Scontro sulle liberalizzazioni: nuove farmacie e controlli sui medici

Redazione DottNet | 06/02/2015 21:40

La polemica sul decreto liberalizzazioni non accenna a placarsi. In prima linea contro le nuove norme ci sono le farmacie che potrebbero vedere l'apertura di altri esercizi,, anche di diverse migliaia. E poi i farmaci di fasca C anche nella Gdo e in parafarmacie. "Cercheremo di arrivare ad una soluzione entro il Consiglio dei Ministri" che si occuperà del provvedimento sulle liberalizzazioni, previsto per il 20 febbraio. Lo ha detto il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, in merito alla misura allo studio del governo che prevede la possibilità di vendita dei medicinali di fascia C (a carico del cittadino) fuori dalle farmacie e nei supermercati, con presentazione di ricetta. Ma non mancano i provvedimenti anche per gli accreditamenti e la professione medica.

Ma vediamo innanzitutto le proposte in cantiere. Per quanto riguarda le farmacie, due sono al momento le ipotesi: una suggerita dall'Antitrust che indica la possibilità di intervenire sulla legge n. 475/1968 trasformando il numero massimo in numero minimo e dunque inserendo dopo le parole "una farmacia", la seguente "almeno". In sostanza sarà il Comune a decidere quante farmacie si possono aprire sul suo territorio, senza alcun limite massimo rispetto alla popolazione, fermo restando l’obbligo della presenza di una farmacia ogni 3.300 abitanti. L'altra opzione prevede invece l'abbassamento ulteriore della soglia di popolazione richiesta per l'apertura delle farmacie, passando dagli attuali 3.300 abitanti per farmacia  a 1.500 abitanti. In sostanza,con questi nuovi standard si potrebbero aprire più del doppio delle farmacie oggi esistenti. Inoltre, in  tutte i due i casi il ddl prevede l’eliminazione del limite di quattro licenze per le società di farmacisti inserito da Bersani con le sue “lenzuolate”, aprendo così la strada alle grandi catene di farmacie gestite dalle società. E anche per i farmaci di fascia C ci sono novità in arrivo: in questo caso ci sono due ipotesi. La prima prevede la possibilità per la Parafarmacie di vendere anche i farmaci di fascia C con ricetta, sia quelli branded che gli equivalenti. Nella seconda si prevede invece la liberalizzazione dei soli equivalenti appartenenti a questa categoria.

 

 

E qui si apre lo scontro: “Il ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi dice Lorenzin - si è riservato di ragionare in modo complessivo all'interno del governo e di fare un approfondimento”. “Questo - spiega - non è un tema corporativo ma un tema che riguarda una visione sistemica delle infrastrutture salute del Paese, ed io non lo affronto in termini protezionistici o conservativi ma con una visione più ampia". Dunque, rileva Lorenzin, "abbiamo presentato le nostre note tecniche contrarie e spero che potremo risolvere la questione in modo positivo per tutti". Il ministro ha quindi precisato di aver partecipato alla riunione al Ministero dello Sviluppo economico e di aver "condiviso molte delle misure fatte anche nel settore sanitario ma - ha chiarito - abbiamo espresso un parere contrario alle misure che riguardano la liberalizzazione dei farmaci di fascia C fuori dalle farmacie". "La nostra contrarietà - prosegue Lorenzin - è per motivi sanitari ed in relazione alla sicurezza dei pazienti, anche perché con l'acquisto nei supermercati potrebbe aumentare l'abuso di farmaci, già segnalato nell'ultimo rapporto dell'Agenzia italiana del farmaco per quanto riguarda il settore degli psicofarmaci e oppioidi". Inoltre, aggiunge "c'è un motivo economico: negli anni abbiamo instaurato un metodo severo di tetti della spesa farmaceutica territoriale, che siamo riusciti a mantenere sotto controllo tramite le farmacie". Va poi detto, che "una misura di questo tipo provocherebbe anche la chiusura di molte farmacie italiane. Abbiamo più farmacie che caserme dei carabinieri e si tratta - ha concluso Lorenzin - di un'importante infrastruttura sanitaria del Paese".

 

 

"Se i farmaci di Fascia C usciranno dalle farmacie gli anziani saranno i primi a pagare le conseguenze della cosiddetta politica delle liberalizzazioni, con rischi gravissimi per la loro salute". Lo afferma FederAnziani che in una nota esprime il rifiuto categorico all'ipotesi di consentire la vendita dei farmaci di fascia C (a carico del cittadino) anche nelle parafarmacie o, con ricetta, nei supermercati. "La salute degli anziani sia affidata alle politiche di marketing di supermercati e discount, che pur di vendere non esiteranno a praticare ogni tipo di sconto e offerta promozionale del tipo 4X2 o 8x3", si legge in una nota. "Siamo convinti che se si andasse verso la liberalizzazione della vendita dei farmaci - spiega Roberto Messina, Presidente di FederAnziani - il mercato non farebbe che aumentare la pressione di marketing verso i soggetti più fragili, con la conseguenza che "ammaliati dalle offerte", tutti assumeremmo più farmaci, aumenterebbero le reazioni avverse, e di conseguenza i ricoveri con conseguenti decessi, ovviamente tutto a carico dello Stato''. "Ricordiamo al Governo che da recenti sondaggi risulta che le farmacie rappresentano un punto di riferimento nel territorio per l'88% della popolazione, - conclude il Presidente- sono dispensatrici di buoni consigli per la stessa percentuale di cittadini, e infine sono considerati un fondamentale supporto alla relazione medico-paziente dall'81% della popolazione".

