Patto sulla salute mortifica il futuro dei giovani medici

Professione | Martino Massimiliano Trapani | 17/11/2014 12:51

È ormai prossima la definizione della bozza del DDL delega del 5 novembre 2014 su gestione e sviluppo delle risorse umane, esitata dal Tavolo politico previsto dall’art. 22 del Patto per la Salute, che prevede degli stravolgimenti in tema di formazione post lauream dei medici.

Secondo quanto previsto dal predetto DDL, i medici potrebbero accedere al SSN anche in assenza del diploma di specializzazione (immaginiamo a seguito di un pubblico concorso), sotto un inquadramento strutturale non dirigenziale, con un trattamento equiparabile a quello del Comparto Sanitario (dunque i medici sarebbero parificati al personale infermieristico), ma esposto alla responsabilità professionale di un medico, e con la possibilità per solo una parte di questi di entrare in soprannumero, al termine di un non meglio definito periodo di prova, in una scuola di specializzazione di area sanitaria. A fronte dell’istituzione ed inserimento di tali nuove figure professionali (neanche lontanamente paragonabili agli attuali specializzandi), però, sarebbe contestualmente prevista la soppressione dalle dotazioni degli organici di un numero di posti equivalenti nel piano finanziario.

Cari Colleghi,

neanche il tempo di smaltire gli effetti acuti della imperdonabile inversione delle domande del concorso nazionale per l’accesso alle scuole di specializzazione, che giungono ulteriori notizie allarmanti in merito al futuro dei giovani medici Italiani, ed in particolare per le prospettive di quanti in atto aspirano ad accedere alla formazione post lauream e, successivamente, al mondo del lavoro. Infatti, è ormai prossima la definizione della bozza del DDL delega del 5 novembre 2014 su gestione e sviluppo delle risorse umane, esitata dal Tavolo politico previsto dall’art. 22 del Patto per la Salute, che prevede degli stravolgimenti in tema di formazione post lauream dei medici (LEGGI QUI). Secondo quanto previsto dal predetto DDL, i medici potrebbero accedere al SSN anche in assenza del diploma di specializzazione (immaginiamo a seguito di un pubblico concorso), sotto un inquadramento strutturale non dirigenziale, con un trattamento equiparabile a quello del Comparto Sanitario (dunque i medici sarebbero parificati al personale infermieristico), ma esposto alla responsabilità professionale di un medico, e con la possibilità per solo una parte di questi di entrare in soprannumero, al termine di un non meglio definito periodo di prova, in una scuola di specializzazione di area sanitaria. A fronte dell’istituzione ed inserimento di tali nuove figure professionali (neanche lontanamente paragonabili agli attuali specializzandi), però, sarebbe contestualmente prevista la soppressione dalle dotazioni degli organici di un numero di posti equivalenti nel piano finanziario.

L’Associazione Italiana Giovani Medici (SIGM) da sempre sostiene il diritto alla formazione dei giovani medici ed in particolare il diritto ad una formazione di qualità, quale si conviene a chi è chiamato a tutelare con la propria opera professionale la salute dei cittadini. In tal senso, utile ed opportuna appare l’integrazione delle migliori esperienze ed eccellenze che possano esprimere tutti gli ambiti della sanità, creando una piena osmosi tra Università e SSN (Ospedale e Territorio). Per tali ragioni non intende guardare con dei preconcetti a tale proposta, ma non può non rilevarne alcune importanti criticità.

1) Il DDL, così come formulato, sembra prevedere l’impiego di personale medico a basso costo, sotto pagato, a rapido turn over, malformato presso strutture periferiche dei vari Servizi Sanitari Regionali, con limitate possibilità rispetto al passato di stabilizzazione a causa del restringimento delle piante organiche. Di tali restrizioni ne soffrirebbero in particolare gli attuali laureati abilitati e studenti in medicina, che si vedrebbero limitate nel tempo le possibilità di assunzione.

