Cassazione, il fine terapeutico esclude la volontarietà delle lesioni

Redazione DottNet | 05/07/2014 15:30

Per la Corte di Cassazione in tema di responsabilità medica la finalità terapeutica esclude la volontarietà delle lesioni, anche in assenza di consenso. Al limite si configura il reato di lesioni colpose.

Non è ipotizzabile il delitto di lesioni volontarie, gravi o gravissime, per il medico che sottoponga, anche con esito infausto, il paziente ad un intervento da lui non consentito qualora sia comunque riscontrabile una «finalità terapeutica» tale da ricondurre l'attività nella categoria degli «atti medici». Lo ha stabilito la III Sezione civile della Corte di Cassazione con sentenza 15239/2014, in un procedimento sulla responsabilità civile in ambito sanitario, ai fini della individuazione del termine prescrizionale per l'esercizio dell'azione risarcitoria.

Il caso - Il caso riguardava un intervento chirurgico alla testa praticato su di un bambino di un anno che aveva condotto, secondo i ricorrenti, alla cecità del paziente. L'azione risarcitoria era stata però respinta in quanto il primo atto interuttivo della prescrizione era una raccomandata inviata alla struttura sanitaria 15 anni dopo i fatti. Un simile lasso di tempo metteva fuori gioco qualsiasi azione eccetto quella per «lesioni gravissime», estensibile anche ai fini civili. Da qui l'indagine della Suprema corte sulla configurabilità o meno di una simile fattispecie.
Il collegio ambrosiano, nel respingere l'Appello, aveva posto in evidenza come la liceità dell'attività chirurgica, sia pure fondata sul principio del consenso informato, escluda che si possa raffigurare il delitto di lesioni dolose «per il solo fatto che l'intervento praticato dal medico chirurgo sia difforme da quello consentito dal paziente o, addirittura, in relazione ad esso il paziente abbia manifestato la propria contrarietà».

Il precedente - La Suprema corte dopo aver fatto un excursus sulle più recenti pronunce riporta un passaggio della sentenza 34521/2010 secondo cui «non risponde del delitto preterintenzionale il medico che sottoponga il paziente ad un trattamento non consentito - anche se abbia esito infausto e anche se l'intervento venga effettuato in violazione delle regole dell'arte medica - se comunque sia rinvenibile nella sua condotta una finalità terapeutica o comunque la terapia sia inquadrabile nella categoria degli atti medici» In questi casi, infatti, la condotta «non è diretta a ledere». Dunque, se l'agente cagiona la morte del paziente, «risponderà di omicidio colposo se l'evento è da ricondurre alla violazione di una regola cautelare» e di omicidio preterintenzionale soltanto «in mancanza di alcuna finalità terapeutica, per fini estranei alla tutela della salute del paziente; come quando provochi coscientemente un'inutile mutilazione o agisca per scopi estranei alla salute del paziente».

L'assenza di un animus nocendi - Nel caso di specie però non era stato dedotto un errore del chirurgo né tantomeno un «errore intenzionale». In altri termini «nessuno ha mai contestato che nell'operato del sanitario fosse comunque ravvisabile una «finalità terapeutica», per cui l'atto chirurgico compiuto era di sicuro «inquadrabile nella categoria degli atti medici».
Dunque, non essendo in discussione la configurabilità di una condotta intenzionalmente diretta a ledere, l'unica ipotesi di reato che si poteva profilare era quella delle lesioni colpose, fattispecie rispetto alla quale il termine prescrizionale era però decorso.

Il principio - Al termine della decisione la Cassazione ha enunciato il seguente principio di diritto: «In tema di responsabilità civile da trattamento sanitario ed ai fini dell'individuazione del termine prescrizionale per l'esercizio dell'azione risarcitoria, non è ipotizzabile il delitto di lesioni volontarie gravi o gravissime nei confronti del medico che sottoponga il paziente ad un trattamento da questo non consentito (anche se abbia esito infausto e anche se l'intervento venga effettuato in violazione delle regole dell'arte medica), se comunque sia rinvenibile nella sua condotta professionale una finalità terapeutica o comunque la terapia sia inquadrabile nella categoria degli atti medici. In questi casi, infatti, la condotta non è diretta a ledere e, se l'agente cagiona lesioni al paziente, è al più ipotizzabile il delitto di lesioni colpose se l'evento è da ricondurre alla violazione di una regola cautelare».

 

fonte: sole24ore