Registri stupefacenti scorretti: farmacista condannato

Redazione DottNet | 12/03/2014 16:58

Condannato un farmacista accusato di aver tenuto in maniera scorretta i registri per gli stupefacenti. E anche la Cassazione conferma la decisione dei giudici di primo grado.

 

Millecinquecento euro di multa ad un farmacista che non ha rispettato le norme sulla tenuta dei registri di carico e scarico delle sostanze stupefacenti. La sanzione parte da un'ispezione dei nas di Roma che avevano, infatti, accertato, il difetto di corrispondenza tra il numero di confezioni scadute indicate nei registri e le confezioni che erano realmente nella disponibilità della farmacia. Una condanna inevitabile, come per altro impone la giurisprudenza di legittimità secondo cui non vi è un termine di tolleranza nella registrazione dei farmaci sopra richiamati. Tra l’altro, stante la natura contravvenzionale della fattispecie, l’autore risulta punibile anche a titolo di mera colpa. Tuttavia il farmacista decide di ricorrere in Cassazione rilevando che la fattispecie oggetto di contestazione è stata il parte depenalizzata: a rilevare penalmente è solo la registrazione di un numero di farmaci maggiore di quelli realmente posseduti, poiché esclusivamente in tale ipotesi è fondata la preoccupazione che la sostanza stupefacente sia sfuggita al controllo. La Suprema Corte ritiene il ricorso infondato in quanto la depenalizzazione del reato di irregolare tenuta del registro di carico e scarico delle sostanze stupefacenti riguarda il contesto formale della registrazione e non fatti riguardanti il contenuto dichiarativo dei registri e, in particolare, i dati relativi alla non corrispondenza tra giacenza contabile e quella reale: conseguentemente, risulta confermato l’obbligo per i responsabili delle farmacie aperte al pubblico e delle farmacie ospedaliere di riportare sul registro il movimento dei medicinali. Nel caso di specie, era stato accertato il difetto di corrispondenza tra il numero di confezioni scadute indicate nei registri e le confezioni realmente nella disponibilità della farmacia. C'è da aggiungere che la professione esercitata è rilevante ai fini della colpa. Secondo il farmacista, il Tribunale ha illegittimamente affermato che, rispetto all’accertamento della colpa, sussiste un’inversione dell’onere della prova e che l’imputato deve indicare elementi che dimostrino l’assenza di colpa. Più in dettaglio, poiché erano stati violati obblighi posti a carico di chi esercita professionalmente l’attività di farmacista, assumeva rilevanza anche la colpa lieve. Questa conclusione è da condividere, posto che sui soggetti che esercitano professionalmente determinate attività gravano obblighi informativi che la Corte Costituzionale ha definito doveri strumentali di informazione giuridica: nel caso in cui la mancata consapevolezza della illiceità del fatto derivi dalla violazione di detti obblighi deve ritenersi che l’agente versi in evitabile e, pertanto, rimproverabile ignoranza della legge penale. In casi di tal genere, anche il reato contravvenzionale presuppone quantomeno la colpa. Conseguentemente, dato il carattere particolarmente rigoroso del dovere di informazione, il farmacista risponde anche in caso di culpa levis nello svolgimento dell’indagine giuridica e, quindi, nell’interpretazione delle leggi. Perciò, la sentenza impugnata non risulta censurabile e il ricorso deve intendersi rigettato.

fonte: Dirittoegiustizia.it

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