Cassazione, pubblicità del medico: la violazione deontologica va dimostrata

Redazione DottNet | 26/02/2014 20:13

cassazione professione sanità-pubblica

Medico e pubblicità, una relazione a volte conflittuale che in passato ha avuto spesso a che fare con la deontologia. La Cassazione mette chiarezza in un settore che appare ancora complesso e confuso con la sentenza 17 gennaio 2014, n. 870 emessa dalla Sezione II della Suprema Corte (sezione Civile) intervenendo su una vicenda relativa ad un procedimento di irrogazione di sanzioni disciplinari a carico di un odontoiatra.

  In punto di fatto rileva che la Commissione costituita presso l'albo di appartenenza del professionista aveva disposto la sospensione di esso in forza di una serie eterogenea di circostanze riconducibili, in particolare, nella mancata collaborazione in ordine agli accertamenti che la medesima commissione stava svolgendo in riferimento alla sua attività e nell'aver diffuso, sia a mezzo stampa tradizionale che via internet, un'informazione arbitraria, autocelebrativa e priva dei necessari riscontri oggettivi in merito alla propria attività, così violando la disciplina della pubblicità sanitaria. Il professionista aveva impugnato la decisione innanzi alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie, la quale, tuttavia, aveva confermato integralmente quanto deciso dalla Commissione territoriale. Il professionista aveva dunque proposto ricorso per cassazione, sollevando una articolata serie di censure. A fronte della complessità della vicenda, si evidenza come i momenti di maggiore interesse della pronuncia annotata riguardano proprio gli aspetti inerenti la supposta violazione degli obblighi di fornire un'informazione obiettiva in ordine alla propria attività. E ciò, come subito si dirà, anche in considerazione del fatto che nell'assumere la propria decisione la Corte ha preso spunto da precedenti arresti giurisprudenziali relativi alla disciplina deontologica forense. Infatti, dopo aver rigettato le censure miranti a sostenere una carenza ed una contraddittorietà della motivazione dei provvedimenti impugnati, la Corte ha evidenziato come il professionista che non adempia alla convocazione disposta nell'ambito di un procedimento disciplinare non può venir sanzionato per tale sola condotta. E ciò in quanto – come ribadito proprio in tema di ordin amento forense con le pronuncia Cassazione 4773/2011 e 30173/2011  – anche nei procedimenti amministrativi preordinati all'emanazione di sanzioni disciplinari risulta applicabile il principio del nemo tenetur contra se edere: in sostanza, la Cassazione ribadisce che pur nella diversità di natura, i procedimenti amministrativi sono comunque accomunati (sebbene in termini depotenziati) a quelli giurisdizionali, e i principi relativi ai secondi in tema di tutela del diritto di difesa devono essere ritenuti applicabili anche ai procedimenti sanzionatori.  Così sgombrato il campo dalla rilevanza della condotta del professionista consistente nel non essersi presentato alle convocazioni disposte nell'ambito istruttorio del procedimento disciplinare, la Corte si è poi potuta concentrare sul supposto illecito deontologico derivante dalla violazione sulla pubblicità sanitaria. Al riguardo, nella pronuncia viene innanzitutto ribadito il principio secondo cui, pur a fronte della rimozione del divieto di porre in essere un'attività informativa in merito alla propria attività ed ai titoli posseduti, nell'ambito delle professioni intellettuali sussiste un potere dei degli Ordini professionali di irrogare sanzioni disciplinari qualora il messaggio pubblicitario sia non veritiero e in violazione del principio di trasparenza. Detto ciò, nel caso di specie viene però censurata la decisione impugnata in quanto la Commissione centrale si era limitata ad affermare che i messaggi pubblicitari presentassero profili di violazione dei principi di verità e trasparenza, senza però indicare con esattezza in punto di fatto in cosa fosse consistita la violazione e, dunque, senza svolgere alcun espresso ragionamento logico volto a dedurre dal fatto addebitato la sussistenza della violazione alla norma deontologica. Sulla base di tali argomentazioni, la Corte ha dunque cassato la decisione, rinviando la causa alla medesima Commissione centrale, la quale dovrà definire nuovamente il giudizio sulla base dei principi esposti nella sentenza.

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Fonte: Altalex