinvestiti nelle attività di ricerca e sviluppo a livello globale.  Al contrario, per le imprese italiane i profitti facili hanno funzionato da anestetico per la ricerca farmaceutica, spingendo il settore verso una forma di suicidio assistito e, in ogni caso, di subalternità. Senza dubbio è questo il costo maggiore che stiamo pagando a seguito della gestione Poggiolini: una colpa che va imputata, in modo pressoché uguale, agli imprenditori farmaceutici italiani e allo Stato. Sebbene a partire dal 1996 si fossero in parte ristabilite le condizioni per un corretto dialogo tra Stato ed industria, la contemporanea mancanza di una seria politica industriale per lo sviluppo di lungo periodo del settore farmaceutico e la decisione di aderire alla Moneta Unica hanno fatto si che lo sviluppo del settore farmaceutico venisse fatto dipendere dalle sorti della politica fiscale. Aver rinunciato dopo il 1996 a distinguere quanto nel settore farmaceutico fosse di competenza della politica sanitaria e quanto della politica industriale è stato un secondo errore che non ha fatto altro che aumentare i problemi e rendere quel che rimaneva del sistema della ricerca ancora più vulnerabile.  Infatti, nel momento in cui in Italia si scommetteva sulla possibilità di entrare a far parte della moneta unica e l'industria farmaceutica raccoglieva i pezzi del dopo Poggiolini, a livello mondiale le imprese farmaceutiche affrontavano le due grandi sfide della globalizzazione e delle biotecnologie. Nessuno (politici e imprenditori) in Italia ha cercato in quegli anni di valorizzare quando di buono c'era ancora in giro (chi ricorda ancora il caso del centro di ricerche di Nerviano?).  Questo emblematico esempio mostra come i danni della mala gestione e della corruzione possono generare effetti di lungo periodo notevolmente più importanti di quelli di breve periodo. Nel caso del settore farmaceutico, abbiamo speso più di quanto era necessario ma il vero danno, di lungo periodo, è stato la distruzione di competenze per le quali eravamo riconosciuti leader a livello mondiale. Oggi, a distanza di circa venti anni da quei fatti, ci chiediamo perché non si fa più ricerca in Italia e perché i nostri giovani migliori vanno all'estero. Spesso, la risposta la si trova negli errori compiuti in passato. 

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Fonte: Huffington Post

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