Anaao, presto il riconoscimento di orario e diritto al riposo

Redazione DottNet | 03/10/2013 13:11

L’Anaao torna a lottare per l’orario di lavoro dei dirigenti medici. E si preannuncia anche un’iniziativa legale contro la presidenza del Consiglio che finora non ha rispettato la direttiva europea sulla norma (la 88/2003/CE) ritenuta “una pietra miliare dell'Europa sociale poiché assicura una protezione minima a tutti i lavoratori contro orari di lavoro eccessivi e contro il mancato rispetto di periodi minimi di riposo”.

Costantino Troise, segretario di Anaao non ha dubbi: “qualsiasi Governo di uno Stato membro dell’Unione europea ha obbligo di applicazione delle Direttive europee, obbligo in Italia scansato più che assecondato.  Uno Stato membro non può utilizzare deroghe improprie per ottenere un vantaggio speculativo nei confronti dei lavoratori pubblici, nonché propri dipendenti”. In base alla legislazione italiana, alcuni diritti fondamentali stabiliti nella suddetta Direttiva, quali la durata media dell'orario settimanale limitata a 48 ore e un periodo minimo di riposo giornaliero di 11 ore, non si applicano ai "Dirigenti" del Servizio sanitario nazionale. I medici che lavorano per la sanità pubblica italiana, sono classificati ufficialmente come “Dirigenti" “senza però godere necessariamente di prerogative dirigenziali – dice Troise - o di autonomia rispetto al proprio ora-rio di lavoro. Ne consegue un'ingiusta privazione dei diritti garantiti loro dalla Direttiva. Come ricordato più volte, la non applicazione della Direttiva rappresenta non solo un danno per la salute dei singoli lavoratori a breve ed a lungo termine, ma anche una sicura fonte di rischio per i pazienti”. Tuttavia dopo anni di battaglie in Italia ed a livello europeo la Ue ha ascoltato e condiviso quanto sostenuto dall’Anaao Assomed e dalla FEMS e a maggio di quest’anno la Commissione europea ha trasmesso un sollecito al Governo italiano sotto forma di parere motivato nel quadro dei procedimenti di infrazione dell’Ue, chiedendo un riallineamento della legislazione italiana. “L’Italia per contro non ha notificato nei tempi indicati (2 mesi n.d.r.) le misure adottate per allineare la legislazione nazionale alla normativa dell’Unione, e scaduto il termine (30 luglio) ha presentato richiesta di proroga di altri due mesi – precisa Troise -. Ma il 5 agosto la Commissione ha respinto tale richiesta, riservandosi di riflettere su eventuali misure da adottare alla luce della risposta dell’Italia al parere motivato e potrebbe decidere di deferire l’Italia alla Corte di giustizia dell’Unione europea”.

fonte: anaao

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