Chirurghi, suture e colle - Prima parte

Medicina Estetica | Giovanna Serenelli | 12/06/2015 11:14

Una bella sutura è una soddisfazione sia per il chirurgo che la esegue che per il paziente che la subisce.

L’arte della sutura, perché di arte si tratta, in caso di interventi complessi con flap di notevoli dimensioni, si trova a combattere con la persistenza di uno spazio morto dovuto a difficile adesione dei lembi, che pur essendo spesso causa di complicazioni, non può essere totalmente eliminato.

Se ben eseguita è un’opera di tecnica precisione e, in alcuni casi, specie se si tratti di chirurgia plastica, una piccola opera d’arte pressochè invisibile col passare del tempo. La possibilità di suturare ferite, quali siano le cause che le hanno determinate, si perde nella notte dei tempi.

Lo scopo precipuo della sutura però non è quello di essere comunque bella (meglio ovviamente se lo è) e di non lasciare o lasciare in assoluto tracce dopo la guarigione, ma è ovviamente quello di ripristinare l’integrità anatomica di un tessuto o di un organo favorendo la guarigione per prima intenzione, evitare la perdita di liquidi biologici (sangue, linfa) all’esterno o altro materiale organico all’interno di un organismo (basti pensare alle perforazioni intestinali) e ripristinare la barriera tra organismo ed ambiente esterno in modo da impedire contaminazioni da microorganismi.

I materiali indispensabili all’esecuzione di una sutura sono, comunemente aghi, portaaghi e fili di varia natura. Sarà poi il chirurgo, in relazione alle condizioni della ferita, alla sua origine o alla sua sede a decidere la modalità secondo cui eseguirla.

La sutura: brevissimi cenni storici

L’arte della sutura era ben nota al mondo antico [Fig. 1], anche se fu parzialmente abbandonata durante l’epoca medioevale per sostituirla con l’uso del cauterio, in pratica un ferro rovente che bruciava i lembi della ferita ed aveva al tempo stesso la capacità di indurre rapidamente l’emostasi.

Fig. 1: Strumenti chirurgici dell’antica Roma, un antico cauterio (kauterium per i Greci, ferrum candens per i Romani) Credit: A Display of Surgical Instruments from Antiquity Historical Collections at the Claude Moore Health Sciences Library University of Virginia http://exhibits.hsl.virginia.edu/romansurgical/. Non mancano bisturi, sonde, trapani ed altri strumenti utili ad interventi chirurgici anche complessi, come il ben noto Celso, chirurgo, insegna.

 

Di fatto poi dell’uso del cauterio si abusò ampiamente e si pensò fosse utile anche per curare le emicranie [Fig. 2].

Fig. 2 Uso del cauterio contro l’emicrania Cauterio para aliviar migraña- Cirugía de los ilkhanes, Biblioteca Nacional de París Credit: Academia  Andaluza de Historia in: Camilo Álvarez de Morales y la medicina en la Andalucía islámica el 17 marzo 2015 por admin  http://www.academiaandaluzadelahistoria.es/camilo-alvarez-de-morales-y-la-medicina-en-la-andalucia-islamica/

 

Di ciò che accadeva nel mondo della preistoria ovviamente non sappiamo. Possiamo semplicemente supporre che le ferite fossero coperte con erbe o empiastri medicamentosi, ma non si può escludere che potessero essere in qualche modo cucite. Gli aghi [Fig. 3], in osso, spine di pesce o avorio esistevano e venivano usati per cucire le pelli ed è ovvio che si usassero anche fili per cucire (fibre vegetali, tendini animali sfilacciati, lunghi crini dinimali).

Fig. 3: Ago in osso a sinistra, a destra un amo dello stesso materiale. "Aguja y anzuelo Paleolitico" di José-Manuel Benito - Opera propria. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons - http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Aguja_y_anzuelo_Paleolitico.jpg#/media/File:Aguja_y_anzuelo_Paleolitico.jpg

 

Tra le cose trovate sul corpo di Otzi, l’uomo di Similaun, c’era non solo l’esca per accendere il fuoco (Fomes fomentarius, un fungo), ma anche il Piptoporus betulinus un altro fungo utile come antisettico ed emostatico. Sulla sua pelle c’erano anche tatuaggi in zone del corpo in corrispondenza di lesioni artosiche [1]. Forse, seppur non sistematizzate, le conoscenze per eseguire suture c’erano già, anche nella preistoria. Sicuramente queste stesse conoscenze le avevano gli Egiziani (4000-1000 a.C.) e gli Indiani (dall’ 8000 a.C.); citiamo al riguardo il ‘The Sushruta Samhita’ un testo originariamente in aramaico [2] che dovrebbe essere stato originariamente scritto al 600 a.C., se non prima. Piuttosto avanzate erano anche la medicina Cinese e quella Greca.

Nel nostro mondo per avere a disposizione dati sulle tecniche di sutura dobbiamo attendere Abū l-Qāsim Khalaf ibn Abbās al-Zahrāwī, Abulcasis in latino; Madinat al-Zahra, 936 – Cordova, 1013) il geniale chirurgo che conosceva le suture intradermiche, praticava la legatura dei vasi ed usava gli intestini di gatto (?) per le suture in chirurgia addominale (ma non solo questo) o il Frugardi (Rogerius Salernitanus, morto nel 1195) che diede indicazioni sulle suture dei vasi e sull’uso, allo scopo, dei fili di seta o ancora del quasi contemporaneo   chirurgo francese Henri de Mondeville (1260 – 1320) che riteneva dover lavare le ferite con vino o aceto, suturarle e poi bendarle. Ciclicamente alcune di queste conoscenze furono perse e poi ritrovate, ma qui gli spazi per scrivere della Storia della Medicina e, segnatamente di quella della Chirurgia, diventano amplissimi e non possiamo addentrarci in essi.

[1] Dino Felisati  L’uomo venuto dal ghiaccio pp. 29-37 in: D. Felisati, G. Sperati “Pazienti celebri” Società Italiana Laringologica e Ch.C.F. Torino, 2008

[2] Kaviraj Kunja Lal Bhishagratna    The Sushruta Samhita   Ed.  Kaviraj Kunja Lal Bhishagratna 1916

 

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