Fiaso, 200 progetti per ospedalità intelligente

Sanità pubblica | Redazione DottNet | 10/12/2013 17:56

Duecento progetti di buona sanità per una 'Spending review intelligente'. Sono quelli che arrivano dagli ospedali italiani che, investendo in buone pratiche per cure e amministrazione, riescono ad ottenere un duplice risultato: un miglioramento dell'assistenza ed un consistente taglio dei costi.

A raccogliere i progetti 'virtuosi' è la Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso) in un Libro bianco che è anche fruibile in rete, perchè gli esempi di innovazione possano essere facilmente 'copiati' anche da altri ospedali sul territorio. Quella fotografata dal Libro bianco, presentato oggi e realizzato in collaborazione con l'ANSA, ha affermato il presidente Fiaso Valerio Fabio Alberti, ''è una sanità di qualità in tanti settori. Ma il messaggio che ne deriva - ha sottolineato - è anche che la buona gestione e amministrazione è di per sè la 'Spending review' che rende di più, dimostrandosi lo strumento essenziale anche per risparmiare. In questo modo si recuperano risorse da reinvestire nella Sanità stessa''. Un esempio su tutti è quello che arriva dalla Asl 4 di Prato: con soli mille euro ad anziano, la Asl garantisce l'assistenza domiciliare agli over-65 soli non autosufficienti, formando anche le badanti e abbattendo le più costose giornate di ricovero o di degenza in Residenze sanitarie assistite (Rsa), il cui costo è di circa 3mila euro al mese per anziano. E sono tanti gli esempi di buone pratiche, sia sul versante dell'assistenza sia su quello organizzativo e manageriale. In totale sono state coinvolte 37 Aziende ospedaliere, circa il 23% in più rispetto alla prima edizione del Libro bianco nel 2011. Ad emergere è anche un altro dato: le pratiche di 'buona sanità' sono in rimonta al Sud dove si collocano il 18,7% delle esperienze 'modello', due anni fa localizzate quasi esclusivamente al Nord (anche se nelle regioni settentrionali sono state selezionate il 56% delle esperienze e nel Centro poco più del 25%). La raccolta, sottolinea inoltre Giampiero Maruggi, vice presidente Fiaso, ''dimostra che è possibile fare buona sanità anche al Sud perché la discriminante non è geografica ma gestionale''. Quanto alla 'classifica geografica' delle buone pratiche, la parte del leone la fa l'Emilia Romagna, con 25 esempi, seguita dalle Marche con 12. Ed ecco un esempio di buone pratiche, come riportano Quotidiano sanità e Fiaso

Over 65: a Prato l’assistenza è a domicilio - Creare un percorso di assistenza domiciliare intensiva per anziani soli e non autosufficienti dopo le dimissioni ospedaliere, che permetta al paziente di rimanere nel proprio ambiente di vita e di ricevere l’assistenza quotidiana di un fisioterapista, un infermiere o di un operatore sociosanitario. Ma con il supporto ancora più costante di un  familiare o della badante, appositamente formati per fornire assistenza di prima necessità. E’ l’esperienza della USL 4 di Prato che ha così favorito il rientro a casa del paziente senza transitare da un inappropriato e oneroso ricovero in RSA. Il progetto, dal titolo evocativo, “Dopo l’Ospedale meglio a casa”, costato circa 260mila euro l’anno in larga parte finanziati dai fondi della Regione Toscana, è stato concepito inizialmente come una sperimentazione della durata di 12 mesi, ma visti i risultati soddisfacenti ha ottenuto dopo il primo anno un ampliamento del progetto per ulteriori 12 mesi, con l’intento di prendere in carico circa 260 utenti/anno. Quindi mille euro ad anziano assistito. Quando si dice che offrire servizi alla persona è molto più conveniente che mettere qualche soldo in tasca in più a chi ne ha bisogno. Il servizio, garantito da una équipe multiprofessionale in cui sono presenti un infermiere, un assistente sociale e un fisioterapista, coinvolti a vario titolo nella programmazione progettuale, prevede la prima visita domiciliare entro 24/48 ore dalla dimissione e definisce un piano educativo specifico per paziente e caregiver, finalizzato a supportare l’autogestione della condizione di disabilità. L’équipe garantisce in particolare un follow up telefonico o domiciliare settimanale, fino al termine del programma.
 
Salute mentale: Trento punta sul sapere di utenti e familiari – La sigla magica che ha riavvicinato a Trento servizi di salute mentale, utenti e loro familiari è UFE. Niente di extraterrestre ma un  progetto quanto mai attaccato alla terra di Utenti e Familiari Esperti, nato con l’obiettivo di valorizzare il sapere esperienziale di utenti e familiari e di aumentare la loro partecipazione attiva nelle pratiche quotidiane. L’esperienza degli UFE si prefigge di migliorare la gestione di problemi tradizionalmente comuni nel mondo della salute mentale, come quelli riguardanti l’adesione ai trattamenti, alla soddisfazione e al ruolo delle parti interessate nella governance del sistema, coinvolgendo tutte le parti in causa, dai gruppi di auto-mutuo-aiuto per utenti e familiari ai gruppi di sensibilizzazione fino alla creazione di una Casa dell’auto-aiuto (struttura residenziale con 14 posti letto che vive 24 ore al giorno le pratiche della mutualità). Partendo da questa base operativa si è andata sviluppando nel tempo la figura dell’Utente Familiare Esperto. Dal 2005 ad oggi la figura degli UFE si è diffusa in tutte le aree del Servizio di Salute mentale, e ad oggi gli UFE coinvolti sono circa 40, con diverse mansioni: alcuni operano nel Centro di salute mentale o nel Reparto ospedaliero, altri svolgono funzioni di sensibilizzazione, nelle scuole come nelle comunità, o si tengono in stretto contatto con le famiglie. La presenza degli UFE, caratterizzata da una sorta di percorso di cambiamento partecipato, gestito dal ‘basso verso l’alto’, ha favorito un miglioramento dei rapporti tra utenti, familiari e operatori, con importanti ricadute sul clima generale.
 
