L’aderenza alle prescrizioni come cardine nel trattamento

Enrico Cavani | 24/03/2014 09:49

“Contenuto a carattere medico o sanitario proveniente da una esperienza personale dell’utente”

Nel Gennaio 2004, il Corriere della Sera, in prima pagina, riportava il seguente articolo “Rifiuta l’amputazione e aspetta di morire. Medici nel dramma.“

Nel Gennaio 2004,  il Corriere della Sera, in prima pagina, riportava il seguente articolo “Rifiuta l’amputazione e aspetta di morire. Medici nel dramma.“

Da quel momento medici, politici, giornalisti, gente comune hanno inviato i loro messaggi alla Signora che aveva una gangrena ad una gamba, verosimilmente per una vasculopatia periferica legata al diabete e che, nello stesso giornale, rispondeva “Preferisco la morte all’amputazione”.

Tutti hanno detto la loro (si è parlato anche di Benedetto Croce a chi la croce la portava davvero) e nessuno si è chiesto se era proprio così che doveva essere prescritto e accettato un trattamento, anche salvavita, come tutti dicevano.

Il problema è che quando si è veramente malati, spesso, si è anche soli, depressi e quando si è depressi, oltre a correre il rischio di ammalare di più, si è anche meno propensi ad accettare consigli, anche apparentemente buoni, figuriamoci prescrizioni.

E allora come occorre fare? Come poter costruire un rapporto di dialogo, di intesa tra medico e paziente, per far sì che un consiglio, una informazione, una direttiva possano essere intesi come cardine terapeutico?

Innanzitutto, essendo convinti noi che quello che stiamo dicendo, quella educazione che stiamo facendo, è veramente un atto professionale, al pari di una prescrizione farmaceutica.

E quindi cosa significa per noi “star bene”?

Quale è il concetto che noi abbiamo di salute?

Quali sono i farmaci che influenzano la salute?

Cosa mi motiva a fare “educazione alla salute”?

C’è una motivazione personale?

C’è una  “empatia “ o meglio “simpatia”  verso il malato?

Quale è la nostra strategia per fare educazione?

Siamo maestri o professionisti?

Abbiamo di fronte un malato o un discente?

Dobbiamo fare scuola?

O cercare una comune scuola di vita?

Quale è la nostra finalità?

Siamo impegnati in una educazione di I o II o III livello?

Tante e tante ancora domande!

Iniziamo a rispondere ad alcune.

Innanzitutto cosa significa star bene per la maggior parte delle persone: star bene significa semplicemente non essere ammalato (cresci bene che combatterai meglio le infezioni!). Una Signora anziana può dire di sentirsi bene pur avendo la bronchite e l’artrite, nel momento in cui queste patologie Le permettono comunque di fare la spesa. Il fumatore può non considerare la tosse mattutina un sintomo di malattia perché per Lui è diventata normale: quindi possiamo dire come la salute sia percepita, per i potenziali pazienti, soggettivamente.

E per gli operatori della sanità?

La risposta è : la salute è assenza di patologia!

Quindi la differenza è tra ciò che la gente e gli operatori definiscono come malattia o handicap.

Per l’O.M.S. la salute è uno stato di completo benessere psichico, fisico e sociale e non la sola assenza di malattia.

E’ una utopia?

E’ una definizione statica: la via e il vivere sono in continuo dinamismo.

Quindi, per ritornare alla domanda di partenza, che significa star bene?

Per rispondere adeguatamente a questa domanda occorre considerare le molte varianti che si intrecciano:

a) Dimensione fisica (è l’aspetto più evidente)

b) Dimensione psichica (lucidità e coerenza)

c) Dimensione emotiva (paura, gioia, rabbia, depressione, ansia)

d) Dimensione relazionale (come mi rapporto con gli altri)

e) Dimensione spirituale (credo religioso, sistema dei valori)

f) Dimensione sociale (possibile essere sani in una società malata?)

Allora viene facile, forse, rispondere:

“La salute non è un bene proprio, la si può solo condividere”.

E allora, se la salute è un bene condivisibile, vogliamo conquistarlo insieme (operatori e malati)?

Essere sani raramente, anzi quasi mai, dipende dal caso o dalla fortuna, una condivisione di salute o di malattia è il risultato di un insieme di fattori che hanno effetti particolari su un individuo in un determinato momento.

Per educare le persone a migliorare la propria salute occorre individuare i fattori che la influenzano e capire, quindi, come aderire ad una prescrizione.

Prima di prescrivere, conosciamo i meccanismi cardini alla base dei processi comunicativi?

Ho rivisto la mia relazione interpersonale con chi ho davanti?