2) Tanto la formazione quanto la Professione medica subirebbe un declassamento, piegandosi, di fatto, alle esigenze delle Regioni e dei rispettivi Servizi Sanitari Regionali, che inquadrerebbero i medici "in categoria non dirigenziale nell’ambito dei rispettivi contratti di area III e IV, i cui livelli retributivi siano equivalenti a quelli previsti per la categoria DS del comparto", rinunciando a formare in maniera adeguata professionalità utili a rendere il sistema competitivo, per di più in un'ottica di assistenza e mobilità professionale transfrontaliera, che vedrà professionisti formati in altri Paesi quali potenziali competitori dei medici Italiani, tanto all’estero quanto nel territorio nazionale. Infatti, la maggior parte delle assunzioni sembrerebbero essere destinate ad ospedali periferici (che spesso andrebbero riconvertiti o addirittura chiusi) dotati di una casistica clinica insufficiente e carenti di strutture e risorse umane (tutor) a formare uno specialista degno di tale nome. Inoltre, i formandi dalla periferia dovrebbero muoversi di volta in volta per raggiungere le sedi Universitarie, per lo più situate nei grandi centri, al fine di seguire le lezioni frontali, con disagi non indifferenti. Ed il giovane medico si porterebbe appresso per tutta la vita professionale le lacune formative, non potendo acquisire quindi le competenze per aspirare a ruoli più importanti in strutture più prestigiose (sarebbe quindi destinato a vivere la Professione in “periferia”). 

NB: dopo ulteriore approfondimento, ci risulta che i citati ruoli non dirigenziali non sarebbero soltanto riservati ai medici laureati abilitati, ma sarebbero bensì aperti anche ai già titolari di diploma di specializzazione, a riprova delle scelte a ribasso che le Regioni vorrebbero imporre sulle spalle delle giovani generazioni di medici.

3) Non sono chiare le modalità di ammissione in soprannumero alle scuole di specializzazione, che sarebbero adottate  in assenza di alcun criterio di programmazione e di una metodologia scientificamente fondata per definire i fabbisogni di medici (basti guardare all’attuale programmazione dei fabbisogni esitata dalle singole Regioni, che seguono la logica del dato storico, ovvero tanti medici si pensionano tanti ne prevedono di assumere, mentre servirebbero più medici, e di profili specialistici differenti rispetto al passato, nel territorio e non negli ospedali).

4) Si verrebbero a creare due percorsi paralleli di specializzazione (quello classico e questo alternativo), rispetto ai quali non è chiaro se vi saranno pari opportunità di accesso ai ruoli dirigenziali del SSN, con il configurarsi di una conflittualità più o meno latente tra medici di serie A e di serie B (solo una parte degli assunti nel SSR potranno infatti accedere in sovrannumero alle scuole di specializzazione). 

Inoltre, è lecito chiedersi cosa accadrebbe a quei medici che non potranno accedere alle scuole di specializzazione in sovrannumero (rimarranno a vita confinati nel limbo?).

 

5) Tanto il sistema di selezione per l’assunzione nel SSR, quanto le modalità di accesso alle scuole in sovrannumero, che verrebbe regolamentato da appositi Protocolli tra Università e SSR, potrebbe portare al rischio di un ritorno del sistema clientelare del passato. Come è noto, infatti, la politica regionale si alimenta dei voti della sanità e l’ampia discrezionalità nella scelta da parte dei Direttori Generali dei responsabili di struttura semplice o complessa, ad esempio, è addirittura scritto nero su bianco nella normativa di riferimento.