Bologna, una banca del latte per il nutrimento sicuro dei prematuri - Assicurare latte umano sicuro ai neonati prematuri: è l'obiettivo primario di un progetto avviato all’Azienda Policlinico Sant'Orsola e all'Ospedale Maggiore di Bologna con una Banca del Latte Umano Donato (BLUD) in collaborazione con l'azienda Granarolo.
L'iniziativa ha fatto sì che da febbraio 2013 tutti i neonati con peso inferiore a 1.500 grammi ricoverati nelle Unità di Terapie intensive neonatali (UTIN) dei due ospedali bolognesi – in media circa 110 all'anno complessivamente – ricevono esclusivamente latte umano, della propria madre o proveniente dalla BLUD. Così è stato eliminato l'utilizzo di latte artificiale per i prematuri con un potenziale miglioramento di importanti indicatori clinici. L'utilizzo del latte umano, spiega l'AOU di Bologna promotrice del progetto, rappresenta un vantaggio per il neonato prematuro in quanto riduce il rischio di complicanze come l'enterocolite necrotizzante e la sepsi. In più accelera i tempi di raggiungimento dell'alimentazione enterale esclusiva. In assenza del latte della propria madre è utile l'utilizzo di latte donato da altre neomamme, ma questo non può avvenire senza l'attivazione di una Banca del Latte che lo renda sempre fruibile e soprattutto sicuro grazie al rispetto di procedure rigorose.
 
Roma, l'accoglienza in ospedale diventa multireligiosa
Con una società sempre più multietnica, anche in ospedale c'è bisogno di personale adeguatamente formato al dialogo interreligioso. Per questo la ASL Roma E ha creato il “Laboratorio per l'accoglienza delle differenze e specificità culturali e religiose”.
Il progetto nasce da un monitoraggio del programma regionale di Audit civico Lazio del 2010, che ha rilevato il mancato rispetto del diritto dei ricoverati di potersi avvalere di un'assistenza religiosa per non cattolici. Senza contare che gli operatori sanitari devono spesso confrontarsi con valori e aspetti etici legati a culture e religioni differenti. Per questo nel 2010 la ASL ha avviato un progetto per fornire a tutti le stesse fonti di sostegno relazionale, comprensione culturale, appoggio umano, spirituale e religioso.
L'iniziativa si è concretizzata inizialmente nella costituzione presso la ASL Roma E del “Laboratorio per l'Accoglienza delle differenze e specificità culturali e religiose” - attivo da aprile 2010 -, composto da referenti aziendali, referenti delle principali confessioni e comunità religiose rappresentate nella capitale, rappresentanti delle associazioni civiche, di tutela e di volontariato, con il compito di monitorare e proporre azioni di miglioramento per l'accoglienza multiculturale in ospedale. In secondo luogo, è stato messo a punto un protocollo per l'accoglienza interreligiosa e multiculturale raccolto nelle “Raccomandazioni per gli operatori sanitari da parte delle comunità religiose”. In seguito è stato istituito un albo di assistenti e interlocutori religiosi accreditati presso la direzione sanitaria e presso tutte le strutture di degenza del polo ospedaliero romano di Santo Spirito, a disposizione dei pazienti ricoverati.
 
Ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia: per l’identificazione sicura del paziente arriva il braccialetto in ospedale - Un braccialetto con un codice a barre per identificare con sicurezza ogni paziente ricoverato in ospedale. È il metodo adottato dall'Azienda Ospedaliera Santa Maria Nuova di Reggio Emilia per ridurre errori ed incidenti in corsia.
A febbraio 2010 l'Azienda ha introdotto in via sperimentale in alcuni reparti una nuova procedura di identificazione del paziente: all'atto del ricovero l'operatore sanitario ne effettua il riconoscimento attraverso la lettura del codice fiscale e successivamente stampa su un braccialetto identificativo autoadesivo l'anagrafica dell'utente associandovi un ‘barcode’, un codice a barre. Il braccialetto viene applicato al polso del paziente ed è abbinato al programma di gestione informatizzata della terapia che prevede l'identificazione del paziente attraverso la lettura del codice prima di somministrare il farmaco. Da una indagine interna è emerso che per la totalità degli operatori lo strumento ha contribuito a migliorare l'identificazione del paziente, per il 93% il braccialetto è stato utile soprattutto se i pazienti non erano vigili o erano disorientati, per il 58% ha rappresentato un presidio per migliorare l'identificazione al momento della somministrazione della terapia. Percentuale, quest'ultima, che sale al 70% fra gli operatori di medicina interna che già utilizzavano il software per la prescrizione e somministrazione informatizzata del farmaco. Nel reparto chirurgico per l'82% degli operatori il braccialetto è stato utile per migliorare l'identificazione nel trasferimento in sala operatoria. Il 60% ha riportato che il braccialetto ha evitato errori di identificazione.
 

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Fonte: fiaso, QS, ansa

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