L'uso inutile della diagnostica aumenta il rischio di errore medico

Redazione DottNet | 12/05/2015 18:40

L'uso inutile e inappropriato degli esami diagnostici (tac, risonanza, ecografie, etc), determinato dall'assenza di un filtro organizzativo, ma anche dalla politica regionale di incremento senza controllo dell'offerta, determina un consistente aumento del rischio di errori sanitari.

E' quanto è emerso da una conferenza stampa, tenutasi a Roma, dei sindacati della dirigenza medica e sanitaria, i quali hanno denunciato le criticità più preoccupanti del sistema sanitario del Lazio, lamentando "la totale assenza di ascolto da parte della Regione". "La pressione che subisce il personale sanitario - ha detto Enrico Di Rosa, segretario del FASSID-SIMET (Sindacato Italiano Medici Territoriali) è stato sottoposto ad una diminuzione spaventosa dei fattori produttivi, cioè dell'organico, fino al 18% negli ultimi anni, lo espone ad uno stress strettamente correlato al lavoro che rischia di far sentire i suoi effetti sulla sicurezza delle cure". In questo contesto - è stato spiegato - viene colpito in particolare il settore della prevenzione, con aggravio del carico sulle strutture a valle della filiera diagnostico terapeutica.

 

 

"L'Italia è ai vertici del consumismo sanitario in tema di diagnostica per immagine - ha aggiunto Stefano Canitano, segretario regionale FASSID-SNR (Sindacato Nazionale Radiologi), al primo posto nel mondo per il numero di esami di risonanza magnetica pro-capite, 110/1.000 abitanti, seguita da gli USA (102.7/1.000) e Grecia (97.9/1.000). La Regione piuttosto che istituire una commissione per lo studio della organizzazione della diagnostica - ha detto ancora - organizza altra spesa inutile con una inefficace campagna di abbattimento delle liste di attesa fornendo altre migliaia di esami inappropriati e spesa inutile per 7 milioni di euro". Nel corso della conferenza stampa sono stati fortemente criticati altri aspetti della politica sanitaria regionale, fra i quali la tendenza al ricorso alle esternalizzazioni di essenziali settori dell'assistenza, l'accorpamento dei laboratori, per i quali - ha sottolineato Alessandra Di Tullio, segretario FASSID-Associazione Italiana Patologi Clinici - "l'illogicità della delocalizzazione, a discapito della qualità dell'offerta e un significativo sbilanciamento verso il privato accreditato, al quale non vengono richiesti standard adeguati per l'accreditamento".

 

 

 

Giuseppe Lavra della Confederazione Italiana dei Medici Ospedalieri, ha sottolineato dal canto suo la critica situazione dei posti letto che non possono "smaltire l'affollamento dei pronto soccorso, con il ricorso alle cliniche convenzionate e quindi ad altra spesa inappropriata, e al precariato del lavoro medico, altra piaga alla quale non viene messa mano. Domenico Carnì, segretario nazionale dei Medici Ospedalieri ha sottolineato il pericolo che le esternalizzazioni si estendano a tutto l'organico creando una condizione di insicurezza per i pazienti. Infine per Luisa Paese del sindacato dei Farmacisti Ospedalieri, "la farmaceutica è ridotta al lumicino nei nuovi atti aziendali con estrema difficoltà a rispondere ai bisogni dell'assistenza, così come per la psicologia clinica come ha sottolineato Giuseppe Inneo (Associazione Unitaria Psicologi Italiani) che a causa dei tagli lineari non è più in grado di fornire l'assistenza necessaria.

 

 

Fonte: dirigenza medica

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