Pronto soccorso stremati: protestano i medici. Proposta Snami

Sanità pubblica | Redazione DottNet | 26/01/2015 12:01

Pronto Soccorso in 'codice rosso' e personale sanitario 'in barella', per via dell'estremo sovraffollamento. Dal Cardarelli di Napoli al Careggi di Firenze, dal San Carlo di Milano al Policlinico di Bari, gli ospedali principali di molte città italiane sono diventati oggi teatri di flash mob, all'insegna dello slogan #ProntoSoccorsoKo.

Protagonisti dell'iniziativa organizzata dalla Fp Cgil, sono medici, infermieri e operatori sanitari che chiedono di 'soccorrere' i reparti di Emergenza-Urgenza d'Italia, oberati da 65.000 accessi giornalieri, un terzo dei quali impropri. Fino a 17 ore di lavoro consecutive, anche notturne, alle prese con pazienti esasperati da ore di fila o in attesa per giorni su una barella prima di esser ricoverati. Da Nord a Sud Italia i problemi sono gli stessi. "Abbiamo turni spesso raddoppiati da 7 a 14 ore o, se notturni, anche fino a 17 ore, perché quando ci sono periodi di sovraffollamento, alla necessità di più personale si supplisce solo con straordinari", racconta Domenico Papalia infermiere del Pronto Soccorso del San Camillo di Roma. "Possono arrivare codici rossi anche dopo 15 ore di lavoro e, in quel caso, non è detto che si riesca ad assistere il paziente nel migliore dei modi".

 

Il risultato è una situazione di stress che arriva all'aggressione fisica. "Pochi giorni fa, mentre una collega stava dando informazioni, la porta del box si è aperta e una paziente esasperata dalla lunga attesa, l'ha aggredita con un pugno sul sopracciglio", ricorda Cristian Vender, infermiere. Stress che non risparmia autisti e barellieri delle ambulanze, che si trovano "a fare doppi turni con tutte le difficoltà che richiede mantenere la giusta concentrazione per guidare e assistere pazienti in pericolo di vita", racconta Sergio Bussone dipendente Ares 118. Uno dei problemi più annosi dell'area del trasporto di emergenza però è il blocco delle ambulanze, che nel Lazio, aggiunge, "ha accumulato nel 2014 ben 130.000 ore di fermo mezzi, in pratica un'ambulanza ferma per 20 anni consecutivi".

 

Spesso infatti le barelle vengono utilizzate per 'ricoverare' i pazienti che non trovano posto in reparto, e il mezzo non può ripartire. Conseguenza di un massiccio taglio ai posti letto passati in 12 anni da 4,7 ogni mille abitanti a 3,4, contro una media Ocse del 4,8. "I cittadini sono costretti a recarsi al Pronto Soccorso perché mancano altre risposte concrete sul territorio", spiega Massimo Cozza, segretario Fp Cgil Medici. Ma ci si va anche per risparmiare. "Il peso del ticket - aggiunge - è diventato insostenibile per larghe fasce della popolazione e il Pronto Soccorso è visto come un posto dove fare diversi esami, magari senza spendere nulla". Ma a pesare sono anche i tagli alle risorse, prosegue Cozza, "pari 31 miliardi di euro tra il 2011 e il 2015" e "una riduzione di personale di 23.500 operatori negli ultimi anni. Questo significa un aggravio di lavoro, per di più a carico di persone che, a causa del blocco del turn over, hanno un'età media sempre più alta".

 

Basta con i tentativi puerili e incompetenti di trovare scusanti fuori luogo addossando le colpe al territorio. Anche perché non è vero che le future e ipotetiche case della salute, aggregazioni nel territorio e ospedali di comunità “snelliranno” gli accessi ai pronto soccorso. È questo il commento dello Snami al problema del caos nei Pronto Soccorso che soprattutto in questo periodo di epidemia influenzale sta rendendo ancora più critica la situazione.
 

“Tagli e ridimensionamenti di posti letto e personale in un contesto sotto la media europea per i finanziamenti destinati alla sanità – ha sottolineato in una nota Angelo Testa, presidente nazionale dello Snami – hanno portato i pronto soccorso a precipitare in un girone dantesco infernale, emblema di una ‘grave malattia dell’indecenza’ nonostante l’impegno quotidiano e sovraumano degli operatori sanitari e degli infermieri che vi lavorano, spesso costretti a turni massacranti. Anche per questo l'Italia è stata deferita alla Corte Europea di Giustizia per l'assenza di una normativa sull'orario di lavoro per i medici, che dovrebbe prevedere un massimo di 48 ore settimanali e riposi giornalieri di 11 ore”.

 
Per lo Snami meglio pensare a potenziare le residenze sanitarie assistenziali, che “potrebbero ospitare per un periodo variabile da poche settimane a tempo indeterminato persone non autosufficienti che non possono essere assistite in casa e che necessitano di specifiche cure mediche erogabili nel territorio, decongestionando così gli ospedali che potrebbero dimettere precocemente”.  Viceversa, continua la nota dello Snami, non è detto che come è dimostrato in parecchie esperienze, le future ed ipotetiche case della salute, aggregazioni nel territorio e ospedali di comunità “snelliranno” gli accessi ai pronto soccorso. “Allora soluzioni pratiche – ha concluso Testa – e non messaggi governativi ottimistici sulla nostra sanità per tranquillizzare i cittadini, ma che servono a prender tempo e non risolvono di certo i problemi reali”.

 

fonte: ansa

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