Gdf negli studi. Censis: niente fatture a 11 milioni di pazienti

Professione | Redazione DottNet | 04/06/2015 17:12

Ancora i medici nel mirino del fisco: secondo il Censis sono 11 milioni gli italiani che nel 2014 hanno acquistato in nero una prestazione da professionisti della sanità. E i controlli si fanno sempre più pesanti. Intanto si avvicinano le scadenze fiscali di giugno e luglio.

Contro l'evasione scendono in campo gli uomini della Fiamme Gialle che controllano le dichiarazioni dei camici bianchi, in particolare specialisti e titolari di studi. Si spulciano i documenti contabili e quando vengono fuori le anomalie partono i controlli sul campo: vengono passate al setaccio tutte le attività, si verificano le spese. E in casi estremi, come accaduto a Grosseto le scorse settimane, i militari si sono messi davanti allo studio del medico e hanno cominciato a contare pazienti e clienti, riscontrando che i numeri erano differenti da quelli certificati. E così hanno chiesto informazioni a chi usciva da quei portoni, identificandoli prima e convocandoli in caserma poi. Fin quando non hanno ammesso che meno pretendevano in fattura e più avevano uno sconto in fattura. Il medico, per esempio, in nero prendeva 80 euro, se invece si voleva il pezzo di carta bisognava aggiungere altri quaranta euro per poterlo vedere all’opera. Ed è chiaro che tutti sceglievano lo sconto abbattendo così il reddito del professionista.

 

Secondo le analisi del Censis sono, dunque, 11 milioni gli italiani che dichiarano di avere acquistato in nero, senza fattura, almeno una prestazione in un anno da strutture o professionisti della sanità (di questi, 4,2 milioni per un valore di almeno 100 euro). Una cifra enorme che lascia ben comprendere l'entità del fenomeno. Ma pur di risparmiare sulle spese si chiude un occhio su ricevute e scontrini. Già, perché gli abitanti del Bel Paese non si fidano della ripresa economica e cercano di risparmiare per affrontare con più tranquillità i prossimi anni: per il Censis 36,4 milioni non credono che ci sarà la ripresa e il 93,9% si sente insicuro rispetto al proprio futuro. Spinti da queste paure gli italiani negli anni della crisi, dal 2007 al 2014, hanno accantonato 211 miliardi in più, di cui 36 solo nell'ultimo anno, per uno stock complessivo di quasi 1.300 miliardi di euro in contanti e depositi bancari. A credere che la ripresa arriverà a breve sono solo 9,1 milioni mentre appena 5,1 milioni pensano che sia già in atto. L'incertezza aleggia su ogni aspetto: il 93,9% degli italiani si sente insicuro rispetto al proprio futuro, l'87,2% rispetto al rischio disoccupazione, l'85,4% rispetto alla possibilità di sperimentare difficoltà di reddito, il 77,5% rispetto al rischio di non autosufficienza nell'età avanzata, il 74,1% per la propria vecchiaia, il 63,4% per la propria salute. Ad aggravare i timori ci sono anche le possibili modifiche legislative: due terzi degli italiani (il 62,4%) sono convinti infatti che nel prossimo futuro si avrà una riduzione della copertura del welfare pubblico.

 

Oltre al risparmio, per rispondere all'incertezza gli italiani tornano ad affidarsi al mattone con le richieste dei mutui che ad aprile sono cresciute del 72% rispetto all'anno prima e le compravendite che nel 2014 sono salite del 3,6%. Un'altra arma per arginare l'incertezza è il ricorso al sommerso: sono 3,1 milioni i lavoratori non regolari, pari al 12,6% dell'occupazione totale, con punte del 16,3% nei servizi di alloggio e ristorazione, del 21,9% in agricoltura, fino al 54,6% nel lavoro domestico. La sfiducia verso l'avvenire è accompagnate da quella per la gestione dei soldi pubblici: il 79,3% degli italiani non ha fiducia nel modo in cui le Regioni impiegano il denaro pubblico, il 70,9% non si fida dei Comuni, il 56,9% dell'Inps e l'85,3% delle imprese private aggiudicatarie di appalti pubblici.

 

A tutto ciò va aggiunta la spada di Damocle dell'imposizione fiscale che si acuisce con l'avvicinarsi delle scadenze: tra Imu, Irap, Ires, Iva e Tari, giugno può essere rinominato “mese nero”. Famiglie e imprese verseranno nelle casse dello Stato la bellezza di 56 miliardi di euro. Secondo gli studi della Cgia di Mestre, in termini assoluti, l’imposta che graverà maggiormente sui bilanci delle aziende italiane sarà l’Ires (l’Imposta sui redditi delle società di capitali): tra versamento del saldo 2014 e dell’acconto 2015 porterà nelle casse dello Stato 10,5 miliardi di euro.
 

Altrettanto “impegnativo” sarà il versamento delle ritenute Irpef dei dipendenti e dei collaboratori delle imprese: queste ultime dovranno sborsare 10,4 miliardi di euro circa. Per le famiglie, invece, l’impegno economico più oneroso sarà dato dal pagamento della prima rata della Tasi: dei 2,3 miliardi di euro attesi dai Comuni, i proprietari delle abitazioni principali dovranno versare circa 1,65 miliardi di euro. La scadenza della Tasi è fissata al 16 giugno, ma le amministrazioni hanno tempo fino alla fine di luglio per approvare le aliquote. “Pur essendo una delle principali scadenze fiscali dell’anno – segnala il segretario della CGIA Giuseppe Bortolussi – ancora una volta i cittadini e gli imprenditori sono chiamati a operare in un quadro estremamente incerto. In materia di Tasi e di Imu, ad esempio, i Comuni avranno tempo fino alla fine di luglio per deliberare le aliquote da applicare quest’anno”.
 

Pertanto – continua Bortolussi -, il prossimo 16 giugno gran parte dei contribuenti verseranno la prima rata della Tasi o dell’Imu sulla base delle disposizioni riferite al 2014 e solo con la scadenza di dicembre sapranno realmente quanto dovranno pagare. Anche gli imprenditori, purtroppo, si trovano nella stessa condizione. Solo da qualche giorno il fisco ha messo a disposizione il software Gerico per stimare i ricavi che l’Amministrazione finanziaria si attende da loro. Quindi, anche se fosse concessa una proroga, gli artigiani, i commercianti e i piccoli imprenditori avrebbero comunque poche settimane di tempo per elaborare il tax planning per l’anno in corso, con il serio pericolo di non valutare attentamente la propria posizione con il fisco”. Ma le cattive notizie non terminano qui. Anche nel mese di luglio è prevista una scadenza fiscale da brividi: tra Irpef, addizionali, Ires, Irap e Iva, i contribuenti italiani dovranno versare all’erario 33,6 miliardi di euro.


 

Silvio Campione

 

 

 

 

Fonte: cgia, ansa, censis

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