Da Il Sole24ore: nella testa del virus

Redazione DottNet | 13/12/2008 17:30

Lo ha annunciato subito dopo aver vinto il premio Nobel per la medicina 2008: «Tra 4-5 anni avremo il vaccino terapeutico per l'Aids», parola di Luc Montagnier, scopritore, nel 1983, del virus Hiv. E 25 anni dopo lo scienziato è ancora in prima linea per cercare di annientare definitivamente quello che ormai è il suo nemico dichiarato. Che conosce nel minimi dettagli, non solo da un punto di vista strutturale, ma si potrebbe anche dire sotto il profilo "psicologico".

Il virus, come tutti i parassiti, è infatti dotato di una notevole "astuzia", che ha finora boicottato il buon esito dei vaccini sperimentati. Ma Montagnier, intervenuto a Milano in un incontro promosso da Merrill Lynch global wealth management Italia, non ha alcuna intenzione di gettare la spugna su questo fronte e anzi è convinto di riuscire a circoscrivere il virus in maniera che non sia più capace di causare danni al sistema immunitario. E ne anticipa il funzionamento percorrendo i dati saleinti della ricerca sul virus.
«Oggi il meccanismo con cui il virus entra nella cellula è assolutamente noto – spiega lo scienziato –. Quello che ancora non si sa è come bloccarlo. In una fase iniziale della ricerca per il vaccino si pensava – forse un po' ingenuamente – che bastasse produrre un anticorpo per impedire l'entrata del virus nella cellula. Purtroppo non è così, perchè le parti della molecola che agganciano la cellula umana il virus le tiene nascoste, non le apre, di conseguenza l'anticorpo non lo riconosce e non riesce a bloccarne l'entrata». Questo viene ricordato come il primo grande fallimento della sperimentazione vaccinale. Dopodichè gli immunologi hanno ripiegato su un altro tipo di risposta contro il virus, utilizzando le cosiddette cellule citotossiche, che hanno sì la capacità di distruggere le cellule infette, ma ci impiegano troppo a entrare in funzione.
Ma la storia non finisce qui. E Montagnier propone una terza via: quella del vacino terapeutico, appunto. Anche se la terapia con antiretrovirali permette oggi ai pazienti di restare in vita, questi farmaci determinano una forte tossicità e dunque creano problemi a lungo termine; inoltre non sono in grado di eliminare il virus. «E questo è il motivo per cui dobbiamo considerare altre possibilità – sottolinea Montagnier – che sono poi l'oggetto del progetto che io e la mia èquipe stiamo portando avanti insieme ai colleghi americani di New York e agli italiani della Clinica di malattie infettive del San Raffaele di Milano».
Tutto nasce da una serie di evidenze importanti. La prima è di tipo pratico: per produrre un vaccino bisogna scegliere un frammento o subunità di virus da utilizzare per indurre anticorpi. Putroppo, le scelte possibili nel caso dell'Hiv sono praticamente infinite che è impensabile di testarle tutte negli uomini. «La nostra scelta strategica per ovviare a questa complessità – riprende Montagnier – nasce dall'osservazione che alcuni individui si infettano ma non sviluppano malattia e mantengono spontaneamente sotto controllo la replicazione del virus. Questi individui vengono chiamati élite, proprio perchè il loro sistema immunitario ha trovato il sistema giusto per bloccare il virus. La nostra speranza è che studiando questi individui si riesca a restringere la rosa di subunità virali da impiegare per la vaccinazione. E allo stesso tempo vedere per quale subunità questi individui sviluppano più anticorpi». L'obiettivo della ricerca, quindi, si traduce nell'autocontrollo dell'infezione Hiv attraverso la stimolazione del sistema immunitario del paziente, cosa in teoria possibile come dimostrano i pazienti elite.
Per far questo però, visto e considerato che il virus è estremamente mutabile, non dobbiamo utilizzare la proteina originale, perchè l'Hiv – da buon stratega – si è evoluto e mostra al nostro sistema immunitario la parte più variabile di sè, che si trova in superficie. Dobbiamo invece modificare la proteina superficiale tramite l'ingegneria genetica per esporre al sistema immunitario la parte più conservativa. A questo scopo abbiamo realizzato composto, un loop di 30 aminoacidi (loopv3) costituito da due parti, una delle quali non cambia. Ma il vaccini sarà sufficiente?
«L'idea è quella di vaccinare dopo aver ridotto la carica virale, altrimenti il sistema immunitario non è in grado di rispondere al vaccino. Quindi la prima parte consiste nel trattare il paziente per 6-9 mesi con terapia antiretrovirale, e poi somministrare il vaccino terapeutico.
Ma non è tutto. Montagnier è convinto che nell'Aids rivesta un ruolo importante anche lo stress ossidativo. «L'Hiv infetta alcune cellule e le uccide ma la maggior parte della morte delle cellule immunitarie è indiretta. Questi effetti sono dovuti al fatto che il virus stesso ha dei geni che causano immuno-soppressione. In più, il virus provoca un cambiamento biochimico importante nelle cellule che si verifica anche in altre condizioni patologiche: si tratta dello stress ossidativo. In un giovane sieropositivo vediamo che c'è lo stesso declino nella funzionalità del timo, analogo a quello che si ha nel processo d'invecchiamento. È come se l'Hiv accelerasse il naturale decadimento fisiologico, che compare in tarda età. Ecco perchè nel mio progetto è anche prevista una terapia con antiossidanti, al fine di circoscrivere il virus in una vera e propria riserva, dove non può esecitare i propri effetti. Il vero problema dell'Aids, infatti, è che c'è una sorta di "riserva virale" che è completamente insensibile al trattamento e che va arginata.
Nel futuro dello scienziato c'è anche un'altra grande sfida: quella di ridurre il numero di patologie croniche che lui definisce «un problema sociale collettivo, perchè la previdenza non potrà sempre intervenire nel progresso della medicina, che allungherà la distanza tra fine della vita attiva e la fine della vita stessa di 10-20 anni. Impossibile che la società riesca a sostenere questa situazione...». Ma ci dobbiamo aspettare anche una nuova "Aids"? «Non è impossibile, dobbiamo averne coscienza ed essere sempre molto vigili», conclude il premio Nobel.


