Da Il Sole24ore: Un farmaco biologico dopo la chemioterapia

Redazione DottNet | 21/11/2008 11:50

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L'esito positivo della sperimentazione del Tarceva, il primo farmaco biologico orale per la terapia del cancro al polmone – sviluppato da Osi Pharmaceutical, dalla multinazionale svizzera Roche e dalla sua controllata americana Genentech – apre la strada a un nuovo approccio clinico per la cura di una patologia che è la prima causa di morte per tumore nel mondo.

 L'annuncio della conclusione dello studio "Saturn", condotto su 889 pazienti e coordinato da un giovane oncologo siciliano, Federico Cappuzzo, approdato all'Istituto Humanitas di Milano dopo importanti esperienze all'estero, è di ieri. E accende la speranza delle decine di migliaia di persone colpite da questa grave e inguaribile forma di neoplasia. Le stime dell'Istituto superiore di sanità indicano per l'Italia oltre 32mila nuovi casi nel 2008.
«Dalla sperimentazione è emerso – spiega Cappuzzo, in partenza per il Giappone per una serie di conferenze – che il Tarceva, una semplice pillola, oltre che scarsamente tossico, riduce in maniera significativa il rischio di progressione della malattia contribuendo a ridurre l'insorgenza dei sintomi a essa collegati quali tosse, difficoltà respiratorie e dolore».
Un precedente studio, che ha portato alla registrazione del farmaco, «ha già mostrato – riferisce l'oncologo – che pazienti con certe caratteristiche trattati con Tarceva hanno una mediana di sopravvivenza che supera i venti mesi, risultato impensabile appena qualche anno fa». L'attesa media di vita di un soggetto che scopre di avere una metastasi al polmone è infatti, in questa fase, intorno ai dieci mesi.
«I più reattivi al farmaco – prosegue Cappuzzo – si sono dimostrati i pazienti che presentano la mutazione di un particolare tipo di gene che produce il recettore del fattore di crescita epidermoidale, mutazione presente in circa il 10% dei malati».
La malattia oggi è aggredita con farmaci chemioterapici che, nella migliore delle ipotesi, portano alla temporanea regressione del male, non alla cura definitiva. Generalmente non si va oltre i 4-6 cicli per il rischio di dare al paziente solo gli effetti collaterali della chemioterapia: nausea, vomito, caduta dei capelli, riduzione dei globuli bianchi (con rischi di malattie infettive). Ora il Tarceva rende possibile una terapia di mantenimento alternativa alla chemio, che finora è mancata.
«Le attuali terapie di mantenimento – dice Cappuzzo – essendo a base di chemioterapici e richiedendo ulteriori ricoveri ospedalieri finiscono per essere rifiutate dai pazienti, mentre d'ora in poi, conclusa la chemio, ci si potrà continuare a curare in modo non solo efficace ma anche più comodo, assumendo una pillola». Essendo peraltro mirato alle cellule responsabili della proliferazione del tumore, il farmaco biologico non dà gli effetti indesiderati tipici della chemioterapia.
Cappuzzo è visibilmente soddisfatto per i risultati della sperimentazione. Laureatosi all'Università di Palermo, sua città natale, l'oncologia è stata la sua passione, da sempre. «Sono stato spinto verso questo campo – racconta – per il terrore che mi sono portato dentro fin da bambino per questo tipo di malattia».
Nel '93 è andato a specializzarsi all'Istituto dei tumori di Milano, allora diretto da Umberto Veronesi, per poi prendere la via dell'estero: prima, a partire dal '97, al Gustave Roussy di Parigi diretto da Thierry Le Chavalier, poi a, partire dal 2004, negli Stati Uniti d'America, al Colorado Cancer Center di Denver diretto da Paul Bunn, una delle massime autorità mondiali in materia di cancro al polmone, ex presidente della prestigiosa società americana di oncologia.
Il rientro in Italia all'Humanitas, nell'equipe diretta da Armando Santoro, è di qualche anno fa. Oggi, a 40 anni, Cappuzzo può già vantarne 15 di esperienza come medico e ricercatore. «Il problema italiano – dice – non è tanto la mancanza di ricerca quanto l'assenza di una cultura della ricerca. Negli Usa il medico non solo trascorre del tempo col paziente, ma continua anche a studiarlo in laboratorio. In Italia, purtroppo, fare il ricercatore non paga, né economicamente né professionalmente, e la ricerca è considerata una perdita di tempo. In medicina e in particolare in oncologia, dove purtroppo si continua a morire, non è possibile garantire la migliore cura senza ricerca. Ho la fortuna di lavorare in una struttura che ha la ricerca come missione e mi offre la possibilità di confrontarmi quotidianamente – conclude Cappuzzo – con ricercatori di grande spessore e rigore scientifico come Armando Santoro e il nostro direttore scientifico, Alberto Mantovani, un grande esempio per tutti noi».