Dall'Espresso: Obiettivo VIRUS KILLER

Redazione DottNet | 28/11/2008 08:36

epatite oncologia tumori virus

Testardo è testardo Harald zur Hausen. Tanto da insistere su una ricerca a cui nessuno credeva, in solitudine, per anni e anni. Fino al Premio Nobel, che rivecerà dalle mani del re di Svezia il 10 dicembre prossimo. Perché oggi nessuno dubita più che il virus a cui zur Hausen è stato alle calcagna per tutta la vita è la causa del tumore della cervice uterina, e quindi della morte di milioni di donne nel mondo. Avere identificato il papilloma virus (Hpv), che si trasmette per via sessuale, e averne svelato i meccanismi d'azione ha portato alla formulazione di un vaccino.

 Oggi, tutte le regioni italiane garantiscono la vaccinazione gratuita alle ragazze nell'undicesimo anno di età, e alcune hanno anche deciso di offrirlo alle giovani donne fino ai 26 anni a un prezzo calmierato. Non è soltanto la storia a lieto fine dell'Hpv e del suo vaccino a fare del lavoro di zur Hausen un lavoro da Nobel. Perché la sua scoperta è la prima pietra miliare in una strada del tutto nuova nella guerra al cancro, quella che porta in primo piano il legame tra il grande male e i virus, e le infezioni.

Oggi, lo scienziato settanduenne è direttore scientifico del Centro di ricerche tedesco sul cancro di Heidelberg. Gli abbiamno parlato mentre preparava le valigie per Stoccolma.

Professore, partiamo dalla sua scoperta. In che modo il papilloma virus modifica le cellule? Perché, pur essendo diffuso in altre parti dell'organismo, è così fortemente collegato al cancro solo nel caso della cervice?

"Perché qui trova un ambiente favorevole: gli estrogeni promuovono l'azione dei suoi geni. In altre parti dell'organismo umano, per esempio nel tratto orale, dove pure si trova in quantità, esso è silente perché si è adattato all'ambiente. Questi virus rimangono a lungo silenti nel genoma cellulare perché la loro attività è controllata e limitata da alcuni meccanismi cellulari. Poi però, a causa di mutazioni genetiche o di fattori esterni di tipo chimico o fisico, questo equilibrio può rompersi e l'attività del virus non ha più freni e si forma il tumore. In media questo accade nel giro di 15-25 anni".

Quindi, una volta che il virus ha infettato le cellule, lo sviluppo del tumore al collo dell'utero è solo una questione di tempo? Eppure non tutte le donne che hanno contratto il virus sviluppano il cancro.

"Non è solo una questione di tempo, ma anche del modo in cui le donne interagiscono con l'infezione. Come ho detto, ci sono comportamenti che favoriscono le modificazioni cellulari e che quindi aumentano la probabilità che le cellule non riescano più a tenere a bada il virus. È vero che solo l'1 per cento delle donne infettate sviluppa il tumore, mentre il restante 99 riesce ad arginarlo, spesso dopo aver curato i condilomi, le lesioni pre-maligne".

Come è arrivato a isolare il virus?

"Durante i miei studi universitari mi imbattei in quel fenomeno che permette al genoma di uno specifico batteriofago di entrare nel patrimonio genetico delle cellule batteriche e di modificarne così le caratteristiche. Pensai allora che anche il cancro potesse seguire uno sviluppo analogo, cioè che il genoma di un virus potesse entrare nelle cellule cancerose o nelle cellule sane che poi avrebbe modificato. E cercai di studiare questo fenomeno. Analizzammo allora il virus dell'herpes simplex, ma dalle nostre analisi genetiche su centinaia di cellule tumorali non risultava che questo virus fosse coinvolto nella genesi tumorale. Questa fu una grande frustrazione, ma allo stesso tempo mi diede modo di approfondire condilomi e cicatrici che il papilloma virus può creare sulle pareti dell'utero. Fu però soltanto nel biennio 1983-84 che riuscimmo a individuare l'Hpv16, il più presente nelle cellule cancerose".

Oggi il vaccino è una realtà, pensa che sia uno strumento di prevenzione adeguato? Costa molto, soprattutto se paragonato al Pap test fino a oggi utilizzato con successo per la prevenzione di questo tumore.

