I medici sono la fetta più consistente dei contribuenti italiani

Redazione DottNet | 10/12/2014 21:31

Medici, odontoiatri, infermieri, veterinari e psicologi rappresentano la fetta più consistente dei contribuenti italiani con 457.446 unità. Intanto secondo il Cnel la sanità italiana è l'unico servizio pubblico che ha una qualità soddisfacente con costi inferiori alla media Ocse

Aumenta l'esercito dei professionisti in Italia: il numero degli iscritti alle 19 Casse di previdenza delle categorie è pari a un milione e 416.245, con una crescita del 15,67% rispetto al 2005, mentre i pensionati attivi sono 51.722. Lo si legge nel quarto Report sulla previdenza privata elaborato dal Centro studi dell'Adepp, l'Associazione che riunisce gli istituti pensionistici dei professionisti (costituitisi grazie ai decreti legislativi 509/1994 e 103/1996), che verrà presentato oggi a Roma. La fetta più consistente dei contribuenti è costituita da chi opera nell'area sanitaria (medici e odontoiatri, infermieri, veterinari, psicologi): sono, infatti, 457.446.

 

E, con un distacco di oltre 100.000 unità, seguono i 355.958 tecnici (ingegneri, architetti, geologi, periti industriali, geometri, periti agrari, chimici, tecnologi alimentari, dottori agronomi e forestali), poi vi sono 181.849 esponenti del comparto giuridico (notai, avvocati) e 174.863 dell'area economico-sociale che comprende tanto i giornalisti, quanto gli spedizionieri doganali, nonché commercialisti, ragionieri e periti commerciali ed i consulenti del lavoro. In aumento poi la quota dei pensionati attivi, +2,38% nell'ultimo anno. ''Le recenti riforme che stanno gradualmente, ma costantemente incrementando l'importanza della componente contributiva personale nel computo della misura dei trattamenti pensionistici - rileva il Report - hanno incentivato la prosecuzione del versamento dei contributi anche dopo la pensione". Si assiste quindi a una escalation dal 2005 al 2013 del 39,66% con delle percentuali annue in salita che vanno da un minimo dell'1,65% nel 2005-2006 ad un massimo del 7,24% nel 2010-2011.

 

Costi alti e servizi a cittadini e imprese spesso inefficienti: la Relazione del Cnel al Parlamento e al Governo boccia la pubblica amministrazione sui livelli e la qualità dei servizi erogati salvando solo il servizio sanitario che ha costi medi pro capite inferiori alla media Ocse pur assicurando una speranza media di vita ai livelli più alti tra le economie sviluppate. Ma se sulla sanità il Cnel vede rosa (pur sottolineando le grandi differenze di servizio tra Nord e Sud) sugli altri servizi dell'amministrazione non può che registrare un flop generale a partire dalla situazione della giustizia.

 

L'Italia, spiega la Relazione, è in fondo alla graduatoria dei Paesi Ocse per la capacità del sistema di far rispettare le regole con equità, davanti solo a Grecia, Turchia e Messico. Per la conclusione di un processo civile ci vogliono in media 1.185 giorni in lievissimo miglioramento sui 1.210 giorni necessari in media nel 2013. ''Emerge in tutta evidenza - scrive il Cnel - l'enorme ritardo del sistema giudiziario italiano, le cui caratteristiche di onerosità e soprattutto di inefficienza contribuiscono sicuramente alla scarsa fiducia nello stesso''. Un piccolo segnale positivo arriva dai costi del processo scesi in media dal 29% al 23% del valore della causa. Ma la possibilità del nostro Paese di attrarre investimenti è scarsa non solo per l'incertezza sulle regole ma anche per il sistema fiscale che è oneroso per cittadini e imprese e impegnativo sul fronte dei tempi per gli adempimenti.

 

Secondo la graduatoria Doing business 2014 riportata nella Relazione l'Italia si colloca al 138esimo posto per prelievo fiscale e tempi necessari a pagare le imposte. Il nostro Paese è l'unico nell'Ue al di sopra sia della pressione tributaria media, sia del numero medio di ore richieste per gli adempimenti fiscali. Infine la performance della nostra amministrazione è insufficiente anche nel campo dell'istruzione con ''risultati inadeguati'' in termini di apprendimento e formazione delle professionalità necessarie alla società della conoscenza. Anche qui l'Italia spende per alunno più della media Ocse ma forma studenti con risultati in lettura e matematica inferiori alla media (anche qui con differenze significative a livello territoriale). Nel complesso rispetto al Pil il valore della spesa pubblica italiana in Istruzione, che rappresentava nel 2001 una quota pari al 4,1%, è scesa al 3,7% nel 2012 a fronte di una popolazione scolastica totale in lieve aumento. Nonostante gli sforzi resta una grande distanza tra il livello medio di istruzione della popolazione adulta italiana (15-64 anni) e quello medio Ue: nel 2013 la quota di popolazione con un titolo di scuola secondaria superiore era pari a 56,5% in Italia rispetto al 71,8% nell'Europa a 27 e 69,5% nell'Europa a 15 Paesi (81,9% in Germania).

 

 

Fonte: ansa, cnel.