Il 41% degli italiani paga le visite di tasca propria. Fuga all'estero

Sanità pubblica | Redazione DottNet | 17/06/2014 18:55

Gli italiani sono costretti a scegliere le prestazioni sanitarie da fare subito a pagamento e quelle da rinviare oppure non fare. Ormai il 41,3% dei cittadini paga di tasca propria per intero le visite specialistiche anche in conseguenza dell'aumento della spesa per i ticket che ha sfiorato i 3 miliardi di euro nel 2013, pari al +10% in termini reali nel periodo 2011-2013. Sono i principali risultati della ricerca di Rbm Salute-Censis 'Costruire la sanità integrativa', presentata a Roma al IV Welfare Day.

 
La crisi e i ticket allontano dal Servizio Sanitario Nazionale che e' giudicato dagli italiani sempre piu' severamente. Aumentano coloro che pagano di tasca propria i servizi sanitari che il pubblico non garantisce e le cure all'estero attraggono un numero crescente di connazionali. Sono 1,2 milioni di italiani che sono andati a curarsi oltre confine almeno una volta nella vita. Lo afferma la ricerca Rbm Salute-Censis sul ruolo della sanità integrativa. La spesa sanitaria privata degli italiani è pari a 26,9 miliardi di euro nel 2013 ed è aumentata del 3%, in termini reali, rispetto al 2007. Nello stesso arco di tempo la spesa sanitaria pubblica è rimasta quasi ferma (+0,6%).

 

La logica per cui il cittadino paga di tasca propria quello che il sistema pubblico non è più in grado di garantire è arrivata all'estremo. Gli italiani sono costretti a scegliere le prestazioni sanitarie da fare subito a pagamento e quelle da rinviare oppure non fare. Così, crolla il ricorso al dentista a pagamento (oltre un milione di visite in meno tra il 2005 e il 2012), ma nello stesso periodo aumentano gli italiani che pagano per intero gli esami del sangue (+74%) e gli accertamenti diagnostici (+19%). Gli italiani sono costretti a scegliere le prestazioni sanitarie da fare subito a pagamento e quelle da rinviare oppure non fare. Ormai il 41,3% dei cittadini paga di tasca propria per intero le visite specialistiche anche in conseguenza dell'aumento della spesa per i ticket che ha sfiorato i 3 miliardi di euro nel 2013, pari al +10% in termini reali nel periodo 2011-2013. Se si vogliono accorciare i tempi di accesso allo specialista bisogna pagare: con 70 euro in più rispetto a quanto costerebbe il ticket nel sistema pubblico si risparmiano 66 giorni di attesa per l'oculista, 45 giorni per il cardiologo, 28 per l'ortopedico, 22 per il ginecologo.

 

Ad ogni territorio poi corrisponde un suo ticket e i suoi tempi d'attesa. Per le visite specialistiche (oculistica, cardiologica, ortopedica e ginecologica) oscilla tra un valore medio minimo di 20 euro al Nord-Est e uno massimo di 45 euro (più del doppio) al Sud. Negli accertamenti diagnostici spiccano i casi della risonanza magnetica del ginocchio senza contrasto e della colonscopia, per i quali il ticket varia tra i 36 euro del Nord-Est e i 60 euro del Nord-Ovest. Una mammografia può avere un ticket minimo di 36 euro al Nord-Est e uno massimo di 48 euro al Nord-Ovest. "Il fatto che milioni di italiani rinuncino alle cure per motivi economici, mentre chi può si rivolge al privato, sono la conferma ulteriore di un'emergenza sociale che non può essere ignorata", ha commentato il responsabile Politiche della Salute della Cgil Nazionale, Stefano Cecconi. Secondo il dirigente sindacale "trenta miliardi di tagli lineari, in 5 anni, e troppi ticket hanno danneggiato il Servizio sanitario nazionale pubblico. Così il diritto alla salute e alle cure non è più assicurato a tutti, soprattutto nelle regioni sottoposte a piani di rientro. L'eccessivo peso dei ticket, oltre a far male ai cittadini, ha ridotto le entrate per il Servizio sanitario e favorito il privato". Di fronte a milioni di persone che rinunciano a curarsi, conclude Cecconi, ''non basta rendere il sistema più equo, serve e conviene abolire i ticket, con una vera e propria 'exit strategy'. Anche così - conclude - salviamo il diritto alla salute".

 

fonte: censis

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