6) Il ricorso alla “negoziazione” anche per la gestione di profili professionali non specializzati porterebbe alla sindacalizzazione di questi ruoli (non a caso tra i principali promotori e sostenitori di questa riforma si annoverano i sindacati). Ed i giovani medici hanno già coscienza dei risultati di siffatta impostazione, cui si ispira l’attuale sistema di formazione specifica di medicina generale, incardinato nei corsi regionali a gestione ordinistico-sindacale: formazione estremamente eterogenea e di qualità per nulla soddisfacente, retribuzione non degna di un medico in formazione (titolare di una borsa di studio pari a circa 800 euro mensili tassate), progressione di carriera fortemente condizionata da dinamiche sindacaliste. Non dimentichiamo, inoltre, per inciso, come anche le modalità di selezione per l’accesso ai corsi di formazione specifica di medicina a graduatoria nazionale, gestite dalle Regioni con Commissari nominati dagli Ordini dei Medici, versano sotto la spada di Damocle dei ricorsi.

7) Nel DDL non si trova traccia dell’applicazione della retribuzione delle attività professionalizzanti dei corsisti di medicina generale, prevista dall’Art. 1 della Legge Balduzzi, innovazione introdotta a seguito dell’azione di sensibilizzazione condotta dal S.I.G.M. in occasione della mobilitazione nazionale “Primavera dei Giovani Medici della Medicina Generale”, messa in campo il 15 maggio 2012, al fine di richiedere la contrattualizzazione dei medici corsisti di medicina generale, nonché il riconoscimento a questi ultimi di pari dignità rispetto ai medici specializzandi. Né si fa riferimento alcuno alla formazione specifica di medicina generale ovvero alla possibilità di evolvere l’attuale corso regionale in una Scuola di specializzazione in Medicina Generale e Cure Primarie con una rete formativa integrata a prevalente impronta territoriale.

8) Nella bozza di DDL non ci sono riferimenti espliciti alle possibilità e modalità di stabilizzazione degli attuali precari della sanità. Le aspettative di chi ha già un diploma di specializzazione o di medicina generale decono essere quelle di lavorare e non quelle di partecipare a delle selezioni per contendere con chi è neoabilitato un contratto di formazione o una borsa di studio.

Pertanto, in relazione alle criticità illustrate, l’Associazione Italiana Giovani Medici (SIGM), sentito il parere del Comitato Nazionale Aspiranti Specializzandi,

CHIEDE

- che le Regioni ed i Ministeri competenti (Salute, MEF e MIUR) modifichino la bozza del DDL 5 novembre 2014 in modo da 1) non determinare una contrazione delle piante organiche, il che precluderebbe agli attuali laureati in medicina di poter aspirare ad una stabilizzazione nel SSN ovvero all’accesso alla dirigenza medica; 2) stabilire che il personale medico non specializzato assunto non sia sostitutivo del personale strutturato; 3) le assunzioni siano effettuate prioritariamente, se non esclusivamente, negli ospedali e nelle strutture del territorio che documentino performance assistenziali uguali o superiori ai valori mediani della Regione di riferimento, in modo da garantire la possibilità per il medico abilitato di confrontarsi con una casistica clinica sufficientemente variegata e con standard adeguati ad addestrare un medico spendibile in ogni contesto clinico;

- che l’inserimento degli attuali specializzandi degli ultimi anni di corso, con finalità formative, nelle Aziende del SSN costituenti la rete formativa delle scuole di specializzazione,  nell’ultima fase del corso di specializzazione, “anche mediante la riformulazione dello schema di contratto di formazione specialistica”, non preveda la sostituibilità da parte dello specializzando del personale sanitario strutturato e non limiti quindi le potenzialità di sbocchi lavorativi per i giovani nel SSN;

- che vengano create delle reti formative integrate tra Università e strutture del SSN (ospedaliere e territoriali), definite sulla base di indicatori di performance assistenziali, in modo da selezionare i contesti più idonei a garantire una adeguata e qualitativamente fondata formazione e professionalizzazione dei giovani medici;

- che venga riconosciuta la titolarità della docenza a contratto ai medici del SSN che documentino competenze e capacità curriculari adeguate ai fini della formazione medica;

