Cassazione, mai fidarsi delle dichiarazioni dei pazienti

Redazione DottNet | 22/09/2013 09:53

cgil professione sanità-pubblica malasanità

Il medico non deve fidarsi di quanto sostenuto in sede di anamnesi dal paziente. In caso contrario, il suo operato potrebbe essere giudicato non diligente. A stabilirlo è una sentenza della Corte di Cassazione (Sezione III civile) del 12 settembre scorso. "La Corte - spiega Riccardo Bucci, dottore in Diritto, in un articolo pubblicato sul sito della Cgil medici - afferma che dal momento in cui il paziente è in cura e il rapporto contrattuale con la struttura ospedaliera si è instaurato, lo stesso non ha più alcuna responsabilità in merito alle indicazioni che fornisce alla struttura sanitaria in sede di anamnesi.

 Nel caso specifico il paziente aveva denunciato un trauma inguinale in sede di anamnesi. Le indagini si svolgevano di conseguenza e i medici prescrivevano antidolorifici, non potendo immaginare, in base alle dichiarazioni rese in modo non completo dal paziente, che tale trauma avesse anche potuto causare una ferita nel quadricipite femorale con introduzione nel muscolo di una scheggia di quattro cm". "All'acuirsi dei dolori addominali, veniva nuovamente prescritto un antidolorifico, valutando che i dolori potevano originarsi da un'emorragia da trauma, confermata da due tac successive. Solo posteriormente, quando l'aggravarsi della ipotizzata emorragia ha costretto i medici ad un intervento chirurgico per rimuovere il liquido in eccesso, gli stessi si sono resi conto che ciò che appariva dalle tac non fossero sacche ematiche bensì purulente. Le indicazioni iniziali del paziente hanno portato i medici a indagare in maniera erronea, e la Corte afferma che tale errore consiste proprio nell'aver riposto fiducia in quanto asserito in sede di anamnesi dal paziente, integrando una mancanza palese di diligenza. Si configura quindi, secondo la Corte, la responsabilità civile del medico curante". Il pronunciamento dei giudici ha già sollevato le proteste dei camici bianchi. "L'applicazione del principio della Cassazione secondo il quale il medico non deve fidarsi di quanto sostenuto in sede di anamnesi dal paziente ma condurre tutti gli accertamenti possibili in relazione alle evidenze dello stato psico-fisico del paziente - spiega il segretario nazionale della Cgil medici Massimo Cozza - mina l'appropriatezza dei percorsi diagnostici, costringendo i sanitari a sottoporre i cittadini a un innumerevole numero di esami". Secondo Cozza, questa sentenza è "un ulterione mattone che completa il muro della medicina difensiva, per la quale sono stati stimati oltre 10miliardi di sprechi di spesa sanitaria, a danno non solo della serenità dell'operato dei medici, che sono giudicati non diligenti se non prescrivono, ma degli stessi cittadini che si devono sottoporre alle indagini diagnostiche". La Cgil medici lancia un appello alle Istituzioni: "Chiediamo al ministro della Salute Beatrice Lorenzin - di rompere ogni indugio e di presentare subito una legge sulla responsabilità professionale in sanità, in base al confronto avuto con le organizzazioni sindacali mediche. Vanno definiti in modo completo tutti gli aspetti in gioco, consentendo ai medici e agli operatori sanitari di operare serenamente sulla base di norme eque, chiare e uniformi. Vanno cioè stabilite regole a garanzia dell'uniformità di trattamento dei cittadini e a tutela della professionalità dei medici, troppo spesso esposti a denunce strumentali, alimentate da poderose campagne pubblicitarie". 

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Fonte: adn, cgil