L’anoressia non ha età

Psichiatria | Paola Conforto | 24/06/2015 17:49

Essere magri, troppo magri è un campanello d’allarme.

Ma se il paziente è anziano sono tante le cause della perdita di peso, le difficoltà diagnostiche aumentano, soprattutto se una componente caratteriale ostile non consente al medico di eseguire una serie di controlli.

Mi reco a casa di un mio paziente anziano, uomo di 83 anni, che non richiede mai controlli, se non quasi un decennio prima per un episodio di pleurite risoltosi con le cure eseguite rigorosamente a domicilio su richiesta del paziente.

In quella occasione riuscì a convincerlo a uscire di casa per eseguire una radiografia del torace e una TAC, ma delle analisi di routine ancora aspetto l’esito, secondo lui ormai sta bene. Questa volta il quesito è l’eccessivo dimagrimento nell'ultimo anno: da un peso corporeo di 52 kg è dimagrito di 8 kg.

Il paziente è sempre stato un soggetto magro, con una serie di limitazioni alimentari “autogestite” per quello che riguarda un suo problema di “pesantezza” digestiva, stipsi e frequenti crisi emorroidarie, beve poco.

Normalmente il paziente usciva per fare la spesa ed altre commissioni, guida lui, accompagnato da un familiare; soffre inoltre di ipoacusia bilaterale da 5 anni e da deficit neurologico all’arto inferiore dx da 30 anni per una pregressa nevrite acuta.

Le condizioni in cui lo trovo sono pessime: dimagrito, disidratato, chiaramente in sindrome ansiosa.

Lo invito ad eseguire degli esami del sangue con la “minaccia” di non poter poi aiutarlo senza averne l’esito, intanto gli do le classiche raccomandazioni del caso. Finalmente ottengo il risultato delle analisi: TSH 7.42 con ormoni tiroidei nella norma, PSA 7.30, creatinina 1.30, azotemia 59, amilasi 121, ematocrito 4.20, funzionalità epatica e quadro lipidico nella norma.

Gli suggerisco quindi di eseguire altri esami strumentali e qui ottengo una chiusura totale con futili e fantasiosi motivi per non eseguire nulla finché non si sentirà pronto, neanche se accompagnato affettuosamente dai familiari.

Che fare? Che dire? Gli prescrivo e propongo delle cure per “speriamo” sia solo una ipertrofia prostatica benigna, spiegandogli adeguatamente i rischi di cui non mi assumerò la responsabilità.

Per l’ipotiroidismo, sempre con gli stessi dubbi, gli spiego che potrebbe essere una forma sub-clinica, che potremo attendere un successivo controllo per vedere se i valori cambieranno. L’anemia e la disidratazione cerco di compensarli con la prescrizione di un integratore specifico per il caso. Tutto il resto lo deciderà lui e avvisata la famiglia, che è abbastanza provata dalla sua mancanza di collaborazione e ostilità, mi congedo sconsolata.

Ricevo dopo qualche giorno la richiesta, da lui in persona, di eseguire gli esami che mi ero sentita negare.

Forse l'intervento dei familiari o un suo improvviso ripensamento, visto il disturbo comportamentale di cui soffre, ha avuto il suo effetto sbloccante. Dopo due settimane, mi viene consegnato il referto degli esami eseguiti, con esito negativo per fortuna: solo una ipertrofia prostatica benigna.

Il medico di fiducia si scontra a volte con il paziente come fosse un suo familiare, senza arrivare alla lite, ma stressando il concetto di responsabilità della salute e ribadendo che alcuni esami più invasivi sono necessari per il bene della persona e non per chissà quale motivo.

Alla fine la personalità del paziente incide molto e in questo caso, la difficoltà a farsi seguire, è gestita da una patologia infida come questa forma più o meno grave di anoressia nervosa, che negli anni ha avvolto la mente del paziente, il tutto aggravato da comportamenti di evitamento e tratti fobici non facili da gestire.

“Contenuto a carattere medico o sanitario proveniente da una esperienza personale dell’utente”

I Correlati

I Correlati

Widget: 91798 (categoria) non supportato