Il corpo scomparso

Giuseppe Maso | 23/07/2015 10:27

«Ma perché - disse - le lacrime danno sollievo? Mi sembra che dovrebbero dare l’effetto contrario».

«Figlio mio, tutto è fisico in noi - disse il buon vecchio - e tutto ciò che gli dà sollievo, dà sollievo anche all’anima: siamo le macchine della Provvidenza». (Gordon all’ingenuo  - Voltaire- l’ingenuo)

L’organizzazione della medicina moderna, la divisione della cure in specialità e sottospecialità mediche, l'utilizzo trionfante della tecnologia e i programmi di formazione dei futuri medici nelle nostre università mi hanno indotto a chiedermi quale sia oggi il rapporto  che i medici hanno con il corpo dei pazienti. Mi sono reso subito conto che il tema è particolarmente interessante e la risposta al quesito non semplice in special modo per un medico di famiglia, quale io sono.

La mia professione infatti si basa soprattutto sulla continuità della cura e cioè su innumerevoli, continuativi, contatti (per lo più brevi) fra me  e i miei pazienti, e questi solo nella minoranza dei casi  sono contatti con il loro corpo. Per lo più sono incontri con “problemi” esposti dalle persone che si affidano a me per una soluzione.  Solo qualche volta questi problemi riguardano il corpo, anzi, il corpo viene frequentemente utilizzato per mandare messaggi  attraverso somatizzazioni che indicano difficoltà esistenziali, sociali, affettive, lavorative ecc.

Mi sono subito reso conto, appena ho cominciato a pensarci, di  quanto poco noi medici conosciamo e pensiamo al corpo nella sua interezza e come questa “entità” sia  in questi tempi così poco presa in considerazione.

Sembra un paradosso ma nell’esperienza formativa di un medico il corpo sembra non esistere. Il piano di studi per un futuro medico inizia con le scienze di base (chimica, fisica), con informatica, inglese ed economia e continua con biochimica, biologia molecolare, genetica medica e biologia cellulare. Il secondo anno di studi si caratterizza per istologia, embriologia, biofisica, fisiologia umana, neuroanatomia e patologia generale. Da qui in poi  fino alla fine del corso di laurea non si incontra mai una persona o un corpo ma si incontrano organi. Si studia il loro funzionamento, le loro malattie, le tecniche e i farmaci da utilizzare per curarli quando sono ammalati. Si possono incontrare sindromi mai persone. La somma di tutti gli organi non fa una persona e anche in medicina l’osservazione dei pezzi di un puzzle difficilmente può darci  l’idea dell’insieme.

Un insieme che non è qualcosa di definito ma rappresenta un’entità dinamica, in continuo cambiamento, inserita  a sua volta in un contesto di rapporti con l’ambiente, con la società, con le idee, con le credenze e con i sentimenti. In parole povere un corpo vivo. Raramente uno studente pensa ad un organo come ad un componente di un essere “che vive”. E proprio per questo il suo approccio futuro ad un paziente sarà di tipo organicistico e non “organismico”. Questo tipo di approccio sarà rinforzato dalla formazione specialistica e dalla organizzazione del sistema si erogazione delle cure basati sulla divisione di compiti (per organi) e sull’ospedale a sua volta diviso in reparti che sono, ancora, la metafora del corpo diviso per organi.

Non è da molti anni che, quando visito un paziente, guardo il suo corpo come un unicum. Anch’io sono nato specialista e sono stato formato alla valutazione e allo studio degli organi. A dire il vero non ho fatto il nefrologo (la mia prima specialità) perché mi ero reso conto che ormai osservavo il troppo piccolo, non vedevo una persona ma immaginavo il suo sistema di  filtrazione, ero alla metafisica del glomerulo. Ricordo il periodo in cui studiavo semeiotica medica e ricordo i vecchi maestri (generazione ormai scomparsa) che cercavano di insegnare un approccio globale al malato, un approccio che comportava un contatto fisico con il corpo del paziente, un modello di visita in cui i cinque sensi del medico venivano completamente coinvolti. Ma la tecnologia e la moltiplicazione delle cattedre hanno reso questo modello rapidamente superato e il corpo scomposto in  tanti corpi autonomi.

Tra il corpo del paziente e quello del medico si sono introdotti gli strumenti. Il corpo lo osserviamo attraverso immagini sofisticate prodotte da dispositivi a loro volta molto sofisticati e la maggior parte delle volte queste immagini, di nuovo, non sono dirette, sono prodotte attraverso rielaborazioni computerizzate di imput di natura la più varia. Gli strumenti ci forniscono dati che ci fanno immaginare funzioni, organi e sensazioni di benessere o malessere senza che sentiamo la necessità di toccare o vedere il corpo del paziente. Ormai, molto spesso, il paziente stesso pensa che una batteria di esami emato-chimici sia sufficiente  a definire il suo stato si salute e frequentemente si meraviglia se gli chiediamo di spogliarsi per farsi osservare e toccare. Ma un corpo virtuale come quello espresso da strumenti non ha nulla a che vedere con un corpo reale; il virtuale non si atteggia, non si esprime, non ha odore, non ha consistenza, non si difende, non ha pudore, non ha sensazioni e non porta con sé i segni del quotidiano. Da giovane medico curavo valori emato-chimici, poi organi, con il tempo ho imparato a curare persone. Nient’altro può darci informazione sullo stato di benessere di una persona che il suo corpo.

