Cassazione, anche il medico va multato se parla al cellulare in auto

Professione | Redazione DottNet | 10/10/2014 16:13

Un medico padovano era stata contattata al cellulare mentre era in auto e, constatando che si trattava di un ca so grave, aveva risposto alla chiamata mentre era al volante. Tuttavia i vigili l'anno fermata e multata. Ora arriva anche la conferma dalla Corte di Cassazione con la sentenza 21266: la dottoressa dovrà pagare la contravvenzione che a suo tempo aveva contestato.

Neanche le "urgenze" scusano l'utilizzo del cellulare al volante. La linea dura della Cassazione con la sentenza 21266 (clicca qui per leggere il documento completo) arriva con la convalida di una multa inflitta ad una dottoressa di Padova per avere usato, alla guida, un telefonino non dotato di auricolare. A nulla è servito alla professionista, specializzanda in medicina cardiovascolare, chiedere l'esimente dello «stato di necessità» in quanto nell'occasione - è stata la tesi difensiva - avrebbe ricevuto una telefonata urgentissima dal diretto superiore che la contattava per ricevere informazioni su una paziente in pericolo di vita.

La fase di merito - Già il Tribunale di Padova, nel maggio 2011, aveva ritenuto legittima la multa. Inutile il ricorso del medico che, in Cassazione, ha invocato l'aver agito per «adempimento di un dovere». La Sesta sezione civile ha bocciato la tesi difensiva e ha osservato che «il giudice di merito, nel ritenere insussistente l'esimente riconducibile allo stato di necessità prospettato, ha adottato una motivazione assolutamente logica», osservando che il medico «non poteva conoscere il contenuto delle richieste che le sarebbero pervenute dal suo superiore e che ove fosse stata a conoscenza della possibilità di ricevere telefonate relative a pazienti gravi, avrebbe dovuto predisporre le condizioni per rispondere con auricolare ovvero viva voce».

L a motivazione della Corte - I giudici di Piazza Cavour hanno sottolineato che lo «stato di necessità» può essere invocato solo in caso di «effettiva situazione di pericolo imminente di danno grave alla persona, non altrimenti evitabile, ovvero l'avere agito in esecuzione di un ordine non macroscopicamente illegittimo, nonché l'erronea persuasione di trovarsi in tali situazioni, persuasione provocata da circostanze oggettive». Nel caso in questione, hanno concluso gli 'ermellini', non c'era né "esimente reale" né "putativa".

 

la sentenza della Corte di Cassazione
 


 

Fonte: sole24ore

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