Tra dieci anni ci saranno 24mila medici in meno. Aumenterà l’età media

Redazione DottNet | 08/10/2013 19:04

I medici di qui al 2023 si ridurranno e passeranno dai 324.953 del 2013 a 301.607. Ma non ovunque. Le regioni dove al contrario saranno in aumento sono 5 su 20 (Abruzzo, Basilicata, Lazio, Molise e Valle D'Aosta), in base allo scostamento tra pensionamenti e nuovi specialisti. E solo 3 regioni su 20 (Lombardia, Puglia e Veneto) manterranno margini di aumento futuro dei fabbisogni di medici specialisti; queste tre regioni riusciranno nel 2023 a ottenere un accettabile abbattimento degli esuberi.

L'analisi sul fabbisogno di medici specialisti nelle Regioni italiane è di Domenico Montemurro, consigliere nazionale Anaao giovani e Fabio Ragazzo, di Anaao giovani (clicca qui per leggere il documento completo). Ben 6 regioni invece (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise e Sicilia) hanno registrato un aumento dei medici "senior" di oltre il 10% e la metà delle regioni italiane registri un'età anagrafica media del contingente medici complessivo sopra i 50 anni (centro e sud Italia in prevalenza, prime fra tutte Molise e Liguria). Appare evidente come nei prossimi 10 anni il trend dell'età media risulterà in aumento in ben 15 regioni su 20, e come questo rappresenti un indice di scarso turnover generazionale. Nel 2013 circa 1/3 del totale dei medici risulta impiegato nel Ssn; estrapolando tale rapporto, gli autori ipotizzano il numero di specialisti impiegati nel Ssn al 2023 e lo raffrontano con gli ipotetici esuberi di specialisti del Ssn calcolati al 2013. Da questo confronto si nota come Abruzzo, Basilicata, Molise, Valle D'Aosta mostrano una difficoltà ad ammortizzare gli esuberi anche nel lungo periodo (10 anni), a fronte di una insufficiente pianificazione. Un'osservazione particolare secondo gli autori merita l'analisi della regione Lazio, per la quale secondo la proiezione futura, il numero di medici sarà destinato ad aumentare rispetto al 2013, quasi a pareggiare nel 2023 la carenza di specialisti calcolabile al 2012. In realtà la carenza di specialisti che si calcola oggi in Lazio è virtuale, infatti essa è indice del blocco delle assunzioni nel Ssn e non ad un reale debito di medici specialisti; ciò è dimostrato anche dal fatto che l'età anagrafica media dei medici sarà tra le più basse attese nel 2023.  Altre regioni mostrano, diversamente, una tendenza volta se non all'abbattimento completo di potenziali esuberi, al contenimento del fenomeno che purtroppo non sembrerebbe comunque esaurirsi nei prossimi 10 anni, qualora si mantenga immutata l'attuale condotta programmatica delle regioni.  Dalla rilevazione delle richieste formative di accesso alle scuole di medicina e chirurgia, spiegano, è evidente come queste siano eccessive, non in linea con la previsione futura e ad alto rischio di precariato. «Oggi accade che lo squilibrio tra numero chiuso e fabbisogni specialistici imponga la scelta di doppi percorsi come surrogato occupazionale (doppie specialità, dottorati di ricerca, frequenza delle scuole di formazione in medicina generale dopo aver già conseguito una specialità). Le risorse economiche ridotte rafforzano ulteriormente l'esigenza programmatica di ridurre i fabbisogni specialistici nazionali, rendendo perciò anacronistica l'espansione del numero chiuso cui oggi si assiste». Secondo la ricerca il ritardo storico di una programmazione sanitaria, e in particolare lo scollamento tra il numero chiuso e i fabbisogni (intesi sia come contratti di formazione specialistica che come borse di studio per la medicina generale), giustifica l'allarme lanciato dai giovani medici neo-laureati. Il taglio operato sui fabbisogni e sulle borse di studio per la medicina generale (contratti di formazione specialistica: 4500 per il 2012-2013, anziché 5000 per la quota Miur; borse MG: 981 nel 2012 vs 924 nel 2013), è frutto di una scorretta pianificazione; la soluzione oggi di questo imbuto formativo non può che essere una nuova programmazione sanitaria per alcuni versi impopolare ma basata sull'evidenza. Dall'analisi dei dati secondo gli autori emerge come la maggior parte delle regioni manifesti un problema di sostenibilità previdenziale. Lo scarso ringiovanimento della popolazione medica complessiva nazionale (-0.5 anni, al 2023) è rappresentato da un core di previdenti "senior" (fascia d'età 50-60 anni) che ritarda il rinnovo anagrafico, contribuisce al precariato (come risultato di mancata programmazione passata) unitamente a inappropriati fabbisogni annuali a fronte di vincoli di turnover, senza consentire l'abbattimento degli esuberi. Questo "core" rappresenta una falsa risorsa previdenziale, perché graverà sulla previdenza nel ventennio futuro, e non sarà sostenuto dal precariato di oggi, che come tale non costituisce risorsa odierna e futura ma un grave dramma. «Di fronte a questa verosimile prospettiva - sostengono gli autori - è davvero strategico o semplicemente necessario ideare altre forme di contribuzione, al di fuori dell'ambito occupazionale, investendo sugli studenti di medicina e chirurgia agli ultimi anni di corso? E da qui l'interesse al loro indiscriminato aumento? Ai posteri l'ardua sentenza». 

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Fonte: anaao

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