È  assolutamente scontato che il corpo cambi con il trascorrere del tempo e l’organizzazione delle cure mediche tiene ben conto di questo. Esistono infatti la neonatologia, la pediatria, la geriatria e la gerontologia. Ma le età della vita non sempre coincidono con l’età anagrafica e  soprattutto la percezione che ognuno ha del suo corpo è molto varia. Esiste un corpo percepito e un corpo anagrafico inquadrato nei vari livelli di cura. Ogni persona ha una propria considerazione del suo stato fisico che è strettamente legata al modo che essa ha di concepire l’esistenza. Spesso la percezione del paziente e quella del medico differiscono di molto. È assolutamente necessario invece che il medico tenga presente il punto di vista del paziente perché questo è sempre determinante per la cura della persona nella sua globalità ed è decisivo pure per la qualità del rapporto medico-paziente con ovvie ricadute sulla compliance e sull’esito di qualsiasi cura. Quello che è scontato per il medico può non essere scontato per il paziente. Questo può accettare di vivere con un deficit funzionale di qualsivoglia natura o può non accettare uno stato di “normalità” e desiderare di intervenire sul suo corpo per motivi estetici o perché non accetta il suo stato di genere.

Ci sono pazienti che accettano i segni del trascorrere degli anni, altri che desiderano che questi compiano il più tardi possibile; ci sono persone che mantengono standard e valori di vita “giovanili” (talvolta adolescenziali) altre che assumono stili di vita che variano con il trascorrere delle decadi. Il tempo tra la gente trascorre in maniera diversa e di questo dobbiamo tenerne conto. Anche nei confronti del corpo del vecchio l’atteggiamento del medico è spesso variabile, i motivi sono i più vari: il corpo del vecchio è il guscio di una persona di un’altra epoca con valori ed esperienze diverse; il corpo del vecchio è poco attraente, spesso ripugnante e noi tutti viviamo in una società edonistica; il corpo del vecchio è un memento mori da cui fuggiamo; il corpo del vecchio è un’entità sconosciuta, cui non siamo abituati e per cui non siamo stati formati. I geriatri hanno assolutamente ragione quando accusano parte della medicina di ageism.  Ogni essere umano percepisce se stesso come un essere che vive nel presente e questa percezione è la stessa a qualsiasi età, dobbiamo tenerlo sempre presente. Ogni essere umano, indipendente dagli anni vissuti, ha valori, sentimenti, percezioni, sensazioni ed emozioni inserite nel presente, ecco perché dobbiamo approcciarci ad ogni persona, qualsiasi sia il suo corpo, ben sapendo che essa vive il nostro stesso presente. In ogni vecchio, in ogni persona, anche morente c’è un essere che sta vivendo il presente, non sta vivendo né il passato né  il futuro, ognuno si percepisce allo stesso modo, indipendentemente da come appaia il suo corpo, sia esso bello, brutto, mutilato, sano, malato, giovane o vecchio.

La percezione del proprio corpo è estremamente variabile, essa dipende dall’educazione, dall’ambiente, dai modelli proposti e dai valori di ciascuno. Proprio per questo la percezione che il medico ha del corpo del paziente, molto spesso, non coincide con quella del paziente stesso. Grasso, magro, bello, brutto sono per buona  parte delle persone valori soggettivi. Anche se esistono valori di riferimento scientifici questi, la maggior parte delle volte, non sono sufficienti a far cambiare la percezione che il paziente ha di sé stesso; tutti noi medici sappiamo benissimo come sia difficilissimo far cambiare abitudini alimentari e far perdere peso ad una persona se questa prima non ha cambiato la percezione di se stessa. E nessun paziente cambierà la percezione di sé stesso se il medico non avrà instaurato un rapporto profondo con la persona che a lui si è rivolta. L’arte di instaurare questo rapporto è l’essenza della medicina. Nessun parametro chimico, fisico o farmacologico potrà mai sopperire l’assenza di questo rapporto.

Anche il corpo del medico non è un’entità neutrale. Esso condiziona naturalmente il rapporto con il corpo del paziente. Trasmette messaggi, si atteggia, si avvicina e si allontana. Allo stesso modo di quelli del paziente i sensi del medico sono attivi e trasmettono messaggi. Se il paziente si allontana all’avvicinarsi del medico manda un chiaro messaggio di difesa, non vuole che si entri nella sua intimità, non vuole essere toccato, lo stesso se il medico si allontana all’avvicinarsi del paziente non desidera instaurare con questo alcun rapporto che lo coinvolga più di tanto. Il corpo trasmette messaggi di difesa, si ritrae se viene toccato da quello del medico o viene esibito e si offre senza timori. Quando visito un paziente, da come si spoglia, da come si lascia toccare ho l’impressione di poter interpretare il suo vissuto e le sue credenze. Anche se il corpo di un’altra persona non si potrà mai capire a fondo, esso è sempre lo specchio dell’anima, si può percepire se ha sofferto, se è stato violato o se è sempre stato rispettato. Questa percezione guiderà sempre la visita, farà nascere interrogativi e domande fondamentali per la conoscenza e la cura del paziente.

Prima di ogni altro segnale, sono i segnali del corpo a darci informazioni sullo stato di benessere di una persona. Il corpo può essere ferito, piagato, deformato, edematoso, caldo , freddo, mobile, immobile, tumefatto, contratto, bagnato o asciutto; il corpo reale non quello virtuale dell’imaging, degli esami emato-chimici o della telemedicina. Il corpo non può essere suddiviso per specialità, ogni medico deve prendere in considerazione nella sua interezza il corpo dei pazienti proprio perché ogni medico, qualunque sia la specialità che esercita, deve tener presente che sta curando una persona intera, non un organo malato né tantomeno un fantasma.

“Contenuto a carattere medico o sanitario proveniente da una esperienza personale dell’utente”