Nasce con la sindrome di Down: chiesto il risarcimento a due medici

Redazione DottNet | 16/03/2015 09:07

Nasce con la sindrome di Down e i genitori chiedono il risarcimento a due medici dell'Asl di Lucca. La vicenda risale al 2000 e, dopo anni di dibattimenti, adesso potrebbe arrivare la risposta definitiva dalle sezioni unite della Cassazione.

Due i medici citati in giudizio dalla famiglia della ragazza: l’ex primario della ginecologia all’ospedale San Francesco di Barga, il professor A. V. e il responsabile del laboratorio di analisi dell’Azienda sanitaria, A. S.. La richiesta di danni è stata inviata anche all'Asl. Ma quali sono le accuse della famiglia? I due medici non avrebbero disposto approfondimenti clinici nonostante il fatto che gli esami del sangue effettuati alla sedicesima settimana di gravidanza non avessero forniti valori rassicuranti. Per cui, sostengono i genitori della ragazza, se dall’approfondimento degli esami fosse stato chiaro il rischio di sindrome di Down, la madre e il padre avrebbero deciso di optare per l’interruzione di gravidanza, nonostante si trovassero al di là del limite dei 90 giorni previsto dalla legge 194. Un caso in cui avrebbero – dicono gli avvocati della famiglia - fatto valere la clausola che permette l’aborto anche oltre tale data in caso di un pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

 

 

Il tribunale di Lucca in primo grado e la corte di Appello in secondo grado, a Firenze, hanno rigettato il ricorso dei genitori, sostenendo in sostanza che la madre non aveva il diritto di decidere per l’aborto e che, comunque, non può essere presentata una domanda di risarcimento in nome e per conto per la bambina visto che è tutelato solamente il diritto alla nascita e non quello a nascere sano. I genitori della bambina, però, non si sono arresi e hanno deciso, con la tutela dell’avvocato viareggino Gianfrancesco Parenti, di presentare ricorso per Cassazione, portando la questione di fronte al giudice di merito. Dove hanno ottenuto una vittoria, anche se parziale: il sostituto procuratore generale della Cassazione Renato Finocchi Ghersi aveva chiesto o il rigetto nel merito (di fatto così chiudendo la vicenda nel senso deciso dalle prime due sentenze) oppure il rinvio alla sezioni unite. E il collegio della terza sezione civile ha deciso di imboccare proprio questa seconda strada, quella che si percorre quando c’è una forte divergenza di pronunce fra le varie sezioni semplici della Suprema corte.


 

Nella sentenza, depositata pochi giorni fa in cancelleria, i giudici hanno infatti preso conto di diversi orientamenti, su casi simili, da parte della stessa Corte di Cassazione. In particolare, uno dei punti più contesi è quello dell’“onere probatorio”, cioè la necessità - da parte della madre - di dimostrare che aver saputo di una possibilità concreta di malattia genetica avrebbe portato a un aborto. Un primo orientamento, più lontano nel tempo, ha più volte ribadito che è implicita nel fatto di venir a conoscenza di questa condizione del feto la conseguenza della possibilità di un aborto, sulla base del “pericolo per la salute fisica o psichica derivante dal trauma connesso all’acquisizione della notizia”. Un secondo orientamento, invece, sostiene che serve una preventiva “espressa e inequivoca dichiarazione della volontà di interrompere la gravidanza in caso di malattia genetica”.


 

Tuttavia la Cassazione appare divisa anche sulla questione della possibilità del bambino di chiedere - attraverso i genitori - il risarcimento dei danni. Ora di tutto questo dovrà decidere il primo presidente della Corte di Cassazione Giorgio Santacroce (nella foto), che, se lo ritiene giustificato, rimanderà il caso alle sezioni unite che cercheranno di dirimere un caso che ha portato alla luce tutta la delicatezza del diritto applicato alla vita concreta di genitori e bambini.


 


 

Fonte: il Tirreno