Vaccino Hpv, paura di reazioni e pochi consigli dai medici

Redazione DottNet | 22/12/2014 19:58

Paura delle reazioni avverse, consigli e indicazioni dei medici discordanti e poca informazione: sono queste le barriere più frequenti che hanno ostacolato in Italia la diffusione tra preadolescenti e adolescenti del vaccino contro il papilloma virus umano (Hpv), responsabile del cancro del collo dell'utero.

E' questo uno dei dati che emerge dall'indagine condotta dal Centro nazionale di epidemiologia dell'Istituto superiore di sanità (Iss) nell'ambito del progetto Valore. In Italia dal 2007 la vaccinazione anti-Hpv, che consiste in tre iniezioni, viene offerta gratuitamente alle bambine di 11 anni. L'obiettivo stabilito dal Piano nazionale vaccinale prevedeva una copertura minima del 70%, e di aumentarla al 95% nel giro di tre anni. Ma nel 2012 è ancora ferma al 69%. Da qui la decisione di capire cosa ha frenato in questi anni la diffusione di questo vaccino. Nell'indagine sono stati analizzati 1.738 questionari compilati dalle famiglie che non hanno vaccinato le figlie, da cui è emerso che l'80% ha paura degli effetti avversi, il 76% non ha fiducia nel nuovo vaccino, il 65% ha ricevuto informazioni discordanti o scarse (54%) dagli operatori sanitari.

 

 

Le famiglie più informate sono quelle che vivono al Nord e Centro Italia, sono italiane, hanno un alto grado di istruzione, e la madre si sottopone regolarmente a esami di prevenzione del cancro del collo dell'utero. Anche se medici di base e ginecologi sono considerati una fonte affidabile di informazione rispettivamente dal 79% e 61%, vengono consultati solo nel 49% e 31% dei casi. Tra i genitori che hanno discusso col medico del vaccino, il 28% ha riferito di aver ricevuto consigli discordanti e il 31% la raccomandazione di fare il vaccino. Gli operatori sanitari devono quindi essere meglio formati per fornire informazioni chiare, comunicando in modo chiaro e trasparente sui pro e i contro del vaccino. La creazione di un network di sanità pubblica sulle vaccinazioni, conclude lo studio, permetterebbe la collaborazione tra servizi vaccinali e operatori sanitari del territorio.

 

 

Fonte: ansa

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