Tecniche innovative in neuroendospopia

Redazione DottNet | 23/09/2015 13:07

Si chiama “multiportale” l’ultima tecnica innovativa in neuroendoscopia.

Utilizza la cavità orbitaria per introdurre l’endoscopio e può arrivare in profondità, sino all’encefalo. Il miglioramento della strumentazione apre nuovi orizzonti per il trattamento delle patologie cerebrali. Per sapere quando è meglio utilizzarla e quali sono le sue reali potenzialità, ne abbiamo parlato con Davide Locatelli, direttore del dipartimento di Neurochirurgia dell’Ospedali Civile di Legnano

 

Professore cos’è la neuroendoscopia?

“Neuroendoscopia significa chirurgia cerebrale con utilizzo dell’endoscopio come strumento di visualizzazione all’interno del cranio, coadiuvato da strumentari di dimensioni molto piccoli, tali da essere introdotti, attraverso fori, nella volta cranica o addirittura nelle cavità nasali, utilizzate come canale per raggiungere  la base del cranio. L’endoscopio non sostituisce le tecniche di asportazione, consolidate in decenni di microchirurgia ma affianca il microscopio, quando necessario, per permettere una visione ”dietro gli angoli”. Talvolta invece sostituisce il microscopio come strumento di visualizzazione, quando la necessità di creare spazio, è motivo d’ incisioni estese , necessarie solo per permettere di “vedere” la patologia. L’endoscopio evita di creare danni collaterali legati solo a esposizioni dei tessuti più ampie del necessario”.

 

Quando è necessario impiegare l’endoscopio?

“L’endoscopio può essere impiegato in tre tipi d’ interventi. Al primo tipo appartengono interventi diretti a cavità naturali esistenti all’interno del cranio, tramite un foro della volta cranica, raggiungendo i ventricoli cerebrali e o le cisti malformative, riempiti da liquido chiaro e trasparente come l’acqua, praticando nei ventricoli delle aperture, dette stomie, che bypassano la causa di occlusione responsabile della patologia. Questa tipologia di interventi, ormai molto diffusi, risolve ed ha risolto buona parte delle problematiche pediatriche malformative legate all’l’idrocefalo e, data la frequenza di queste patologie soprattutto nei paesi meno sviluppati, ha permesso grossi avanzamenti nel trattamento diretto della lesione, riducendo infezioni e  malfunzionamento dei sistemi di protesi utilizzati in precedenza, spesso  insufficientemente  disponibili, se non in aree ad elevata tecnologia.

Un secondo impiego è quello che affianca l’endoscopio al più tradizionale microscopio,  permettendo di accedere alle regioni profonde, portando l’occhio dell’operatore dove il microscopio, (che necessita di una visione di campo in linea retta,) non può arrivare. Infine un terzo impiego, che è quello dove sono stati riscontrati i maggiori progressi negli ultimi anni, riguarda la neuroendoscopia del basicranio. Quest’ultimo utilizzo ha permesso di raggiungere aree encefaliche una volta impensabili.”

 

In quale patologie è più consigliato operare con la neuroendoscopia?

“Per il trattamento delle patologie della linea mediana della base del cranio, per esemplificare gli adenomi ipofisari, ma anche i craniofaringiomi, i cordomi e altre patologie situate tra le due orbite, sulla sella turcica, sul  clivus, lungo la linea mediana.

 

Quali sono le tecniche innovative in neuroendoscopia?

L’ultima innovazione è la tecnica multiportale, utile per trattare lesioni della parte mediale e laterale  dei bulbi oculari. Utilizza la cavità orbitaria per introdurre l’endoscopio, lateralmente all’occhio e operare in profondità, sino all’encefalo.

 

Quali sono i limiti dell’endoscopia?

“I limiti della tecnica sono ancora in una strumentazione che necessita un’evoluzione continua, in una curva di apprendimento (che deve affiancarsi ad una buona padronanza delle tecniche tradizionali, quindi necessita tempo), oltre ai limiti della sede e della tipologia ed estensione della lesione, legati alle specificità anatomiche” . La proposta neuroendoscopica deve essere valutata come un’ opzione, non sempre possibile o indicata, ma comunque da tenere in considerazione a fianco delle tecniche tradizionali, valutando nei singoli casi l’estensione dl tumore , la sua posizione  anatomica, la possibilità o meno di una “radicalità” chirurgica di asportazione.

Non esiste una dicotomia tra intervento microscopico ed endoscopico: l’operatore deve poter scegliere lo strumento migliore per il risultato più adeguato e deve essere esperto in entrambi i campi per poter essere obiettivo.

 Professore infine quali potenzialità?

“Le potenzialità sono ampissime perché vedere con un accesso minimo, rappresenta il presupposto per la miniaturizzazione e la futura robotizzazione delle tecniche, che hanno un senso solo se riescono a ridurre la manipolazione dei tessuti sani, per giungere con il minimo danno, dove è la malattia. Negli ultimi anni si è sviluppata, soprattutto in campi vicini alla neurochirurgia, quali l’otorinolaringoiatria e in particolare la rinologia, un diffuso spostamento dalle tecniche tradizionali  verso l’endoscopia che ha fatto da ‘traino’, stimolando la neurochirurgia, che deve usare le medesime vie di accesso alla base del cranio, ad avvalersi della collaborazione  multidisciplinare per suggerire nuove alternative al trattamento delle patologie più complesse.”

 Fonte: SINch - 64° Congresso Nazionale