- che, in alternativa a quanto previsto dalla bozza del DDL 5 novembre 2014, le Regioni intervengano rimuovendo sprechi, ovvero ogni forma di inappropriatezza in sanità, nonché clientele e rendite di posizione, per reinvestirle da subito nella formazione post lauream di medicina, finanziando contratti di formazione sia per le scuole di specializzazione che per i corsisti di medicina generale, in modo da poter ridurre il gap tra numero di laureati in medicina ed accessi al post lauream, a partire dai concorrenti danneggiati dalla pessima gestione delle selezioni nazionali per l’accesso alle scuole di specializzazione e delle selezioni regionali per l’accesso alla formazione specifica di medicina generale;

- che venga effettuata una adeguata programmazione dei fabbisogni di professionalità mediche, generaliste e specialistiche, che sia funzione del dato epidemiologico e del bisogno di salute espresso dalla popolazione, che si fondi su una metodologia scientificamente rigorosa, e che si proceda ad una pianificazione della forza lavoro sanitaria, in modo da creare un equilibrato continuum tra numero di accessi ai corsi di laurea in medicina e numero di contratti per l’accesso alla formazione post lauream, al pari, ad esempio, di quanto avviene in Francia;

- che si provveda alla immediata riduzione degli accessi ai corsi di laurea in medicina e chirurgia in modo da compensare gli effetti degli ingressi in sovrannumero ascrivibili alle note sentenze dei TAR;

- che la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri (FNOMCeO), il cui Presidente, a mezzo di una lettera recentemente indirizzata al Presidente del Consiglio, nella quale richiedeva di “reingegnerizzare un sistema che sia idoneo a garantire a tutti i giovani che si laureano in Medicina e chirurgia non un lavoro certo ma quanto meno la possibilità di competere per un lavoro agendo o sul braccio formativo o sulle regole di accesso al lavoro o molto meglio su entrambi”, si pronunci in merito al testo del DDL 5 novembre 2014 che, così come formulato, mortifica la Professione Medica.

- che si dia piena applicazione all’Art. 1 della Legge Balduzzi, relativo alla retribuzione delle attività professionalizzanti dei corsisti di medicina generale, quale step intermedio verso l’attivazione di una Scuola di specializzazione in Medicina Generale e Cure Primarie, incardinata in una rete formativa integrata a prevalente impronta territoriale, secondo i modelli in uso in tutta Europa.

- che il Ministero della Salute ed il MEF definiscano il nuovo testo del DPCM “salvaprecari che in Sanità appare indispensabile per ridare dignità ai medici precari del SSN con contratti a tempo determinato che, tutti i giorni, garantiscono la Buona Sanità su tutto il territorio nazionale. Inoltre, non si può prescindere da un’attenta riflessione finalizzata alla rimodulazione delle modalità di selezione per l’accesso alla dirigenza medica del SSN e per l’assegnazione degli incarichi nel convenzionamento col SSN (cure primarie e specialistica ambulatoriale), che, in una sanità fortemente condizionata dalla politica e dal sindacalismo, impongono l’adozione di criteri di trasparenza e meritocrazia. Si valuti a tal fine l’adozione di concorsi e graduatorie su base regionale per tutti i comparti della sanità, superando al contempo la logica del “cucire addosso” strutture e funzioni.

Diciamo pertanto no, pertanto, a scelte regressive ed al ribasso ed a politiche gerontocratiche (che scaricano sulle giovani generazioni il carico delle cattive gestioni del passato), e chiediamo politiche coraggiose ed innovative, che garantiscano ai giovani medici prospettive professionali pari a quelle dei colleghi Europei.  La formazione dei medici, ed in particolare una formazione con adeguati standard di qualità, rappresenta per definizione un asset strategico per il SSN, nella misura in cui medici adeguatamente formati ed addestrati, se posti in un contesto organizzativo virtuoso, possono garantire un ottimale soddisfacimento del bisogno di salute espresso dalla popolazione, in ciò permettendo di guadagnare salute e quindi risparmiare risorse preziose che possono e debbono essere reinvestite nelle giovani generazioni.

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