Farmaci contro l'epatite C ancora per pochi

Redazione DottNet | 06/02/2014 20:58

Manca una regia nazionale che uniformi i criteri di accesso a farmaci innovativi per la cura dell'epatite C, al punto che solo il 33% dei malati idonei a questo tipo di trattamento, ne possono realmente usufruire e con ritardi che arrivano fino a due anni.

Eppure la messa a punto di queste terapie di inibitori della proteasi, aumenta la percentuale di successo terapeutico, in alcuni casi fino all'80%. Sono i dati dell'indagine civica sull'accesso alle nuove terapie per il trattamento dell'epatite C, presentata ieri dal Coordinamento nazionale delle associazioni dei malati cronici (CnAMC)-Cittadinanzattiva in collaborazione con EpaC onlus. Tutt'altro che fenomeno residuale, le epatiti virali, nel nostro Paese sono quasi un'emergenza. Circa il 3% degli italiani è venuta a contatto col virus e i portatori cronici sono circa un milione, concentrati al Sud. Inoltre, secondo dati Istat 2008, epatite cronica, cirrosi e tumore del fegato, sono causa di più di 20.000 decessi ogni anno. A fronte di questi numeri, pochi i malati che hanno accesso a terapie efficaci e innovative, anche perché il numero dei Centri che le erogano (353) è inferiore di un terzo rispetto al totale dei Centri per la cura dell'Epatite e grandi sono le differenze regionali: uno ogni 407.000 abitanti nel Lazio, uno ogni 116.000 abitanti in Campania. Anche coloro che hanno avuto accesso alle cure, però, hanno comunque scontato un ritardo di ben 17 mesi. Tanti ne sono passati dal via libera dell'Ema, l'agenzia di monitoraggio europea dei farmaci, a quello dell'Aifa, l'Agenzia del farmaco italiana. A ciò si sono aggiunti altri 6 mesi affinché fossero inseriti nei Prontuari farmaceutici regionali. "Due anni per rendere disponibili ovunque le terapie è una tempistica inaccettabile", commenta Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato. "Per questo - aggiunge - proponiamo che, a tutela dei diritti dei cittadini, si prevedano per le Regioni inadempienti 'procedure d'infrazione' analogamente a quanto avviene in Europa". 

L'indagine di Cittadinanzattiva

Fonte: cittadinanzattiva

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