 

 

"Come era ampiamente prevedibile la crociata di chi - mascherandosi dietro la parola bene comune - lavora da sempre esclusivamente nell'intento di preservare all'infinito i propri privilegi e' già cominciata. Non stupisce dunque l'attacco mediatico che il ministro della Salute Lorenzin, insieme ad autorevoli esponenti del Nuovocentrodestra, sta sferrando con l'annuncio dell'arrivo di un pacchetto di liberalizzazioni comprensivo dei farmaci, proprio ieri fatto dal ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi". Lo dichiara il presidente della federazione Nazionale parafarmacie italiane, Davide Gullotta. "Come da copione le lobby dei farmacisti stanno già intervenendo con ogni mezzo, anche non convenzionale, affinchè nulla muti", precisa Gullotta. Le dichiarazioni ''rilasciate in questi giorni da parte di alcuni politici oltre ad essere banalmente infondate e strumentali offendono un'intera categoria che lotta per il diritto di esercizio della professione.

 

 

Il problema - prosegue - e' uno solo e solo su questo piano accettiamo il confronto: e' inammissibile che ad oggi, così come accadeva nelle corporazioni medioevali, la professione di farmacista ancora si eredita di padre in figlio". Nelle parafarmacie, si ricorda infatti, vigono gli stessi requisiti di sicurezza e controllo per i farmaci previsti nelle farmacie, oltre al fatto che nelle parafarmacie lavorano farmacisti (abilitati e inscritti all'ordine professionale) molti dei quali in passato erano a loro volta dipendenti, direttori e in alcuni casi anche proprietari di Farmacia. "Con queste premesse bisogna leggere anche le recenti sentenze della Corte Costituzionale ed Europea che", conclude Gullotta, "non escludono affatto la vendibilita' della fascia c in parafarmacia ma rimandano la questione al legislatore italiano".

 

 

Ed ecco le altre proposte sulla materia: Per la sanità oltre alle farmacie, figurano nuove norme per l’accesso dei privati all’esercizio di attività sanitarie non convenzionate con il Ssn, si abbassa la soglia di differenza di prezzo per la rinegoziazione degli acquisti di beni e servizi. E poi nuove norme sull’accreditamento, con una stretta sulle verifiche che diventano biennali per garantire una maggiore rotazione degli accessi all’accreditamento. E ancora, accelerazione del rimborso Ssn per i nuovi farmaci generici e più trasparenza sulle attività e la qualità dei servizi sanitari regionali.
 
Sanità privata (non convenzionata con il Ssn): l’obiettivo è d’incrementare la libertà di accesso per le attività sanitarie non convenzionate con il Ssn. Le ipotesi contenute nella bozza sono due. La prima prevede per la realizzazione di strutture sanitarie private, l’abolizione della verifica di compatibilità che il Comune deve acquisire dalla Regione. In alternativa, la seconda ipotesi sul tavolo prevede che sia il Comune a rilasciare autorizzazioni e concessioni escludendo verifiche sui fabbisogni di servizi sanitari.
 
Prezzi di riferimento per i beni e servizi. Viene abbassata al 5% (oggi è il 20%) la soglia oltre la quale la differenza di prezzo per un bene sanitario rispetto a quelli di riferimento (compresi dispositivi medici e farmaci ospedalieri) può giustificare la rinegoziazione dei contratti di acquisto da parte delle Asl e in caso di mancato accordo la recessione dallo stesso.
 
Farmaci equivalenti. Viene abrogata la norma del decreto Balduzzi che prevede che in sede di revisione e aggiornamento del Prontuario farmaceutico nazionale, “i medicinali equivalenti, ai sensi di legge, ai medicinali di cui è in scadenza il brevetto o il certificato di protezione complementare non possono essere classificati come farmaci a carico del Servizio sanitario nazionale con decorrenza anteriore alla data di scadenza del brevetto o del certificato di protezione complementare, pubblicata dal Ministero dello sviluppo economico ai sensi delle vigenti disposizioni di legge”. In sostanza si accelera la rimborsabilità a carico del Ssn dei farmaci equivalenti.
 
Revisione accreditamenti. Ogni Regione dovrà, ogni due anni, verificare, in base agli obiettivi di Piano sanitario regionale, il numero e la dislocazione delle strutture accreditate. In caso di mancato o parziale raggiungimento dei livelli essenziali e uniformi di assistenza e al fine di razionalizzare la rete delle strutture accreditate, ogni Regione dovrà indire, almeno ogni due anni, una selezione per l'accreditamento istituzionale di operatori privati operanti da almeno due anni. In sostanza sembra si voglia “sbloccare” o comunque favorire maggiormente nuovi ingressi di privati sulla base di verifiche più puntuali e più vicine nel tempo del bacino di accreditati “storici”.
 
Open data. Le Regioni dovranno pubblicare sul proprio sito internet dei rapporti periodici che illustrino le attività mediche svolte e il livelli di qualità del servizio erogato, con particolare riferimento ai volumi di attività clinica, ai tempi di attesa per l'erogazione delle prestazioni, nonché alle competenze del personale medico, garantendo ai cittadini la massima fruizione dei relativi risultati informativi.

 

Fonte: QS, ansa