Chi è Il medico, biologo e virologo francese Luc Montagnier, classe 1932, già cinquantenne viene chiamato dal dottor Willy Rozenbaum, medico dell'Hopital Bichat di Parigi, per risolvere una nuova, terribile sindrome che mieteva vittime soprattutto tra i gay e i tossicodipendenti. Era il 1982, e solo un anno dopo, attraverso una biopsia al linfonodo di uno dei pazienti di Rozenbaum, il gruppo di ricercatori guidato da Montagnier scoprì il virus Hiv, che gli è valso il Nobel. La sua ricerca non si ferma all'Aids: studia i meccanismi biochimici che portano al cancro e alle malattie degenerative.

25 anni di storia
1981 Tutto ha inizio il 5 giugno. Sulle pagine di «Morbidity and mortality weekly report», i Cdc di Atlanta segnalano un improvviso aumento nei giovani omosessuali di una forma di polmonite piuttosto rara e di un'altrettanto poco comune tipologia di cancro. La notizia passa un po' in sordina.
1983 La scoperta. Il virologo Luc Montagnier identifica il virus Hiv come il responsabile della malattia; l'anno successivo la scoperta è confermata anche dal virologo americano Robert Gallo. Nel 1985 viene approvato il primo test sugli anticorpi del virus per evitare il contagio da trasfusioni 1986 viene isolato in Africa Occidentale l'Hiv2.
1987 Si trova la cura. Negli Usa, viene approvata la prima terapia per l'Aids basata su azidotimidina (Azt), sostanza in grado di interferire con la replicazione del virus. L'anno dopo, a Londra, si costituisce il primo incontro mondiale del ministri della Salute sull'epidemia.
1996 Azione globale. le Nazioni Unite istituiscono il programma Unaids, mentre vengono divulgate le prime prove che la terapia anti-Aids (con gli inibitori delle proteasi "Haart" (Highly Active Anti-Retroviral Therapy) è efficace.
2008 Premio alla virologia. Il Nobel 2008 per la medicina è stato assegnato a Luc Montagnier e Francoise Barré-Sinoussi, per la scoperta del virus responsabile dell'Aids, ed a Harold zur Hausen per aver isolato l'Hpv (Human Papilloma Virus).
 

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