"È vero che il prezzo di un singolo Pap test è notevolmente inferiore a quello per la vaccinazione. Ma se consideriamo da una parte che il Pap test scopre le lesioni pre-maligne che poi devono essere trattate clinicamente, che queste lesioni possono causare aborti o parti pretermine, e valutiamo i costi per la sanità che ne conseguono; e dall'altra, invece, consideriamo che il vaccino non consente che queste si formino, sul lungo periodo penso che la vaccinazione sia conveniente. Grazie al vaccino le donne sono coperte per il 70-80 per cento contro i condilomi, e infatti devono continuare a fare il Pap test per raggiungere la copertura totale. Non di meno rimango fortemente convinto che il prezzo della vaccinazione sia troppo alto, soprattutto per i paesi in via di sviluppo".

Dove non hanno solo il problema del prezzo.

"Sicuramente no. Le popolazioni devono essere educate alla tutela della salute, c'è bisogno di formare i medici, gli insegnanti e tutto il personale sanitario sulla necessità della vaccinazione. Ho lavorato a Nairobi, in Kenya, e ho potuto vedere come il tumore alla cervice sia una emergenza sanitaria in quei paesi. Altrettanto importante per rendere il vaccino accessibile nei paesi poveri è migliorarne la formulazione: nel nostro istituto stiamo cercando di sviluppare un vaccino che non ha bisogno della catena del freddo per essere conservato e che si può inalare".

Eppure per decenni lo studio dei virus che causano il cancro non è stato considerato di primaria importanza, come mai?

"È una questione di tempo. Oggi possiamo dimostrare, perché conosciamo l'agente, che il 20 per cento dei tumori è causato da un'infezione. E sappiamo che si tratta di una percentuale destinata ad aumentare. Io spero rapidamente, perché, come ci insegna il caso dei virus dell'epatite B o del papilloma, se conosciamo il legame possiamo realizzare strumenti efficaci di prevenzione".

Sapere che alla base dello sviluppo di un tumore c'è un'infezione può indirizzare in maniera diversa anche la terapia?

"Sicuramente. Il riconoscimento di questi agenti può portare a una rivoluzione totale nella disgnosi, nella prevenzione e nella cura dei tumori. Un caso importante è quello dell'helicobacter pylori e del tumore allo stomaco, l'identificazione di questo agente ha permesso di curarne l'infezione e di prevenire il cancro. Molti poi sono i gruppi di studio che stanno lavorando sui virus dell'epatite B e C per sviluppare delle chemioterapie mirate per questo tipo di infezioni".

Sul 'Journal of Clinical Oncology' è stato pubblicato uno studio che lega la presenza del virus dell'epatite B al cancro al pancreas, che ne pensa?

"Quello che sappiamo è che il 60 per cento dei casi di tumore al fegato è collegato a questo virus. I risultati sul pancreas penso che abbiano bisogno di essere approfonditi. D'altronde i virus dell'epatite sono fra i più studiati: ci sono molte ricerche, soprattutto italiane, che per esempio legano quello dell'epatite C all'insorgenza di linfomi".

Lei però ha sostenuto che per linfomi e leucemie, l'esposizione a virus potrebbe essere un fattore protettivo.

"La mia teoria è che un'esposizione ripetuta a infezioni durante i primi anni di vita fornisca una protezione contro lo sviluppo di linfomi. Nel caso della leucemia pensiamo che la produzione di interferone in risposta alle infiammazioni porti alla riduzione di un agente, non ancora identificato, la cui presenza in eccesso è legata allo sviluppo della malattia. Ma si tratta di una ipotesi che dobbiamo ancora dimostrare. Al momento sappiamo che una quota fra il 6-8 per cento dei linfomi e delle leucemie è causato da un virus".

Pensa che lo studio dei legami fra virus e cancro porterà altre sorprese?

"Sono convinto che verranno alla luce molti più legami fra virus e cancro. Anche di tipo indiretto, come avviene nel caso dell'Hiv che, inducendo immunosoppressione, permette al tumore di Kaposi di svilupparsi. L'Hiv non è la causa, ma senza di esso il cancro non si sarebbe prodotto. Ecco, su questa strada possiamo trovare molte altre connessioni".