Morto in ospedale: il Gip firma l'imputazione coatta per i medici

Redazione DottNet | 01/01/2014 11:14

La prima mossa fu inutile anche se non necessariamente dannosa: sulle prime, cercarono di capire se il paziente avesse assunto droga, tanto per verificare se si trovavano di fronte a un tossico, uno che in fondo se l’era andata a cercare. Una mossa inutile - si legge ora - anche se non dannosa, perché la morte del paziente sarebbe arrivata dopo, di fronte ad una condotta medica ritenuta tutt’altro che tempestiva.

Eccolo uno dei retroscena legati al decesso di Andrea Colace, un ragazzo di 23 anni deceduto il 10 luglio del 2010, dopo un incidente stradale e un ricovero in ospedale, al Fatebenefratelli prima e al Cardarelli poi.
Ed è su quanto avvenne nel nosocomio posillipino che oggi tornano ad accendersi i riflettori della Procura, in seguito a un provvedimento firmato dal gip Francesco Cananzi, che ha respinto la richiesta di archiviazione sostenuta di recente dalla Procura. Tecnicamente si tratta di una imputazione coatta, dopo una doppia richiesta di archiviazione, sempre rigettata da parte del giudice. Omicidio colposo è l’accusa su cui insistono oggi le indagini, l’obiettivo è capire se è stato fatto il massimo per salvare la vita di un ragazzo di 23 anni. Studiava, amava la moda, faceva il fotomodello, aveva anche un book fotografico. Una vita bella e normale, la ragazza, gli amici, lo scooter. Siamo tra il 9 e il 10 luglio del 2010, quando Andrea è alla guida del ciclomotore, sbanda a va a sbattere contro un dissuasore. Quello che accade nelle ore successive, tra Fatebnefratelli e Cardarelli (dove arriverà quando la situazione appare oggettivamente compromessa) è ancora materia di indagine. Ma seguiamo il ragionamento fatto dal gip Cananzi nel disporre l’imputazione coatta sul caso di Andrea Colace. Al Fatebenefratelli, i medici si trovano di fronte un caso di trauma epatico, una situazione grave ma non scontata, per la quale è prevista una mortalità del 65% dei casi. Sulle prime, gli vengono somministrati farmaci antagonisti degli oppiacei - «ricerca non dannosa ma inutile» - di fronte alla omissione che oggi viene contestata: una omissione che consisteva nel non aver realizzato tempestivamente il packing, in modo da trasferire il paziente in un centro più specializzato. Ma rivediamo la cronaca di quell’alba posillipina. Giunto alle cinque del mattino in ospedale, passano cinquanta minuti, tempo ritenuto decisivo per realizzare interventi che avrebbero potuto mantenere in vita il ragazzo. «Orbene - si legge nella imputazione coatta - i chirurghi presenti all’arrivo del paziente e quelli reperibili tardano l’intervento di packing (fondamentale per la rilevazione dell’entità del trauma e/o il trasferimento immediato). Anzi, uno di costoro, il cui nome non emerge dalla cartella clinica sequestrata, dispone una superflua e dannosa tac». È ancora il gip a insistere: «Vi fu negligenza nel tardare tali interventi (di packing immediato o immediato trasferimento presso un trauma center), come pure vi fu negligenza nel tardare tali interventi disponendo una tac superflua; tale responsabilità, connessa alla competenza specifica dei chirurghi, in servizio ed in reperibilità, ebbe a non consentire un intervento che, se tempestivo, avrebbe avuto la possibilità di successo del 35 per cento». Un ritardo che fa precipitare la situazione, anche quando il ragazzo viene trasferito d’urgenza al Cardarelli. Scrive il gip: «È palese, per quanto riferito dai periti e dai consulenti tecnici del pm, che tale intervento andava effettuato immediatamente, comunque quanto prima, nella prima mezz’ora. Il decorso (inutile e negligente) del tempo tra il trauma e l’intervento di controllo del danno, dunque teso a bloccare l’emorragia, ebbe a ridurre le possibilità di rimanere in vita del paziente, riducendo anche la percentuale di successo dello stesso intervento avvenuto circa tre ore dopo al Cardarelli».
Agendo diversamente, ci sarebbe stata una maggiore speranza di vita del giovane paziente. Spiega Caterina Stellato, madre del ragazzo scomparso, difesa dall’avvocato Gennaro Lepre: «Una notizia che dimostra quello che abbiamo sempre pensato: mio figlio si poteva salvare, ora più che mai chiediamo verità e giustizia». Cosa accade ora? Ci sarà una udienza a porte chiuse dinanzi a un altro giudice, dove i medici Andreana Martella, Vincenzo Cirigliano e Sergio Taddeo potranno sostenere la propria versione difensiva, mentre è lo stesso gip Cananzi ad archiviare il caso per Bruno De Simone, Marcello Sorrentino, Anna Sammarco, Lucia Olivieri.

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Fonte: Il Mattino

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