Ginecologi condannati al risarcimento dei danni conseguenti

Ginecologia | LattoGlobina Voice | 31/01/2014 10:11

Una partoriente era stata sottoposta presso una casa di cura ad episiotomia, cioè all’incisione chirurgica del perineo, allo scopo di allargare il canale del parto.

Nei giorni successivi all’intervento si era sviluppata a partenza dalla ferita episiotomica una setticemia da stafilococco aureus non adeguatamente controllata dagli antibiotici generici somministrati nel post-partum, finché la paziente, trasferita presso un altro ospedale, era stata curata, previa emocoltura, con antibiotici specifici.

Nel frattempo l’infezione aveva aggredito l’articolazione coxofemorale sinistra con necessità di un’artroprotesi.

La danneggiata lamentava:

a) mancata adozione di terapia antibiotica prima dell'intervento di episiotomia: prassi consueta e consigliata dalle linee guida internazionali;

b) mancata effettuazione di antibiogramma tramite analisi emocolturale, al fine di individuare lo specifico agente patogeno;

c) conseguente somministrazione di antibiotici generici, rivelatisi inefficaci, e solo a decorrere dal terzo giorno di febbre e coxalgia, anziché efficace e tempestivo intervento tramite antibiotici specifici;

d) omessa registrazione nella cartella clinica dei dati relativi all’evolvere della ferita episiotomica, donde è derivato il ritardo nel rilevare l’infezione in corso.

In primo grado era stata ravvisata responsabilità per negligenza, ma la Corte di appello aveva riformato la sentenza di primo grado escludendo una responsabilità professionale con la motivazione che è frequente che il trattamento batterico non abbia successo; che la sepsi stafilococcica non può essere causalmente ricollegata alle cure ed agli interventi effettuati durante il ricovero, quindi alla colpa dei sanitari; che non vi è certezza che un trattamento antibiotico mirato avrebbe potuto modificare il quadro clinico; che i medici curanti hanno preferito applicare il cosiddetto criterio empirico-epidemiologico ragionato, anziché l'emocoltura, perché il quadro clinico era stato inizialmente modesto e un’eziologia stafilococcica non era facilmente prevedibile.

La Sentenza (Cass. Civ., Sez. III, n. 257 del 7 gennaio 2011)

Il fatto che il trattamento antibatterico possa non avere successo non giustifica l'omissione delle indagini dirette ad accertare quali siano i medicinali più efficaci (nella specie, l'emocoltura); dovrebbe anzi sollecitare la massima solerzia in tal senso; il fatto che l'infezione non fosse dipesa da colpa dei sanitari non esonerava questi ultimi dall'obbligo di apprestare tutte le cure del caso, durante il ricovero del paziente presso la struttura, volta che l'infezione si è comunque manifestata.

L'omessa analisi emocolturale, con la conseguente adozione di medicinali rivelatisi inefficaci, è stata giustificata sulla base di palesi forzature, quali il carattere improbabile del verificarsi di quel tipo di infezione (che peraltro il medico sarebbe tenuto a ipotizzare, considerata la gravità delle conseguenze che ne possono derivare e la facilità dell'adozione dei mezzi di indagine), ed il generico riferimento all'adozione di un criterio empirico epidemiologico, che non costituisce una cura o diagnosi alternativa, ma sembra consistere nella mera, oggettiva giustificazione del comportamento omissivo.

I Correlati

I Correlati

Widget: 91798 (categoria) non supportato