Sto orientando cognitivamente il rapporto con chi devo assistere?

Ho chiaro gli obiettivi da raggiungere (conosco bene quello di cui parlo)?

Se parlo, ad esempio di “controllo metabolico” sono certo di essere capito?

Conosco il livello culturale del mio interlocutore?

L’obiettivo della prescrizione è condiviso dal malato? Conosco e rispetto le sue opinioni anche sulla sua salute?

Se ho un malato “cosciente” della propria malattia posso “allungare il passo”, cioè chiedere di più?

Sono convinto che la salute è un bene condivisibile?

 E allora come ottimizzare una prescrizione?

 Premesse indispensabili:

a) questo mi interessa perché ha valore per me (risponde ai miei bisogni)?

b) cosa voglio dire e dove voglio arrivare?

c) perché mi prescrivi questo e cosa significa per me?

d) tutto ciò che prescrivo influirà positivamente sui comportamenti del malato (io cosa ho da guadagnarci? non solo in senso economico)

e) In una qualsiasi prescrizione devo considerare la presenza di ostacoli (è tutto chiaro quello che prescrivo? sono capace di farmi capire? si è creato il feed-back?)

I risultati di una prescrizione sono condizionati da

a) Ciò che si vuol prescrivere

b) Ciò che si dice (poco e spesso solo su un foglio di carta, scritto in maniera poco comprensibile)

c) Ciò che l’altro sente

d) Ciò che l’altro ascolta

e) Ciò che l’altro comprende

f) Ciò che l’altro trattiene (è spesso necessario iterare una prescrizione)

g) Ciò che l’altro fa dopo una prescrizione

Una prescrizione è efficace solo quando l’abbiamo ottimizzata, quando il bisogno percepito dall’interlocutore genera in lui un desiderio di agire: è la motivazione, la ragione che spinge ad un determinato comportamento (spinta pulsionale).

Una prescrizione è quindi efficace se abbiamo capito che i bisogni impliciti dell’interlocutore sono stati compresi; se li abbiamo fatti riconoscere all’interlocutore, trasformandoli così in bisogni espliciti; far in modo che l’interlocutore li descriva sotto forma di dubbio o domande di intervento.

Una prescrizione è efficace se non ho solo dimostrato di avere ragione ma se ho persuaso il mio interlocutore (esempio: il fumo fa male, ma il malato fuma lo stesso, forse perché ha visto fumare il medico).

Quali sono gli elementi chiave per ottimizzare una prescrizione:

1) Utilizzare un linguaggio semplice e diretto (coinvolgere e far capire)

2) Non apparire mai più intelligenti di loro

3) Il linguaggio deve essere appropriato all’interlocutore (usare se è possibile anche il dialetto)

4) Presentare la vostra prescrizione in una sequenza logica, dimostrando le relazioni da un punto all’altro

5) Riassumete frequentemente per rinforzare i punti chiave

6) Evitare di utilizzare gergo e terminologie particolari

7) Sintetizzate al termine

8) Esprimete il vostro desiderio di collaborare con l’interlocutore

9) Durante il commiato fornite delle buone ragioni all’interlocutore per collaborare con voi

10) Ringraziate il vostro interlocutore per la sua considerazione e collaborazione (trovate dei modi simpatici per lavorare insieme).

Infine dobbiamo ricordare che “Su se stesso, sul suo corpo e sulla sua mente, l’individuo è sovrano”.  

Peraltro, è un dato accertato, i Pazienti sono realmente meno ansiosi se sono adeguatamente informati su ciò che abbiamo deciso per loro, e su ciò che è meglio per loro.

Spesso la comunicazione fornisce al paziente il controllo delle proprie sofferenze con risultati gratificanti, anche per il medico.

La maggior parte delle lamentele nei confronti dei medici riguarda la loro maleducazione e la scarsa comunicazione fornita ai malati.

L’informazione non deve essere standardizzata e allora la nostra prescrizione, il nostro messaggio educativo verrà ascoltato, compreso e quindi attuato, in quel meraviglioso momento in cui, anche noi, operatori sanitari, avremo compreso che prescrivere, indicare un trattamento, significa prima di tutto accettare il modo di sentire degli altri, il crearsi di quel feed-back così essenziale per una buona riuscita di qualunque prescrizione.

Dr. Enrico Cavani

Università degli Studi di Perugia Azienda Ospedaliera “S.Maria” di Terni Istituto di Clinica Medica Responsabile Ambulatori di “Diabetologia” e di “Prevenzione e Cura del Piede Diabetico”

Per ulteriori informazioni clicchi qui e consulti il documento Aderenza Prescrizioni Definitiva

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