Cassazione, il medico generale non ha il diritto di curare

Redazione DottNet | 04/12/2008 21:45

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''Non è attribuibile al medico un generale diritto di curare, a fronte del quale non avrebbe alcun rilievo la volontà dell'ammalato, che si troverebbe in una posizione di soggezione su cui il medico potrebbe ad libitum intervenire, con il solo limite della propria coscienza''.

Lo ribadisce la IV Sezione penale della Cassazione nel confermare la condanna della Corte d'Appello di Torino nei confronti di un medico della provincia di Novara condannato per lesioni colpose su un paziente rimasto con una gamba inferma dopo l'intervento alla colonna vertebrale. Il paziente aveva citato il medico davanti al tribunale di Novara nel 2007 perchè nel firmare il 'consenso informato' prima dell'operazione non gli erano state prospettate le complicazioni dell'intervento alla colonna vertebrale nè la possibilità di tecniche di operazione alternative. La Cassazione nel rigettare il ricorso del medico, condannato a 200 euro di multa ha spiegato, nella sentenza n. 45126, che: ''Il consenso informato ha come contenuto concreto la facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale''. In questo caso era stato appurato che il contenuto del consenso informato era carente. Il medico, quindi, non aveva rispettato ''la libertà morale del soggetto alla sua autodeterminazione nonchè alla sua libertà fisica intesa come diritto a rispetto della propria integrità corporea''. Di conseguenza, ribadiscono i giudici, al medico ''non è attribuibile un generale diritto di curare'' a fronte del quale la volontà dell'ammalato non avrebbe più alcun rilievo.